Le cinque giornate di Messina, intercorse tra il 3 ed il 7 settembre 1848, costituiscono una fase cruciale della rivoluzione siciliana. A seguito di una valorosa opposizione in netto svantaggio di numeri e mezzi, la città di Messina cadde dopo oltre 7 mesi di guerriglia contro l'esercito borbonico.

Antefatti La città di Messina ha storicamente avuto numerose ambizioni, tanto da perseguire spesso rivolte e rivoluzioni al fine di mantenere o incrementare i propri privilegi, concessi dai governi susseguitisi nel tempo. Esempio tipico è la tentata rivoluzione messinese del 1674, nel corso della quale la città tenne testa all'Impero Spagnolo per ben 4 anni. Tale episodio portò alla costruzione della cittadella di Messina, volta a controllare militarmente la città, dimostratasi una delle più ostili d'Europa. Tale fortezza verrà utilizzata circa un secolo e mezzo dopo anche dall'esercito borbonico per controllare la città.

Il primo tentativo insurrezionale di Messina in chiave antiborbonica, si ebbe nel marzo 1822, a seguito del quale furono fucilati 4 insorti: Giuseppe Brigandì, Salvatore Cesareo, Vincenzo Fucini, Camillo Pisano.

Ad anticipare la rivoluzione siciliana del 1848 ed i successivi moti del 1848 che coinvolsero tutte le nazioni d'Europa, vi fu un tentativo insurrezionale avvenuto nel settembre del 1847 a Piazza Duomo a Messina, attraverso cui alcuni rivoltosi antiborbonici messinesi capeggiati da Giovanni Crimi, Antonino Pracanica e Paolo Restuccia improvvisarono armamenti e divise e diedero vita ad una violenta guerriglia urbana durata diverse ore, alla fine della quale ebbero la meglio le truppe borboniche. Tale episodio aumentò la repressione delle attività culturali ed accademiche, e causò l'intensificazione del controllo delle attività politiche ed economiche da parte del governo borbonico. In onore di tale insurrezione, la via che sfocia su Piazza Duomo viene ancora chiamata "Via I Settembre" ed è presente una targa sull'angolo del primo palazzo che ricorda i fatti avvenuti.

Proprio a causa di tale diffusa repressione, scoppiò a Palermo agli inizi del 1848 la vera e propria rivoluzione. La cittadinanza di Messina non tardò a rispondere all'invito di prendere parte al moto rivoluzionario. Il 28 gennaio venne quindi riunito un comitato rivoluzionario dall'avvocato Gaetano Pisano, ed al mattino seguente i messinesi si armarono con rudimentali armi da fuoco, coltelli, accette, falci e quanto era possibile trovare nelle case dei cittadini. I generali borbonici avevano ricevuto l'ordine da Ferdinando II di tenere a tutti i costi Messina, poiché essa era la città maggiormente fortificata della Sicilia, e dunque importantissima per ospitare le truppe e contrastare la rivoluzione. La città fu pesantemente bombardata, ma i messinesi risposerò compatti: non solo uomini adulti ma anche donne e ragazzi molto giovani, costrinsero le truppe borboniche a ritirarsi nei forti. Tra i rivoluzionari si distinsero per valore: Rosa Donato (detta "a cannunera" poiché durante la rivolta ha maneggiato un piccolo cannone), Antonino Lanzetta, Francesco Munafò e Stefano Crisafulli. Alcuni forti furono conquistati dai rivoluzionari, che presero possesso di parte dell'artiglieria borbonica. Tra questi: Rocca Guelfonia, Castellaccio, Forte Gonzaga e Forte Real Basso (ad oggi scomparso, si trovava nei pressi dell'attuale "Passeggiata a Mare").

I soldati borbonici, vista anche la foga e la motivazione degli insorti, non erano propensi al combattimento ed incominciarono ad arrendersi, lasciando ad i messinesi importanti postazioni ed armamenti. Il governo borbonico prendendo atto dell'indomabilità dei rivoltosi messinesi, offrì alla città di Messina uno statuto speciale e la proclamazione a capitale della Sicilia in sostituzione di Palermo, se avesse tradito la causa siciliana e si fosse schierata dalla parte borbonica, ma i messinesi preferirono la distruzione al tradimento. Fu dunque proposta dai borbonici una tregua, accettata dai messinesi a causa dell'esaurimento di munizioni ed altre scorte. Tale tregua durò fino a metà aprile, quando ripresero i bombardamenti borbonici. Fu anche tentato un assalto di fanteria da parte delle truppe borboniche, che fu tuttavia respinto dalla compagine messinese. Poiché i borbonici avevano infranto la tregua senza onorevole preavviso ed avevano attaccato la città durante le festività pasquali, il sacerdote rivoluzionario Giovanni Crimi inviò una lettera al generale Pronio, sfidandolo formalmente a duello.

Gli attacchi borbonici continuarono fino a giugno, ma furono respinti, incluso un attacco navale, nel quale si distinse il capitano di vascello Vincenzo Miloro. I siciliani continuavano a tentare di conquistare la real cittadella, ma essa restava l'unico baluardo borbonico in città, ed era talmente armata e protetta da resistere anche se circondata dalle camice della rivoluzione. Anche luglio ed agosto furono segnati dai bombardamenti, ma il morale a Messina restava alto, tanto da giungere ai giorni nostri, una canzone di quel periodo in dialetto locale, che rivendica la libertà della città.

Le cinque giornate Vista la resistenza e la resilienza che la città di Messina aveva mostrato dal Gennaio al Settembre 1848, venne inviata una spedizione militare composta dai migliori soldati comandati dal più abile generale dell'esercito borbonico: Carlo Filangeri. Si trattava di circa 18.000 uomini equipaggiati al meglio, a cui andavano aggiunti i 5000 già presenti nella real cittadella e i 1500 della marina. Nello schieramento messinese invece si contavano circa 6000 camiciotti, armati in modo rudimentale e non addestrati. Lo svantaggio a quel punto diventò chiaro e inevitabile. Pur in presenza di una netta inferiorità numerica e di risorse, con un rapporto di circa quattro a uno a vantaggio dei borbonici, lo scontro conclusivo dell’assedio di Messina vide una resistenza dei messinesi estremamente combattiva ed sanguigna.

Il 3 settembre le truppe borboniche lanciarono un violento attacco contro Messina, compiendo stragi civili e devastazioni. I siciliani opposero una resistenza accanita, riuscendo persino a respingere inizialmente le truppe nemiche, ma la città venne sottoposta all'ennesimo bombardamento incessante e devastante. La battaglia proseguì con scontri corpo a corpo nelle piazze, nelle vie dei quartieri e persino dentro le case, gli ospedali, le chiese. Alcuni insorti si suicidarono gettandosi dentro un pozzo per non cadere prigionieri. Infine dopo 5 giorni di attacco, e dopo oltre 7 mesi di guerriglia e rivoluzione, la città di Messina cadde. La caduta di Messina rappresentò l'inizio della fine della rivoluzione siciliana.

Targa commemorativa Oggi è presente una targa nei pressi della Casa dello Studente di Messina, in cui si ricordano i camiciotti che perirono gettandosi nel pozzo pur di non finire in mano nemica. Tale pozzo si trovava proprio nei pressi dell'attuale edificio citato.

Note

Bibliografia “Archivio storico messinese. Atti della società storica messinese”, anno I, Messina 1900. P. Calvi, Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848, Londra, 1861. C. Gemelli, “Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49”, Bologna 1867. G. La Farina, Storia della rivoluzione siciliana e delle sue relazioni coi governi italiani e stranieri. 1848-1849, Milano 1860. G. La Masa (a cura di), Documenti della rivoluzione siciliana del 1847-1849 in rapporto all'Italia illustrati da G. La Masa, Torino 1850. P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962.

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