La Xwedodah (in persiano: خویدوده , xidude; in avestico: xᵛaētuuadaθa) era una forma di matrimonio consanguineo storicamente praticata nello zoroastrismo prima della conquista musulmana della Persia. Tali unioni, ispirate alla cosmogonia zoroastriana, erano considerate atti di grande devozione religiosa e di elevata pietà. In effetti, lo Xwedodah era ritenuto un atto di culto supremo, e la sua mancata osservanza poteva comportare sanzioni religiose.

Questa pratica di incesto familiare diretto permetteva ai fedeli zoroastriani di sposare sorelle, figlie, nipoti e perfino le proprie madri. Lo Xwedodah era diffuso soprattutto tra la nobiltà e la famiglia reale, e forse anche tra il clero, mentre non è certo se fosse comune tra le classi sociali inferiori.

Nello zoroastrismo moderno, la pratica è pressoché inesistente, ed è documentato che fosse scomparsa come usanza effettiva già entro l’XI secolo.

Etimologia

Il termine Xwedodah ha origini complesse e la sua evoluzione linguistica attraversa più fasi dell’iranico antico e medio. L’espressione avestica xᵛaētuuadaθa presenta un significato e una funzione ancora ambigui nei testi dell’Avesta recente, ma solo in epoca successiva, nel medio persiano, il termine assume la forma e il significato oggi conosciuti. Nel XIX secolo riemerge nella forma qaêtvadatha (con q al posto dell’avestico x), utilizzata in alcuni testi e studi moderni.

Il composto è formato da due elementi: la prima parte, xᵛaētu, è solitamente interpretata come “famiglia” o “sé”, derivata dalla radice xᵛaē- (“sé stesso”) con il suffisso -tu-; tuttavia, questa derivazione non è del tutto chiara; la seconda parte, vadaθa, viene oggi generalmente collegata alla radice verbale iranica wad-, con il significato di “condurre al matrimonio” o “coniugarsi”, affine a termini di altre lingue indoeuropee che indicano il matrimonio o il coniuge (cfr. sanscrito antico).

Alcuni esempi di termini correlati: avestico vaδū → “moglie”; pahlavi wayūg (persiano bayu) → “sposa”; avestico vaδut → “ragazza in età da matrimonio”; pahlavi wayūdag → “camera nuziale”.

Questa interpretazione etimologica fu proposta da Carl Goldner e successivamente accettata da Émile Benveniste e Christian Bartholomae, divenendo l’opinione prevalente tra gli studiosi occidentali. Tuttavia, essa non è universalmente condivisa: non esiste infatti una radice vadha- nel vedico né vada- nell’avestico riconducibile direttamente a vadh- (“condurre al matrimonio”). Nell’avestico, termini come vāδaya- e upa.vāδaiia- significano “condurre (a nozze)” o “lasciare la casa paterna” (uzuuāδaiia), ma non vanno confusi con altre radici come vah- (“prendere”) o vaz- di forma incerta (uhyá sconosciuta).

La santificazione della Xwedodah Per legittimare religiosamente la pratica dello Xwedodah, furono elaborate narrazioni mitologiche che ne giustificassero le origini divine. Secondo alcune versioni della dottrina zurvanita, si raccontava che Zurvan (il Tempo eterno) avesse una moglie e avesse generato due figli: Ahura Mazda (lo Spirito del Bene) e Ahriman (lo Spirito del Male). In alcune di queste tradizioni, Ahura Mazda avrebbe poi sposato la propria madre, generando con lei diverse creature, tra cui il Sole, i cani, i maiali, gli asini e il bestiame. Queste storie servivano a fornire un precedente cosmico e sacro per l’unione tra consanguinei, elevando lo Xwedodah a atto di imitazione divina.

In altre tradizioni zoroastriane non zurvanite, invece, si narra che Ahura Mazda abbia sposato la propria figlia Spenta Armaiti, la quale diede alla luce Keyumars, il primo uomo, e successivamente Mashya e Mashyana, i progenitori dell’umanità. In questa versione, si interpreta che Keyumars, Mashya e Mashyana siano nati dalla stessa madre, piuttosto che Mashya e Mashyana essere figli di Keyumars, mantenendo così l’idea di una discendenza divina intra-familiare come simbolo di purezza e continuità cosmica.

Fonti religiose zoroastriane Le principali informazioni sulla pratica dello Xwedodah provengono da testi in avestico e pahlavi (medio persiano), accompagnati da studi di orientalisti come Edward William West, Friedrich Spiegel e Mary Boyce.

Fonti avestiche Nei Gatha, i testi più antichi attribuiti al profeta Zarathustra, la divinità Spenta Armaiti è descritta come la “figlia” di Ahura Mazda, il dio supremo dello zoroastrismo. Nei testi successivi, come gli Yasht, questa relazione assume un significato più simbolico: Armaiti non è una figlia in senso letterale, ma una manifestazione della stessa essenza divina, parte dell’unità spirituale con Ahura Mazda, definito “padre e guida” degli esseri celesti. Nel Vendidad, uno dei testi più recenti dell’Avesta, si afferma che chi si sposa con un parente prossimo possiede una purezza particolare, simile a quella degli animali sacri (pecore e buoi). Il loro contatto o i loro fluidi erano considerati incorruttibili da Ahriman, lo spirito del male, e quindi utilizzabili nei riti di purificazione.

Fonti pahlavi Nella letteratura medio-persiana successiva alla dinastia sasanide, lo Xwedodah si consolida come dottrina teologica. Il Bundahishn descrive Ahura Mazda come “madre e padre di tutta la creazione”, poiché genera spiritualmente e materialmente il mondo, ma senza un atto di procreazione fisica.

Il Denkard e il Dadestan-i Denig vanno oltre, sostenendo che l’intera umanità ebbe origine dallo Xwedodah: i primi esseri umani, Mashya e Mashyana, nacquero infatti dall’unione consanguinea di Keyumars (nato dall’unione di Ahura Mazda con Spenta Armaiti). In queste opere, il matrimonio tra consanguinei è descritto come gradito ad Ahura Mazda e simbolo di ordine e purezza cosmica

Nel terzo libro del Denkard, lo Xwedodah è anche interpretato in senso più ampio: qui viene posta una difficile domanda, ovvero se fosse appropriato sposare un ebreo. Il dubbio viene chiarito con la definizione della Xwedodah come sinonimo di unione tra fedeli zoroastriani, che, tuttavia, il testo ammette che questa forma poteva includere anche rapporti incestuosi, considerati comunque nobili.

Le Revayat del XV secolo, corrispondenze tra sacerdoti zoroastriani, ribadiscono questa interpretazione e classificano le unioni secondo un ordine di valore religioso:

Madre e figlio (la più sacra), Padre e figlia, Fratello e sorella.

La sacralità aumentava se la donna (madre o figlia) era anche sorellastra del partner. Le stesse fonti ammettono però che tali pratiche erano ormai scomparse da secoli, ricordate solo come riti simbolici o ideali mitologici, e menzionate di sfuggita anche nello Shahnameh, il grande poema epico persiano.

Fonti religiose non zoroastriane Circa sessanta fonti esterne – provenienti da autori greci, romani, armeni, ebrei, arabi, indiani, tibetani e cinesi – menzionano la pratica dei matrimoni incestuosi tra fratello e sorella presso i Persiani zoroastriani, in un arco temporale di circa duemila anni (dal V sec. a.C. al XV sec. d.C.). Per mantenere la stabilità, dopo la conquista islamica della Persia, il Califfato permise ai popoli sottomessi di mantenere le proprie usanze locali purché pagassero i tributi, fatto che consentì allo Xwedodah di sopravvivere, almeno in parte, fino al Medioevo.

Fonti greco-romane Autori come Xanto di Lidia e Ctesia di Cnido affermano che i Magi, il clero zoroastriano, avevano rapporti sessuali e matrimoniali con parenti stretti. Erodoto afferma che prima di Cambise I tale pratica non esisteva in Persia. Anche scrittori romani come Catullo e Ovidio alludono a unioni consanguinee tra i Persiani, mentre Quinto Curzio Rufo afferma nelle sue storie che il governatore sogdiano Sisimitre generò due figli con la propria madre.

Fonti ebraiche Nel Talmud babilonese, i rabbini ebrei babilonesi discussero teoricamente la liceità dei rapporti sessuali tra fratelli nelle popolazioni non ebraiche, proibite agli ebrei e permesse ai gentili (non ebrei), prendendo come riferimento implicito la dottrina dello Xwedodah. Filone di Alessandria sosteneva che i figli nati da unioni incestuose tra nobili fossero considerati “esaltati” o di rango superiore. Il Talmud cita casi simili a quelli zoroastriani, senza però menzionare esplicitamente lo zoroastrismo.

Fonti islamiche Cronisti come al-Tha'alibi scrissero che Zarathustra avrebbe reso leciti (halal) i matrimoni tra fratelli e sorelle o padri e figlie, prendendo esempio da Adamo, che avrebbe unito i propri figli tra loro. al-Masudi racconta che Ardashir I incoraggiò tali unioni per rafforzare i legami familiari, mentre Abū Hayyān al-Tawhīdī le difinì depravate e contro natura, accusandole di causare malformazioni.

Fonti cristiane Il teologo gnostico Bardesane, citato da Eusebio, affermava che i Persiani praticavano l’incesto ovunque andassero, e che i Magi lo mantennero vivo per secoli. Padri della Chiesa come Pseudo-Clemente e Basilio di Cesarea condannarono lo Xwedodah come contrario alla morale cristiana. Eznik di Kolb accusò Zoroastro di aver introdotto la dottrina per giustificare i propri desideri, mentre San Girolamo accomunò i Persiani a popoli “impuri” come Etiopi e Medi.

Il Sinodo di Beth Lapat emise decreti contro i cristiani che imitavano la pratica, sostenuti dal patriarca Aba I, un ex zoroastriano convertito.

Le fonti cristiane orientali, vissute sotto dominio persiano, sono tra le più dettagliate: autori come Iso‘bokht, patriarca nestoriano di Persia, descrissero lo Xwedodah come una realtà concreta e diffusa, non una leggenda.

Fonti cinesi Il viaggiatore Du Huan (VIII secolo) riferì che la legge religiosa di una fede mediorientale non abramitica – probabilmente il manicheismo – permetteva matrimoni all’interno dello stesso clan. In una iscrizione bilingue pahlavi-cinese trovata a Xi’an, una donna della famiglia reale Surin è indicata in cinese come “moglie”, ma nella versione pahlavi come “figlia”, suggerendo una possibile relazione incestuosa ritualizzata.

Note

Voci correlate Zoroastrismo

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