Figura di rilievo della sinistra triestina, fu dapprima dirigente del Partito Comunista Italiano e successivamente segretario provinciale del Partito Democratico della Sinistra e dei Democratici di Sinistra, contribuendo alla nascita dell'Ulivo e del centrosinistra locale.

È considerato il primo dirigente della sinistra italiana ad aver avviato una revisione autocritica sulle vicende del confine orientale, tra cui i massacri delle foibe e l'esodo giuliano-dalmata, promuovendo il confronto storiografico e il dialogo tra culture politiche fino ad allora distanti.

Biografia Percorso politico-culturale Nato a Isola d'Istria nel 1934, a seguito dell'esodo giuliano-dalmata Spadaro si trasferì a Trieste, dove fu insegnante di storia e filosofia al Liceo scientifico Galileo Galilei. Iscrittosi al Partito Comunista Italiano (PCI) nel 1964 come scelta antifascista, si considerava di formazione crociana. Dal 1977 al 1980 fu assessore alla cultura della giunta provinciale guidata dal socialista Lucio Ghersi, la più a sinistra nella storia della provincia, con nove assessori comunisti e tre socialisti. Nel 1991, a seguito della svolta della Bolognina, divenne il primo segretario provinciale del Partito Democratico della Sinistra (PDS), incarico che mantenne anche con la nascita dei Democratici di Sinistra (DS) nel 1998. Fu tra gli ideatori della candidatura di Riccardo Illy a sindaco di Trieste nel 1993, alla guida della prima coalizione di centrosinistra della città L'articolo indica erroneamente la giunta provinciale Ghersi come composta da DC e PSI. Per la corretta composizione della giunta, cfr. . Nel 2007 fu uno dei fondatori del Partito Democratico (PD) a Trieste.

Fu tra i promotori del Gruppo 85, un'associazione fondata da intellettuali italiani e sloveni per favorire il dialogo culturale tra le due comunità.

Interventi pubblici su esodo giuliano-dalmata e foibe Spadaro è considerato un pioniere, nell'ambito della sinistra italiana, della riflessione sulle violenze e le persecuzioni commesse, durante e dopo la seconda guerra mondiale, dai partigiani comunisti jugoslavi e, successivamente, dal nascente regime di Tito contro la popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia. Promosse in particolare il confronto sui massacri delle foibe, l'esodo giuliano-dalmata e l'integrazione di tali eventi nella memoria pubblica dell'Italia repubblicana.

Nel 1986, Spadaro intervenne nel dibattito sorto sulle pagine de Il Piccolo dopo la pubblicazione di una lettera che criticava l'atteggiamento dei comunisti italiani verso gli esuli istriani nel dopoguerra, richiamando anche l'episodio del treno della vergogna alla stazione di Bologna. In risposta, Spadaro, allora consigliere provinciale del PCI, riconobbe le responsabilità del partito, affermando: «so certamente che noi comunisti sbagliammo, a Bologna e qui a Trieste, nel giudizio che demmo sull'esodo e sugli esuli, nell'atteggiamento che tenemmo nei loro confronti negli anni dell'esodo e per anni, in seguito». Attribuì l'impostazione tenuta allora dal PCI anche a «un modo "ideologico" di guardare la realtà, per cui spesso si vedeva solo ciò che si voleva vedere»In un contesto ancora segnato da profonde divergenze politiche nell'interpretazione delle vicende del confine orientale, la dichiarazione di Spadaro fu accolta da Giorgio Bevilacqua, esponente della Federazione italiana volontari della libertà, come «un tardivo "ravvedimento" assolutamente non credibile». Cfr. Ora in .

Nel 1996, da segretario provinciale del PDS di Trieste, Spadaro redasse un documento politico sulle foibe, reso pubblico il 21 agosto in un articolo del Corriere della Sera firmato da Roberto Morelli, nell'ambito del dibattito allora in corso che metteva a confronto le foibe con l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Il documento condannava i massacri delle foibe e l'atteggiamento tenuto in merito dalla sinistra italiana, secondo lui caratterizzato da reticenza e ambiguità, invitando a una riflessione autocritica: «Ciò ha significato non fare i conti, da Sinistra, con la storia di tutto il nostro Paese. Con questo problema la Sinistra deve fare i conti. Ritardi, imbarazzi e reticenze del passato non sono giustificabili». Spadaro affermava: «Il dibattito di questi giorni sulle pagine del Corriere attesta ancora una volta che una parte della storia d'Europa, perché questo sono le Foibe, per molti, non è conosciuta, non è approfondita». Proseguiva biasimando la minimizzazione del fenomeno: «Si formulano giudizi e definizioni che non fanno i conti con la realtà della storia. Trieste e la Venezia Giulia sembrano essere un'appendice remota di questo Paese, anche nell'approccio di qualificati storici e uomini di cultura di diverso orientamento». Secondo Spadaro, «la tragedia delle Foibe fu un insieme di azioni terroristico-militari», di ritorsione antifascista ma anche «per eliminare quanti erano considerati oppositori all'annessione alla Jugoslavia e al regime». Sottolineava inoltre che «l'ideologia totalitaria del comunismo diede allora copertura e legittimazione» e che si trattò di «uno dei punti più acuti delle tragedie che l'Europa ha conosciuto in questo secolo». Concludeva infine che sarebbe stato «imperdonabile trattare ancora una volta questo capitolo con superficialità se non con fastidio».

L'autore del servizio, Roberto Morelli, definì quella avviata da Spadaro «una vera e propria svolta, per i toni e la chiarezza di linguaggio e soprattutto per un'autocritica severa e corrosiva, in merito a eventi storici troppo a lungo rimossi dalla coscienza collettiva». Il senatore a vita Leo Valiani, fiumano, in un'intervista pubblicata nello stesso numero del Corriere, accolse con soddisfazione le dichiarazioni di Spadaro, in cui vide confermata la propria posizione nel dibattito sui massacri del Novecento: «Non c'è differenza fra gli stermini nazisti e quelli comunisti. Vanno onorate tutte le vittime dei massacri, compresi quelli comunisti». Valiani biasimò inoltre il cinquantennale ritardo con cui a sinistra si iniziava a discutere di questi temi, osservando: «I comunisti hanno taciuto, perché i nazionalisti jugoslavi, responsabili dei crimini commessi nelle Foibe, erano comunisti».

Circa una settimana dopo, Spadaro si disse soddisfatto del dibattito suscitato dal suo intervento, definendolo un confronto «in termini nuovi e al di là degli schemi rituali, con una forte ansia di verità storica e di pietà verso le vittime». Sottolineò come la «rimozione della storia della Venezia Giulia» avesse impedito il riconoscimento della dignità delle vittime delle foibe e dell'ingiustizia subita dagli esuli, contribuendo al senso di estraneità di Trieste rispetto alla politica nazionale. Invocò inoltre una «memoria nazionale comune al di là degli schemi ideologici contrapposti», mettendo in guardia dal rischio che alla rimozione seguisse «un'attenzione superficiale, rancorosa, gonfiata da motivazioni nazionalistiche». Infine, evidenziò il pericolo di un ritorno dei nazionalismi nella Venezia Giulia, dove «la democrazia è stata sconfitta da due nazionalismi, quello italiano, esasperato dal fascismo, e quello jugoslavo, a cui diede una copertura l'ideologia totalitaria del comunismo», auspicando per Trieste «una più forte coscienza nazionale, sicura di sé e rispettosa dei diritti di tutti».

L'intervento di Spadaro del 1996 è generalmente ritenuto un momento di svolta nell'approccio della sinistra alle vicende del confine orientale. Secondo alcuni osservatori pose fine a una lunga fase di rimozione e inaugurò un atteggiamento più autocritico e storiografico, mentre altri lo giudicarono criticamente l'avvio di una revisione storica "di governo".

Nel 1998 organizzò, insieme al deputato di Alleanza Nazionale (AN) Roberto Menia, l'incontro tra Luciano Violante, presidente della Camera dei deputati ed esponente dei DS, e Gianfranco Fini, presidente di AN, svoltosi al Teatro Verdi di Trieste nel marzo di quell'anno. L'iniziativa, dedicata ai temi della democrazia e dell'identità nazionale, è considerata una tappa significativa nel dialogo tra culture politiche diverse sulle vicende del confine orientale.

Ruolo nell'istituzione del Giorno del ricordo e dibattito pubblico Nel 2004, nella seduta della Camera dei deputati dedicata alla votazione della legge istitutiva del Giorno del ricordo quale commemorazione delle foibe e dell'esodo, il segretario dei DS Piero Fassino, nel dichiarare il voto favorevole del proprio gruppo, volle «rendere omaggio» a Spadaro, «che, consapevole di quel dramma, si è battuto perché la sinistra italiana desse una lettura di quella vicenda giusta e generosa, svolgendo un ruolo essenziale»Nel 2022 Fassino tornò sul ruolo di Spadaro: «È vero la mia parte politica ha avuto la coda di paglia a raccontare l'intera vicenda del confine orientale. Per questo ho apprezzato lo sforzo di un nostro dirigente di Trieste, Stelio Spadaro, che per primo nel nostro campo ha sdoganato il tema delle foibe. Le posizioni di Spadaro, che contribuì tra l'altro a organizzare nel 1998 lo storico incontro tra Fini e Violante al teatro Verdi di Trieste, erano molto distanti da quelle di uno storico dirigente del Pci giuliano, Vittorio Vidali». Cfr. .

All'indomani del Giorno del ricordo del 2007 – quando il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, anch'egli proveniente dal PCI, denunciò la «congiura del silenzio» sulle tragiche vicende del confine orientale – l'Unità pubblicò un'intervista a Spadaro, presentandolo come «l'iniziatore della revisione storica della sinistra sull'esodo e le foibe», e osservando che «la riscrittura della storia patrocinata da Spadaro ha avuto un riconoscimento ieri al Quirinale». Nell'intervista, Spadaro esortò la destra italiana a riconoscere senza reticenze anche le responsabilità storiche del nazionalismo italiano nelle violenze che segnarono il confine orientale, per giungere a un autentico europeismo, antidoto ai nazionalismi contrapposti.

Nello stesso anno, Spadaro replicò a un articolo dello storico Enzo Collotti, che criticava la retorica pubblica del Giorno del ricordo e il rischio di «una indecente e impudica par condicio della storia» tra la Shoah e le foibe. Collotti invitava a leggere la vicenda del confine orientale nel contesto delle politiche di snazionalizzazione fascista e del conflitto interetnico sorto nella Venezia Giulia, mettendo in guardia dall'uso politico delle tragedie del dopoguerra. Spadaro, pur condividendo l'esigenza di una lettura storica complessiva, criticò quella che definì un'applicazione riduttiva dello schema storiografico antifascista, fondato sul nesso «azione-reazione (azione: fascismo; reazione: foibe ed esodo), la prima da condannare e la seconda da giustificare», schema che «andava e va in frantumi non appena si consideri che vittime del progetto politico comunista jugoslavo furono anche molti sloveni e croati non comunisti». Sostenne inoltre che nella Venezia Giulia «non furono solo due i totalitarismi, fascismo e nazismo, macchiatisi di imperdonabili crimini, ma tre, compreso il comunismo», auspicando un confronto storico libero dagli schemi ideologici e attento alla complessità delle memorie.

Spadaro collaborò in più occasioni con lo storico Patrick Karlsen. I due curarono insieme il volume L'altra questione di Trieste. Voci italiane della cultura civile giuliana 1943-1955, pubblicato nel 2006. Nel 2010, Spadaro presentò in diversi incontri pubblici il volume di Karlsen Frontiera rossa. Il PCI, il confine orientale e il contesto internazionale, che giudicò un contributo significativo alla comprensione dell'atteggiamento del PCI verso la Venezia Giulia. Spadaro vi ravvisò la conferma della propria convinzione secondo cui il partito considerava la Venezia Giulia «un corpo estraneo al perimetro nazionale italiano, il frutto di una guerra di conquista mai digerita: quella del 1915-18».

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