L’adespoto “Commento dell’Anonimo Fiorentino alla Divina Commedia”, noto con entrambe le denominazioni convenzionali di “Commento dell’Anonimo Fiorentino” o “Anonimo fiorentino”, è un’opera esegetica in prosa in volgare toscano sul poema di Dante Alighieri, trasmessa, priva di attribuzione autoriale, da più manoscritti fiorentini tra la fine del XIV e i primi decenni del XV secolo.

La critica inquadra l’“Anonimo Fiorentino” tra i principali testimoni della volgarizzazione esegetica trecentesca, insieme a “Ottimo commento”, "Pseudo Boccaccio" o "Falso Boccaccio", al commento di Francesco da Buti e ad altre redazioni fiorentine affini.

Anche le glosse attribuite all’“Anonimo Fiorentino” si collocano nella tradizione esegetica del XIV secolo e sono considerate parte del quadro complessivo delle Chiose trecentesche.

Denominazione e terminologia La denominazione moderna “Anonimo fiorentino” individua il commento esegetico in volgare fiorentino alla “Commedia”, piuttosto che un autore identificabile. Come osserva Mazzoni, «con questo titolo (proposto dal suo primo e per ora unico editore, il Fanfani) si suole comunemente designare un commento in volgare».

La tradizione non tramanda alcun nome d’autore e il testo giunge in forma adespota, cioè priva di attribuzione nei manoscritti antichi.L’“anonimato” è pertanto una condizione dell’opera, non una qualifica biografica dell’estensore. Per questo motivo la voce è imperniata sul commento e sulla sua tradizione (trasmissione manoscritta, fonti, metodo esegetico, datazione, fortuna critica), mentre la figura dell’“autore” viene trattata esclusivamente in senso filologico come profilo ricostruibile dall’opera stessa.

La formula “Anonimo fiorentino”, introdotta da Pietro Fanfani nel XIX secolo con funzione editoriale, è dunque un’etichetta d’opera, analoga a quelle impiegate per altre redazioni trecentesche, da “Ottimo commento” a “Falso Boccaccio”.

L’uso critico dell’ellissi “l’Anonimo” (come “l’Ottimo” o “il Lana”) si riferisce quindi al commento e non a un autore nominato in tal modo: un’abitudine terminologica consolidata negli studi sulla tradizione esegetica trecentesca.

L’autore e il contesto culturale Autore ne è uno sconosciuto interprete, di «sicurissima, e non solo per ragioni di lingua [...] fiorentinità», secondo Mazzoni. Non di meno, è infatti stato notato che l’attribuzione dell'appellativo "fiorentino" è rinforzata non solo dall'utilizzo e dal significato di lemmi nel testo ma dalle copiose «notizie di toponomastica, folklore e onomastica fiorentina» e per l'interesse vivissimo dimostrato «per la cronaca cittadina documentata sia dal ricorso a testi romanzati e popolari, sia dalle testimonianze tratte dalla citatissima Nuova Cronica di Giovanni Villani, che compare in 42 luoghi dell’Inferno e in 22 del Purgatorio».

Il periodo di fioritura è stato variamente individuato tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, stanti anche i rapporti fra e con le citazioni riportate, e le progressive scoperte documentarie.

Preparazione dottrinale Il livello culturale di base dell’Anonimo autore risulta medio, rispetto a quello degli altri commentatori danteschi, sia per quanto s’attenga a teologia, filosofia, “scolastica”: sebbene in modo superficiale e non brillante, spaziando, e citando, con intento divulgativo più che specialistico, «dalla Bibbia [qui si intende: l’Antico Testamento] ai Vangeli, agli Atti degli Apostoli, ai Santi Padri Agostino, Ambrogio, Boezio, Cassiodoro ecc., alle opere aristoteliche – anche con aperture verso il filone arabo-averroista – e poi ad Alberto Magno, Tommaso ecc.», sia sul versante storico-letterario, per il quale è capace di citare «Giuseppe Flavio, Orosio, Martin Polono, i “Fatti di Cesare”, il Libro de’ Sette Savi, la “Storia Troiana” di Guido delle Colonne, il “Tesoro” volgarizzato,Il volgarizzamento era stato un tempo attribuito a Bono Giamboni, ma la critica ha escluso tale paternità, considerando l’opera “spuria”: la “Fiorita”.Opera di Armannino da Bologna, compilatore del primo quarto del XIV secolo:

È inoltre in grado di richiamare espressioni o sintagmi testuali da «autori, che sono frequenti anche se non copiose come in altri commenti (come ad es. in Pietro o in Guido da Pisa): Sallustio, Ovidio (Metamorfosi, anche volgarizzate,Tra i più rilevanti e inclusivi, rispetto a un pubblico interessato e talvolta colto ma non erudito, sono i volgarizzamenti dell’opera – ossia volta dal latino in volgare italiano –, composti spesso in versi, e che ebbero riscontro in un’ampia circolazione, di cui furono autori Nicolò degli Agostini (una versione in ottava rima edita a Venezia nel 1522 arricchita da xilografie) e Giovanni Andrea dell’Anguillara (1561). Su queste e le loro fonti, tra cui Giovanni Bonsignori: ; “Ars Amandi”), Tito Livio (nel volgarizzamento),Il volgarizzamento della “prima deca” della “Ab Urbe condita” fu effettuato nel 1323 in Puglia dal notaio Filippo di Santa Croce tramite una traduzione francese oggi perduta. Valerio Massimo, e poi ancora l’ovvio Virgilio (“Eneide”, ma anche le “Georgiche”), Orazio, Seneca (morale e tragico), Lucano e Stazio, Svetonio, Plinio, Vegezio».

Citazioni da Dante L’Anonimo non ricorre frequentemente a «citazioni esplicite», peraltro, ma di Dante è capace di citare «dalle Rime [...] Amor da che convien, I 51; Così nel mio parlar I 491, II 36»; entrambe definite «canzona morale»; e inoltre “Doglia mi reca”, II 20; “Ben ti faranno il nodo Salamone”, II 379; “Voi che intendendo”, II 492, ed espressamente la “Vita Nuova” e il “Convivio”.

La “voce” dell’Anonimo rivela dunque un impianto didattico e cittadino: l’autore appare come un chiosatore fiorentino di cultura intermedia, attivo in un ambiente in cui la “Commedia” veniva interpretata entro schemi morali, civici e storici condivisi. Questo profilo, integrato con la fisionomia linguistica dei manoscritti, colloca il commento all’interno della tradizione esegetica fiorentina del tardo Trecento.

Contenuto e caratteristiche del commento L’opera mescola elementi esegetici tradizionali – parafrasi, spiegazioni lessicali, chiarimenti dottrinali, sintetiche note filologiche – con un’attenzione marcata ai riferimenti storici fiorentini, caratteristica che l’avvicina alle cronache di Dino Compagni e Giovanni Villani. La critica (in particolare Del Lungo) lo ha definito «tra i Trecentisti il più diligente studiatore della parte storica del poema».

Il commento segue l’ordine della “Commedia”, offrendo: parafrasi continue, spesso semplificate ma puntuali; glosse lessicali per chiarire vocaboli del volgare illustre; spiegazioni dottrinali essenziali (morali, teologiche, politiche); richiami alle cronache cittadine, con inserti narrativi anche lunghi tratti da Compagni e Villani; notazioni prosopografiche e giuridiche tipiche della cultura fiorentina di fine Trecento.

Gli studiosi osservano l’adozione di un registro didattico-scolastico destinato a un pubblico cittadino con alfabetizzazione intermedia. Il lessico è tecnico ma semplificato; il metodo appare compilativo, con frequenti debiti verso la tradizione fiorentina (in particolare l’ambiente pseudo-bambaglioliano) e confronti indiretti con la tradizione bolognese.

Nonostante l’apparente modestia tecnica, il commento rivela: una sensibilità linguistica (con registrazioni di forme fiorentine coeve); una certa competenza narrativa nella trattazione degli episodi storici; un pragmatismo esegetico orientato a rendere la “Commedia” leggibile e insegnabile.

Queste caratteristiche collocano il commento all’interno del gruppo delle cosiddette “Chiose fiorentine”, la famiglia esegetica di redazioni volgari di origine cittadina diffusa tra XIV e XV secolo, cui appartengono l’“Ottimo Commento”, il “Falso Boccaccio” e altre compilazioni affini.

La struttura del commento mostra inoltre l’uso di schemi morali e civici tipici della prassi scolastica fiorentina tardo-trecentesca: divisioni del canto (partizioni), rubriche semplificate, esemplificazioni tratte dalla storia comunale e frequente moralizatio.La moralizatio (o moralizzazione), termine tecnico della prassi esegetica medievale, è l’operazione con cui un commentatore trae da un passo narrativo una lezione morale esplicita oppure trasforma l’immagine poetica in un insegnamento etico o dottrinale. Era una tecnica standard nei commenti trecenteschi alla “Commedia”, letta anche come strumento di educazione morale e civica.

Datazione La finestra cronologica più accolta colloca la redazione del commento tra gli anni Settanta del XIV secolo e i primi decenni del XV. La questione, tuttavia, è stata lungamente dibattuta dalla critica ottocentesca e novecentesca.

Mazzoni osserva che è «accertata solo a grandi linee la cronologia dell’opera». Per alcuni studiosi – da Del Lungo a Barbi – la composizione va collocata «sullo scorcio del secolo XIV»; per altri – da Hegel a Guerri – il commento sarebbe invece da riferire «al primo decennio del secolo XV». Tutti concordano nel respingere la data 1343 apposta da mano tarda su uno dei manoscritti, considerata non attendibile.Per chiarezza è stata lievemente alterata la punteggiatura della citazione ma non il suo senso.

Gli elementi interni – lingua, riferimenti storici, uso delle cronache fiorentine, dipendenze da commenti precedenti come il Lana e la tradizione pseudo-bambaglioliana – collocano comunque l’autore entro il clima culturale fiorentino della seconda metà del Trecento, con possibili aggiornamenti o interventi successivi nella trasmissione manoscritta.; ; ; ; ;

Tradizione manoscritta e assetto della redazione Il “Commento dell’Anonimo Fiorentino” è tramandato da più codici trecenteschi o protoquattrocenteschi, nessuno dei quali conserva l’opera completa. La tradizione è frammentaria ma coerente e mostra una struttura in più redazioni o blocchi testuali, riconducibili a un nucleo esegetico comune.

Gli studi fondativi individuano come testimoni diretti i seguenti manoscritti.

Testimoni diretti “Riccardiano 1016” (Firenze, Biblioteca Riccardiana). Contiene “Inferno” e parte del “Purgatorio” con la chiosa dell’Anonimo. È il manoscritto-base dell’edizione Fanfani (1866–74), confrontato con il “Magliabechiano II.I.164”.

“Magliabechiano II.I.164” (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale). Trasmette porzioni dell’“Inferno” e presenta affinità testuali con il “Riccardiano 1016”.

“Riccardiano 1013” (Firenze, Biblioteca Riccardiana). Contiene gli ultimi canti del “Purgatorio” e il “Paradiso” con un commento in volgare dipendente dal commento di Lana. La critica moderna (Di Fonzo; Corrado–Celotto) considera questa sezione una continuazione distinta dal nucleo originario del commento dell’Anonimo.

Testimoni affini e glosse fiorentine Sono manoscritti non appartenenti alla tradizione diretta del commento, ma utili per affinità linguistiche o per la presenza di chiose contigue all’ambiente esegetico fiorentino del tardo Trecento.

“Trivulziano 1080” (Milano, Biblioteca Trivulziana). Presenta glosse marginali affini alla tradizione dell’Anonimo e utili come confronto.

“Laurenziano Pluteo 90 inf. 42” (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana). Codice della “Commedia” con glosse miste attribuibili all’ambiente fiorentino e al commento di Bambaglioli.

“Laurenziano Pluteo 40.7” (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana). Conserva glosse miste, vicine alla tradizione fiorentina e al Bambaglioli, sebbene estranee al commento dell’Anonimo.

Caso particolare: il Codice Palatino 313 Il “Codice Palatino 313” (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale) non tramanda il commento dell’Anonimo, ma rappresenta un caso di rilievo per la storia delle cosiddette “chiose fiorentine”. Il codice trasmette la “Commedia” con chiose miste appartenenti alla famiglia testuale “vat-bocc”, una compilazione stratificata con interferenze tra “Bambaglioli”, “Ottimo”, “pseudo-Boccaccio” e altri glossatori.