Il De Unitate Intellectus contra averroistas (dal latino: Sull'unità dell'intelletto contro gli averroisti) è un'opera di san Tommaso d'Aquino.

Contesto A partire dal 1267 san Bonaventura iniziò a contestare gli averroisti, filosofi che sostenevano due punti dottrinali: l'unità dell'intelletto e l'eternità del mondo, tesi che risultavano inaccettabili nel contesto cristiano e latino della Facoltà delle arti:

L'averroismo si presentava a Tommaso d'Aquino attraverso le seguenti sei proposizioni fondamentali: l'uomo particolare è costituito dall'anima sensibile individuale, estesa e unita al corpo. l'intelletto «materiale» (o «possibile») è una sostanza separata ed eterna, separata dal corpo, unica per tutti gli uomini e che non è formasostanziale del corpo; l'intelletto agente è una sostanza separata che ha la funzione di astrarre gli universali dai particolari; la conoscenza particolare si realizza nell'uomo attraverso la mediazione di immagini individuali (phantasmata); la conoscenza particolare è chiamata intelletto speculativo, che è individuabile e distruttibile a causa della sua unione con le immagini. l'intelletto agente e l'intelletto materiale, una volta compiuta la conoscenza umana, formano, nella loro unione, l'intelletto acquisito. È attraverso questo stato che l'uomo acquisisce la felicità.

Il De Unitate è quindi un libro scritto in un periodo di crisi, una crisi che sembra coinvolgere l'intera filosofia.

Tommaso spinse la sua indignazione nei confronti degli averroisti fino ad invitarli ad una disputa pubblica fra maestri, davanti ai rispettivi studenti.De unitate intellectus contra averroistas, c. 5, in Id. Opera omnia iussu Leoninis XIII P.M. edita, t. XLIII, cura et studio Fratrum Praedicatorum, Ed. di San Tommaso, Roma 1976, 289-314, p. 314, II. 431-441. Come citato in L'opera stessa fu il resoconto rielaborato della disputa di Anagni.

Contenuto Il libro è suddiviso in cinque capitoli. I primi due riguardano in particolare gli aspetti filologici del dibattito, mentre i tre successivi sono di natura argomentativa. Nel primo capitolo, Tommaso d'Aquino manifesta le contraddizioni insite nella lettura di Averroè del De Anima; la dottrina dello Stagirita è opposta alla dottrina del monopsichismo. Ogni tesi averroista viene contraddetta con una frase del trattato. Il capitolo si conclude con la frase:

Il secondo capitolo conclude la critica filologica mostrando che Averroè contraddice la tradizione peripatetica; i commenti di Temistio, Teofrasto e Alessandro di Afrodisia vengono contrapposti, dall'analisi di Tommaso, al commento di Averroè. Averroè viene addirittura descritto come il “depravatore” e il “corruttore” del peripatetismo. Se i primi due capitoli cercano di isolare Averroè - che non è estraneo alla tradizione aristotelica né è realmente in linea con quanto afferma testualmente Aristotele -, gli ultimi tre dimostrano l'impossibilità dell'averroismo. Infatti, il terzo capitolo è un attacco all'affermazione della separazione dell'intelletto dall'anima umana, il quarto e il quinto capitolo dimostrano la molteplicità dell'intelletto. Tali confutazioni avvengono: in modo positivo, dimostrando l'impossibilità dell'unità dell'intelletto possibile (nel quarto capitolo); negativamente: dimostrando la possibilità e la necessità della molteplicità di questi intelletti, mediante la falsificazione dell'impossibilità di tale molteplicità (quinto capitolo).

Note

Bibliografia

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Categoria:Opere di Tommaso d'Aquino