La Trinità è un dipinto a olio su tela (154 x 262 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, intorno 1616-17 o al 1617-18. È conservato presso la Unicredit Art Collection, Palazzo Magnani, Bologna.

Storia La prima menzione di questo dipinto risale al 1836, quando G.Giordani lo descrive con queste parole: «La SS.a. Trinità così figurata. Il Dio Padre eterno ed il divino Figliuolo sedenti nelle nuvole con Serafini a piedi, ed in mezzo lo Spirito Santo in forma di colomba. Figure grandi al naturale colorite con la robusta prima maniera del pittore con teste di carattere maestoso e piene di gravità, singolarmente quella del Padre eterno con lunga barba maestrevolmente dipinta. Opera bella e ben conservata.» L'opera è tuttavia assente nel catalogo dei quadri di casa Angelelli, redatto da Marcello Oretti alla fine del XVIII secolo e che include una sola opera del Guercino: Una Tavola d'altare con Cristo morto, la B.V. Piangente.Biblioteca Comunale dell'Archiginnasio (Bologna), ms. B104, II, c. 107. Nella prima edizione della Felsina pittrice, del 1678, l'opera non è presente, mentre compare nell'edizione del 1841, aggiunta da Giampietro Zanotti. È citata dall'Atti. Fu pubblicata da Maurizio Marini nel 1977. Il dipinto pervenne alla Collezione Hercolani-Fava-Simonetti nel 1836 a seguito del matrimonio fra Teresa Angelelli, figlia del marchese Massimiliano Angelelli, e Filippo Hercolani. Nel 1986 il dipinto fu acquistato dall'allora Credito Romagnolo, e collocato a Palazzo Magnani. Fu catalogato dal Salerno, che ha formulò l'ipotesi che il dipinto fosse destinato ad una posizione alta, forse sopra all'ingresso di una cappella, dato il notevole scorcio. Ma il luogo non è stato identificato.

Descrizione e stile Il dipinto rappresenta la Trinità in un’ambientazione celeste resa come una vasta distesa di nubi, sullo sfondo di un cielo percorso da bagliori caldi. Al centro, sospesa in un alone luminoso, si trova la colomba dello Spirito Santo, posta esattamente a raccordo tra le due figure maggiori.

A sinistra è raffigurato Cristo, seduto sulle nubi, con il busto nudo e avvolto in un ampio mantello blu violaceo che scende in pieghe profonde. Il volto, rivolto verso il Padre, è leggermente inclinato e incorniciato da capelli scuri; la mano destra è sollevata nel gesto di parlare o indicare, mentre la sinistra regge uno scettro dorato, appoggiato diagonalmente tra le gambe. Sotto i suoi piedi si intravedono testine di cherubini che emergono dalle nubi.

A destra siede Dio Padre, avvolto in un mantello porpora dal pesante risvolto decorato, che crea un ampio volume attorno al corpo. Porta una lunga barba bianca e fissa Cristo con un’espressione attenta e grave. Tiene nella mano sinistra il globo sormontato da una croce, mentre la destra impugna un secondo scettro dorato, parallelo a quello del Figlio. Anche sotto di lui compaiono cherubini, disposti a sostenere la figura e ad ancorarla simbolicamente alla scena celeste.

L’insieme è costruito su una forte simmetria: le due figure principali, entrambe sedute le figure si fronteggiano ai lati della colomba centrale, creando un equilibrio stabile e solenne. Le nubi fungono da basamento continuo e da raccordo spaziale, mentre la luce, concentrata nella zona centrale e sfumata ai margini, contribuisce a unificare la composizione. Tutta la scena è fortemente scorciata da sottinsù.

Dal punto di vista stilistico, il dipinto si colloca nella fase giovanile del pittore, ed è accostabile alla Madonna col Bambino e i santi Giuseppe, Agostino, Luigi e Francesco, un fanciullo donatore e due angeli (1616) conservato a Bruxelles, Musées royaux des Beaux-Arts, che «rappresenta un punto di riferimento essenziale per la comprensione del primo sviluppo del Guercino.» Nel dipinto affiora l’interesse del giovane Guercino per la scioltezza del gesto e per la vivacità narrativa delle prove giovanili di Ludovico Carracci, cui guarda con attenzione. Allo stesso tempo non mancano richiami alla pittura ferrarese, in particolare a Carlo Bononi, riconoscibili nella generosità dei panneggi e nella pienezza della materia cromatica. Tra il 1616 e il 1617 l’artista è impegnato con grande intensità negli affreschi di casa Pannini a Cento, probabilmente affiancati da altre commissioni pubbliche e private, tanto da non poter accettare la proposta, di notevole prestigio, del marchese Enzo Bentivoglio.

Massimo Pulini ha ipotizzato che la tela possa essere attribuita a Benedetto Zalone, uno dei primi e più personali seguaci del Guercino, basandosi su alcune affinità nelle fisionomie e su certi accenti espressivi energici che ricordano le sue pale della Madonna di San Luca e santi e dell’Assunta e santi per la Chiesa di San Pietro (Cento).

Tuttavia, al di là di qualche asprezza nel modellato, l’opera presenta una sicurezza costruttiva e una proprietà di esecuzione che non si riscontrano nella produzione di Benedetto, mentre risultano pienamente coerenti con il linguaggio del giovane Guercino.

Note

Bibliografia

Collegamenti esterni

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