Il termine tedesco Völkerabfälle, traducibile in italiano come "scarti di popoli", fu un termine utilizzato nel XIX secolo in ambito storico ed etnografico per indicare i “residui” o “resti” di popoli antichi che, nel corso del tempo, erano stati assorbiti o sottomessi da nazioni più grandi. Etimologia Il termine Völkerabfälle è composto dalle parole tedesche Völker (“popoli”, plurale di Volk) e Abfälle (“scarti”, “residui” o “rifiuti”). Letteralmente significa quindi “scarti di popoli” o “residui di popoli”. In origine, il termine aveva un uso descrittivo in ambito linguistico ed etnografico, volto a indicare i resti di antiche popolazioni o tribù assorbite da entità statali più grandi. Solo in seguito, attraverso l’uso di Friedrich Engels, l’espressione assunse una connotazione politica e ideologica, venendo impiegata per descrivere popoli considerati privi di un ruolo storico autonomo nel progresso sociale. Storia
L’espressione acquisì particolare notorietà grazie a Friedrich Engels, che la impiegò nel 1849 in un articolo pubblicato sulla Neue Rheinische Zeitung. In questo contesto, Engels utilizzò il termine in senso politico e dispregiativo per riferirsi alle piccole nazioni dell’Europa, considerate “frammenti” di popoli sconfitti e, a suo giudizio, inclini a divenire “fanatici alfieri della controrivoluzione”.
Egli offre come esempi storici: i Giacobini: "Tali, in Scozia, sono i Gaeli, sostenitori degli Stuart dal 1640 al 1745." la Chouannerie: "Tali, in Francia, sono i Bretoni, sostenitori dei Borbone dal 1792 al 1800." la prima guerra carlista: "Tali, in Spagna, sono i Baschi, sostenitori di Don Carlos." gli slavi del Sud: "Tali, in Austria, sono gli Slavi meridionali panslavisti, che non sono altro che il frammento residuo di popoli, risultante da un migliaio di anni di sviluppo estremamente confuso."
Engels si riferiva anche in modo specifico all’insurrezione serba del 1848–49, durante la quale i serbi della Voivodina combatterono contro la rivoluzione ungherese, fino ad allora vittoriosa. Engels concluse l’articolo con la seguente previsione:
Le idee di Friedrich Engels sui cosiddetti popoli non storici furono successivamente criticate dal socialista di rilievo Karl Kautsky, il quale nel 1915 sostenne che, dopo gli eventi del 1848–1849, gli slavi meridionali, i cechi e gli austriaci avevano conosciuto uno sviluppo tale da smentire, di fatto, le posizioni sostenute da Marx ed Engels. Riferendosi al pensatore socialista Heinrich Cunow, Kautsky scrisse:
Un’analisi approfondita della posizione di Engels è stata condotta da Roman Rosdolsky nel volume Engels e i popoli “non storici”: la questione nazionale nella rivoluzione del 1848. Rosdolsky sottolinea che esistono due modi di intendere Marx ed Engels: da un lato, come creatori di un metodo scientifico di analisi storica, intrinsecamente critico e dinamico; dall’altro, come figure dogmatiche, elevate a una sorta di “Padri della Chiesa” del marxismo. Egli precisa:
Nel suo lavoro, Rosdolsky esamina nel dettaglio il contesto storico e ideologico che portò Engels a formulare le sue tesi. Marx ed Engels avevano sostenuto con entusiasmo la rivoluzione del 1848, diffusasi in gran parte dell’Europa, considerandola un primo passo verso la rivoluzione socialista che si riteneva imminente. Tuttavia, le forze della reazione si ricompattarono rapidamente: nell’ottobre del 1848, l’Austria — sotto l’influenza del cancelliere Klemens von Metternich — soffocò brutalmente la rivolta di Vienna.
Fu in questo contesto che Engels elaborò il suo celebre articolo sui popoli “non storici”, spinto dall’atteggiamento degli slavi austriaci, i quali — secondo lui — si erano rifiutati di liberarsi dal dominio asburgico e avevano mostrato una convinta adesione alla controrivoluzione metternichiana.
Esempi Seguendo il concetto engeliano di Völkerabfälle, è possibile riscontrare numerosi esempi, sia storici sia contemporanei, in cui gruppi umani sono stati considerati “residui di popoli”, ossia comunità percepite come arretrate, non storiche o destinate a scomparire di fronte all’avanzata di popoli ritenuti più “progressivi”. XIX secolo Nel XIX secolo, alcuni pensatori tedeschi e ungheresi — tra cui lo stesso Friedrich Engels — applicarono il concetto ai popoli slavi meridionali (come croati, sloveni, bosniaci e serbi), giudicati incapaci di formare Stati autonomi e destinati a essere assorbiti dalle “nazioni storiche” (tedeschi, ungheresi, polacchi). L’idea si diffuse anche tra alcune élite liberali europee, che consideravano certi gruppi linguistici o culturali come “avanzi etnici” da integrare nella civiltà moderna.
Dopo la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico nel 1918, la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Regno di Jugoslavia) rappresentò una chiara confutazione della visione engelsiana: le nazioni jugoslave, un tempo ritenute “residui storici”, si dimostrarono capaci di costituire uno Stato sovrano e di esprimere una propria identità politica e culturale. Nel corso del XX secolo, la successiva formazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, guidata da Josip Broz Tito, consolidò ulteriormente il ruolo storico e politico degli slavi meridionali, ponendoli al centro della scena balcanica e internazionale.
Colonialismo europeo
Durante l’espansione coloniale dei secoli XIX e XX, le potenze europee adottarono una visione simile, giustificando la sottomissione dei popoli indigeni dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe come parte di una presunta “missione civilizzatrice”. In questo contesto, le culture native vennero interpretate come residui di uno stadio primitivo dell’evoluzione umana, destinate a essere assimilate o eliminate. Esempi significativi si riscontrano nel trattamento dei nativi americani, degli aborigeni australiani e delle popolazioni herero e nama nella colonia tedesca dell’Africa sud-occidentale e nell'Unione Sudafricana.
Nazionalsocialismo
L’ideologia del nazionalsocialismo tedesco rappresenta la radicalizzazione del concetto di Völkerabfälle in chiave biologica e razziale. Il regime classificò ebrei, zingari, slavi e altre minoranze come Untermenschen (“subumani”), considerandoli residui degenerati dell’umanità da eliminare nell’ambito del progetto di purificazione etnica e di costruzione del Volksgemeinschaft (“comunità nazionale”). Questa interpretazione portò direttamente alle politiche genocidarie dell’Olocausto e delle guerre d’annientamento in Europa orientale. Impero ottomano e Turchia moderna
Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il concetto trovò eco anche nel contesto ottomano. Durante il periodo dei Giovani Turchi, le minoranze armene, greche e assire furono rappresentate come “ostacoli storici” alla modernizzazione e all’unificazione nazionale turca. Tale visione contribuì ai processi di persecuzione e deportazione culminati nel genocidio armeno del 1915. Unione Sovietica e Cina
Nell'Unione Sovietica, sin dalla sua nascita, alcune minoranze etniche dell’Asia centrale, della Siberia e del Caucaso vennero considerate arretrate e integrate forzatamente nel progetto socialista, in nome del progresso storico e dell’unità sovietica. Durante il regime di Iosif Stalin, questa visione si tradusse in una serie di deportazioni di massa che colpirono milioni di persone accusate di collaborazionismo o di “arretratezza nazionale”. Tra il 1941 e il 1944 furono deportati i Tedeschi del Volga, i Calmucchi, i Carachi, i Balcari, i Ceceni, gli Ingusci e i Tatari di Crimea, trasferiti forzatamente in Kazakhstan, Siberia e Asia centrale in condizioni disumane, con pesanti perdite di vite umane. Dopo la morte di Stalin, Nikita Chruščëv avviò un processo di riabilitazione parziale, consentendo a molte popolazioni di rientrare nelle loro terre, sebbene alcune — come i Tedeschi del Volga e i Tatari di Crimea — non recuperarono mai la propria autonomia. Queste deportazioni riflettevano la concezione paternalista e gerarchica del potere sovietico, secondo cui il centro russo incarnava il progresso socialista mentre le periferie etniche venivano trattate come popoli “da civilizzare”, in continuità con la logica dei popoli non storici elaborata nel XIX secolo.
Similmente, in Cina, le politiche di assimilazione culturale nei confronti di tibetani, uiguri e mongoli vengono spesso interpretate come espressione di un modello di sviluppo che considera tali popolazioni come “da modernizzare”.
Note
Voci correlate Hegel Volksgeist Marxismo
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