La povertà nell'antica Roma è difficile da definire, poiché gran parte della popolazione romana viveva in condizioni simili a come si intende la povertà moderna. La società romana era in gran parte agricola e bassi tassi di alfabetizzazione, alta mortalità infantile e scarsa alimentazione erano problemi che riguardavano tutta la popolazione. La povertà era soprattutto legata alla mancanza di terra; nell'antica Roma la proprietà della maggior parte della terra era concentrata nelle mani di una piccola classe di persone ricche, lasciando il resto della popolazione con modesti possedimenti. Solo nei contesti urbani la popolazione poteva essere in grado di vivere bene senza possedere terreni. La povertà dell'antica Roma coincideva anche con la privazione dei diritti politici: gli indigenti erano meno in grado di accedere alle cariche politiche, avevano maggiori difficoltà a votare, il loro voto aveva una minore importanza ed erano sottoposti a prelievi fiscali più elevati. Il Codex Theodosianus, un documento giuridico tardo romano, riporta varie leggi in cui i poveri dovevano essere puniti in modo diverso dai ricchi. Le stime del PIL pro capite relativo all'antica Roma suggeriscono che la maggior parte della popolazione viveva a livelli di sussistenza, con abbastanza soldi per vivere in modo sicuro ma non confortevole.
Scrittori romani come Seneca e Cicerone descrissero le parti più povere della popolazione come masse non virtuose e immorali che erano una minaccia per la nazione in quanro non rispecchiavano i valori del mondo romano. Sallustio, un politico e storico romano del I secolo a.C., sosteneva che i plebei invidiavano gli individui più ricchi e la gelosia gli spingeva a destabilizzare la società romana; cita la cospirazione di Catilina, un tentativo di colpo di stato che Sallustio riteneva fosse stato promosso dalla plebe. Altri scrittori romani, come il filosofo Seneca del I secolo, condannarono la ricchezza, denigrandola, come responsabile della malcontentezza nella vita. I romani apprezzavano anche lo stile di vita agricolo semplice, onorando eroi come Cincinnato che, secondo la leggenda, viveva in una fattoria prima delle sue campagne militari. Le antiche raffigurazioni cristiane romane tendono a dipingere i poveri come più comprensivi e spesso intenti a chiedere ai ricchi di aiutarli. Giovanni Crisostomo, un teologo cristiano del IV secolo, sosteneva che se i ricchi ridistribuissero le loro ricchezze tra la popolazione "avresti difficoltà a trovare un povero ogni cinquanta o addirittura ogni cento degli altri". Tuttavia, altri scrittori cristiani adottarono punti di vista meno critici sulla ricchezza; il teologo Clemente di Alessandria nel III secolo descrisse la ricchezza come moralmente neutra, sostenendo che la pietà dei ricchi non è necessariamente soffocata dalla loro ricchezza.
Il governo romano attuò varie politiche volte a fornire aiuti finanziari ai poveri: la cura annonae fu un programma di ridistribuzione del grano e lalimenta era un programma di assistenza per i bambini poveri. La ricca filantropia romana, quando si verificava, era spesso più motivata dal desiderio di apparire benevoli e di mostrare il proprio status sociale, che dal vero altruismo. I filantropi dell'antica Roma, infatti, si aspettavano di avere statue e targhe che commemorassero la loro generosità. Le motivazioni egoistiche che spesso sostenevano il dono romano furono notate e derise dagli scrittori contemporanei: Cicerone descrisse questo fenomeno, affermando: "Possiamo anche osservare che molte persone fanno molte cose che sembrano ispirate più da uno spirito di ostentazione che da una sincera gentilezza; perché queste persone non sono veramente generose, ma sono piuttosto influenzate da una sorta di ambizione di dare sfoggio di essere generose". Seneca promosse la carità genuina nei suoi scritti, dichiarando che il "saggio tenderà la mano al marinaio naufragato, offrirà ospitalità all'esiliato e l'elemosina ai bisognosi". Tuttavia, non sosteneva nemmeno la generosità illimitata, suggerendo che la carità dovesse essere limitata a "uomini buoni o a coloro che [la carità] può trasformare in uomini buoni". Idee simili furono espresse dal commediografo Plauto del III secolo a.C.: "Un uomo che dà a un mendicante qualcosa da mangiare o da bere gli rende un cattivo servizio: ciò che gli dà viene sprecato e prolunga la sua vita nella miseria".
Definizione
Definire la povertà nell'antica Roma può essere difficile in quanto le condizioni della maggior parte della popolazione erano riconducibile alla concezione moderna; la società del'antica Roma era prevalentemente agricola e rurale ed era afflitta da alti tassi di mortalità infantile, scarsa alimentazione e basso livello di alfabetizzazione.. Nell'analizzare il fenomeno, inoltre, è necessario tenere conto che nell'antichità, la vera indigenza era probabilmente una condizione fatale e insostenibile che potrebbe aver impedito la sopravvivenza di una classe sociale unicamente povera.. Le limitate fonti archeologiche relative alle condizioni delle classi meno abbienti creano ulteriori problematiche per gli studiosi moderni.. Gli scrittori romani in genere non distinguono tra i diversi strati sociali tra le classi plebee più povere, dividendo invece la società tra i ricchi patrizi, o cavalieri della classe alta, e le masse della classe inferiore.
In molti casi, le fasce sociali romane erano organizzate in base al potere politico più che alla posizione economica. Ad esempio, una tipica distinzione di classe sociale romana era tra gli honestiores e gli humiliores, ai primi appartenevano i veterani dell'esercito, i senatori, gli equestri e i decurioni municipali e ai secondi il resto della popolazione.. Gli honestiores, essendo composti da individui che andavano dai consoli ai veterani dell'esercito, comprendevano quasi certamente una varietà di classi economiche distinte, ma allo stesso modo, gli humiliores probabilmente erano costituiti da individui con un'ampia gamma di ricchezza poiché la popolazione romana rientrava quasi interamente in questa categoria.. Nel II secolo d.C., il giurista romano Gaio, nelle sue Istituzioni, sosteneva che "La principale divisione del diritto delle persone è la seguente, vale a dire che tutti gli uomini sono liberi o schiavi".Digestes. 1.5.. Secondo il classicista Peter Garnsey e lo storico del diritto Caroline Humfress, il significato della distinzione tra poveri liberi e schiavi diminuì nel corso della storia romana. Le punizioni tradizionalmente riservate agli schiavi divennero sempre più comuni come pene anche per le altre classi.. Callistrato, un giurista vissuto durante il regno dell'imperatore Settimio Severo (145–211), sosteneva che la pena dell'immolazione, sebbene un tempo esclusiva per gli schiavi, divenne comune anche per i plebei e gli "uomini di basso rango" (humilis personae).. Durante il regno dell'imperatore Diocleziano (284–305), il sistema dei contadini affittuari, noti come coloni, divenne sempre più diffuso riducendo, di fatto, molti contadini romani alla servitù della gleba..
La povertà stessa potrebbe essere stata in parte definita dalla mancanza di potere politico; durante la Repubblica romana, solo una piccola frazione della popolazione era veramente in grado di partecipare o influenzare il processo politico. Gli individui appartenenti alla classe superiore godevano di un accesso più facile alle cariche politiche rispetto alle persone della classe inferiore.. L'assemblea centuriata, che eleggeva i magistrati superiori, era divisa in 193 centurie organizzate in base al valore della proprietà. Senatori, cavalieri e la classe più elevata ne detenevano 88; la seconda e la terza classe solo 30, mentre la classe più bassa, i proletarii, ne deteneva solo 1.. Gran parte della popolazione romana era privata del diritto di voto perché non ne aveva la capacità legale perché non dotata di cittadinanza o perché non aveva la capacità pratica di consegnare la propria scheda..
Un'altra incertezza è la presenza di una classe media romana. La società del tempo potrebbe essere stata composta da una manciata di individui ricchi che costituivano lo 0,6% della popolazione, un esercito che costituiva lo 0,4% della popolazione e le masse povere che componevano il restante 99% della popolazione.. Tuttavia, i censimenti romani documentavano numerosi strati sociali diversi, il che implica che probabilmente vi erano più classi medie composte da persone che mantenevano notevoli quantità di ricchezza senza qualificarsi come ricche.. Altri studiosi, come il classicista William Harris, divisero la società romana in tre classi economiche: coloro che facevano affidamento sul lavoro degli altri, coloro che erano benestanti anche se lavoravano ancora e gli schiavi e i lavoratori umili. Tuttavia, queste distinzioni non identificano le varie sottoclassi uniche all'interno della più ampia classificazione dei poveri romani.. La proprietà terriera potrebbe anche aver distinto i poveri dai ricchi in gran parte della campagna romana. Coloro che avevano quantità significative di terra di qualità in grado di produrre buoni raccolti erano senza dubbio molto più ricchi di coloro che non avevano tali opportunità. Tali persone sarebbero state libere dalle preoccupazioni che affliggevano i più poveri, come l’insicurezza alimentare.. La terra era ampiamente utilizzata come garanzia per i prestiti, rendendo più difficile per le persone senza terra acquisire ricchezza. Gli ambienti urbanizzati contenevano popolazioni di persone senza terra, ma non necessariamente povere; gli artigiani e i lavoratori nelle città o nei paesi potevano arricchirsi attraverso il loro lavoro, o almeno beneficiare della sicurezza alimentare.. Cicerone, un politico romano del I secolo a.C., sostenne che la costituzione serviana, un testo legale presumibilmente istituito da un leggendario re romano di nome Servio Tullio, classificava i ricchi come adsidui e i poveri come proletarii. Secondo Cicerone, gli adsidui erano i ricchi mentre i proletarii erano coloro che non avevano più di sesterzi. Inoltre, egli riteneva che i proletarii fossero principalmente tenuti a contribuire alla società romana con i propri figli.Cicerone. De Re Publica. 2.40-42..
Disuguaglianza economica
Le stime dei prezzi nell'antica Roma suggeriscono che anche una piccola somma di denaro, pari a 375 sesterzi, poteva equivalere a un reddito annuo compreso tra 1900 e 2700 kg di grano. Per una famiglia di 4 persone, tale reddito avrebbe probabilmente potuto garantire tra 475 e 675 kg di grano a persona all'anno. Questo valore è vicino alla stima del PIL pro capite dell’Impero romano, che avrebbe potuto aggirarsi intorno a di grano. Se queste stime fossero corrette, il che non è garantito, allora le fasce più povere della popolazione romana avrebbero potuto sostenersi in modo affidabile, anche se non necessariamente vivere in condizioni agiate.. Il PIL pro capite dell’Italia romana era forse simile a quello delle economie della Repubblica olandese o della Spagna del XVIII secolo. Sebbene i redditi fossero certamente inferiori nelle province, potenzialmente pari alla metà dei salari in Italia,. le evidenze archeologiche di sviluppo urbano suggeriscono che la popolazione fosse in crescita durante il primo impero. Una crescita demografica significativa implica ulteriormente che il cittadino provinciale medio avesse abbastanza ricchezza da vivere almeno a livello di sussistenza, facilitando l’espansione della popolazione.. Gli storici Walter Scheidel e Steven Friesen hanno stimato che, durante l’Impero romano, circa il 6-12% della popolazione avesse redditi da "classe media", mentre i poveri costituivano circa l’80% della popolazione... Secondo le loro stime, l’Impero romano aveva un Coefficiente di Gini—un metodo per misurare la disuguaglianza economica—compreso tra 0,42 e 0,44..