Gli ebrei di Bukhara comprendono la popolazione ebraica dell'Asia centrale che parla come lingua madre il dialetto ebraico della lingua tagica (lingua bukhori). Questo appellativo venne usato per la prima volta dai viaggiatori russi tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, poi anche dai britannici e dagli indiani. Gli ebrei di Bukhara si identificano come Y]Isroʾel (stile raffinato) o Yahūdī (stile ufficiale/neutro). La seconda espressione era in uso anche nella terminologia ufficiale persiana (nella variante tagica) e chagatai prima della conquista dell'Asia centrale da parte dell'Impero russo.

Tra gli altri appellativi con cui sono noti gli ebrei di Bukhara si citano ju[h]ud/jut (termine dispregiativo bandito negli anni venti del XX secolo ma ancora in uso anche tra gli stessi ebrei), tuzemnye evrei ("ebrei indigeni", nomenclatura russa degli anni venti e trenta del Novecento) e mayda-millat ("membro di una minoranza etnica", eufemismo uzbeco e tagico degli anni venti e trenta del Novecento).

Storia Il periodo preislamico Si suppone che gli ebrei avessero raggiunto l'Asia centrale parallelamente alla conquista di Babilonia da parte dell'Impero achemenide, ovvero dopo il 539 a.C. Il Libro di Ester afferma che la popolazione ebraica era presente in tutte le satrapie dell'impero, tra cui la Partia. La prima evidenza tangibile della presenza ebraica in Transoxiana è un racconto babilonese dell'inizio del IV secolo, in cui si parla di un āmōrā in visita a Merv, importante centro della via della seta. Lo storico Nathan ben Isaac HaBabli asserisce che in quel periodo le autorità ebraiche babilonesi erano, in materia di diritto religioso, le più importanti per gli ebrei del Khorasan (la parte orientale della Grande Persia).

Altre testimonianze della presenza ebraica in Asia centrale sono date dal rinvenimento di ossari databili al V-VII secolo con iscrizioni in caratteri ebraici quadrati nei pressi di Bayrām-ʿAlī, località molto vicina ai resti dell'antica Merv, oppure dall'affermazione contenuta nello Šahrestānīhā ī Ērānšahr secondo cui Narsete di Persia, fondatore della capitale corasmia Kat, fosse figlio di un ebreo. Un'ulteriore prova è data dalle iscrizioni in lingua ebraica persiana rinvenute a Tang-e Āzāo, nella provincia afghana di Ghowr.

Dall'arrivo dell'Islam all'invasione mongola Con la conquista islamica della Transoxiana gli ebrei assunsero lo status di dhimmi, ovvero furono assoggettati a un'entità fiscale autonoma con un capo amministrativo responsabile nei confronti dell'amministrazione musulmana per il pagamento delle relative tasse da parte della comunità. Ṭabarī riporta che gli ebrei erano soggetti al pagamento della jizya (la tassa per i non musulmani) e del kharāj (la tassa fondiaria). Esistono prove che già alla fine del X secolo gli ebrei dell'Asia centrale indossassero abiti gialli, in conformità a un requisito dello šorūṭ di ʿOmar ibn al-Khaṭṭāb (il codice delle restrizioni inflitte ai non musulmani). Erano impegnati nelle attività commerciali e pare che fossero esperti nell'estrazione e nella lavorazione del piombo.

Gran parte degli ebrei viveva a sud dell'Amu Darya e pare costituisse una parte considerevole della popolazione all'inizio dell'Impero ghaznavide del XI secolo, almeno secondo quanto riportato dal poeta 'Onsori. Autori come Yaqut, Abu'l-Fadl Bayhaqi, al-Istakhri e Naser-e Khosrow menzionano la presenza di una comunità ebraica a Balkh. In Transoxiana vi erano ebrei a Merv, ad Abivard e a Samarcanda, secondo quanto riportato da sporadici riferimenti leggendari, nonché al confine tra le aree persianofone e turcofone come nella città di Jand, che pare fosse stata teatro di un massacro ai danni della popolazione ebraica, dedotto da una menzione di Rashid al-Din Vatvat. Anche il Turkestan orientale, di prevalenza turca, ospitava comunità ebraiche nella località di Bahī, assieme a musulmani, cristiani e zoroastriani, almeno secondo quanto raccontato dal viaggiatore del X secolo Abū Dulaf al-Yanbūʿī.

Dall'invasione mongola al periodo zarista

Tra il XIII e il XV secolo si registrano riferimenti sparsi in merito alla presenza ebraica in Asia centrale. Agli inizi del XIII secolo viene menzionata per la prima volta la presenza di una comunità ebraica a Bukhara, mentre nel secolo successivo si apprende che a Gorgānj, l'odierna Urgench e un tempo capitale della Corasmia, il numero di ebrei e cristiani autorizzati a stabilirvisi era limitato a 100 "case" per ogni comunità. Da questa città proveniva Solomon ben Samuel, che nel 1339 scrisse Sep̄er ham-mělīṣā ("Il libro dell'eloquenza"), un dizionario esegetico della Bibbia in giudeo-persiano. Secondo alcune leggende tramandate all'interno delle famiglie ebraiche di quei territori, Tamerlano avrebbe fatto trasferire in Asia centrale entro la fine del XIV secolo o l'inizio del XV diversi tessitori di seta ebrei provenienti da Sabzevar, Shiraz e Baghdad, i quali si sarebbero poi integrati con le realtà locali.

I legami che gli ebrei di Bukhara avevano con le comunità del resto della Persia si persero una volta che l'Impero safavide proclamò l'Islam sciita religione di Stato. Bukhara divenne quindi il loro centro principale e assorbì molti ebrei dal territorio conteso tra Safavidi e Shaybanidi. In città venne istituito il ghetto ebraico Maḥalla-ye Kohna ("Quartiere vecchio") che accolse anche numerosi ebrei provenienti dall'Iran che erano fuggiti dalle conversioni forzate. Per via delle ostilità tra i sovrani dell'emirato di Bukhara e i Durrani dell'Afghanistan, i rapporti tra le rispettive comunità si raffreddarono e Bukhara, sempre più isolata, visse un forte declino nell'osservanza religiosa accentuato anche dalle conversioni forzate che si manifestavano sino alla conquista dei russi. Il rabbino Yosef Maimon, originario della città marocchina di Tétouan, ebbe un ruolo fondamentale nel dare vita a una rinascita religiosa attraverso una serie di importanti riforme, quali la sostituzione del rito del Khorasan con quello sefardita e l'introduzione dello studio regolare dello Zohar, l'opera principale della cabala ebraica.

All'inizio del XIX secolo a Bukhara venne fondato un secondo quartiere ebraico, Maḥalla-ye Now ("nuovo quartiere"), seguito da un terzo, Amīrābād, che dipendeva dal precedente. Nei quartieri confinanti con i ghetti vivevano molti chala, che erano ebrei di Bukhara convertiti all'Islam con la forza. La comunità ebraica era governata da due autorità: il kalantar, che rappresentava la comunità nei confronti delle autorità ed era responsabile nei loro confronti svolgendo anche il ruolo di mediatore, e il mollā-ye kalān, ovvero il rabbino capo che era l'autorità suprema in ambito religioso.

Dopo il 1840 la popolazione ebraica in diverse città dell'Asia centrale, in particolare Merv e Samarcanda, crebbe grazie agli ebrei che avevano lasciato Mashhad e che avevano rifiutato di convertirsi all'Islam. In questo periodo gli ebrei si occupavano di tintura di filati e tessuti e di tessitura e tintura della seta. Le autorità russe incoraggiarono questo commercio consentendo ai mercanti ebrei di diventare membri delle corporazioni mercantili nelle gubernija (province) dell'impero, dove l'insediamento ebraico era proibito.

Il governo zarista concesse agli ebrei di Bukhara uguali diritti di vivere e commerciare liberamente nell'impero e di acquistare beni immobili entro i suoi confini. Questa politica liberale spinse gli ebrei a fondare prospere società commerciali e fabbriche per la lavorazione primaria dei prodotti locali, in particolare del cotone. Tuttavia l'elevato costo della jizya e la mancata concessione ai chala di ritornare alla fede originaria spinse gli ebrei a lasciare l'emirato di Bukhara per trasferirsi nel Turkestanskij kraj, in particolare a Samarcanda e a Kokand. Nel 1887-89 gli ebrei di questo kraj furono divisi tra ebrei indigeni, che vivevano lì prima della conquista russa e che potevano godere di pari diritti coi musulmani, ed ebrei immigrati, che vennero definiti residenti stranieri senza status legale. Una circolare segreta del 1892 vietò agli ebrei di Bukhara e ai chala di emigrare nel Turkestanskij kraj, e fu concesso loro di vivere solo in tre piccole città prive di industrie e con scarse strutture per il commercio: Oš, Kattaqo'rg'on e Petroaleksandrovsk (odierna Turtkul).

Nei primi decenni del XX secolo le restrizioni antisemite si fecero sempre più forti, tant'è che per la prima volta si registrò un'emigrazione ebraica di massa verso l'estero. Tra il 1889 e l'inizio della prima guerra mondiale circa 1500 ebrei lasciarono l'Asia centrale per la Palestina, stabilendosi perlopiù a Gerusalemme, città che divenne il centro dell'editoria libraria in lingua bukhori. Qui tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo vennero pubblicati circa 120 libri nella lingua giudaico-tagica.

L'epoca sovietica

Con l'istituzione della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma del Turkestan nel 1918, il controllo sugli ebrei dell'Asia centrale fu trasferito alla sezione ebraica (Evsekcija) del Partito Comunista, composta quasi interamente da aschenaziti che avevano scarsa conoscenza degli ebrei locali. Sebbene questa sezione fosse contraria all'uso dell'ebraico, questo fu inizialmente adottato come lingua di insegnamento nelle scuole ebraiche sovietiche dell'Asia centrale in quanto unica lingua comune tra insegnanti aschenaziti e alunni. La lingua bukhori entrò ufficialmente in uso nel 1921.

Quasi tutti i centri abitati ebraici divennero parte della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka (il Tagikistan rimase una repubblica autonoma all'interno della RSS Uzbeka fino al 1929). I comitati ebraici furono sciolti e tutte le attività guidate dall'Evsekcija furono sospese. Tra la fine degli anni venti e gli inizi degli anni trenta gli ebrei dell'Asia centrale costituivano la stragrande maggioranza dei lavoratori nelle filiere della filanda e del sapone a Samarcanda e nella filiera del cotone a Kokand. Negli anni trenta le politiche antisemite si intensificarono e molte proprietà e oggetti di valore in possesso agli ebrei vennero confiscati. Tra il 1924 e il 1935 circa 4000 ebrei abbandonarono l'Asia centrale per la Palestina o per l'Europa, in particolare la Francia.

Inizialmente le autorità sovietiche promossero l'editoria in lingua bukhori: nacquero giornali locali e vennero stampati libri e opuscoli che non erano altro che traduzioni dal russo di manifesti politici. Tra il 1929 e il 1932 l'alfabeto cirillico sostituì gradualmente l'alfabeto ebraico nella lingua bukhori scritta e stampata. Il possesso di libri pubblicati in lingua o caratteri ebraici prima dell'avvento del regime sovietico era considerato sedizioso e la maggior parte di essi fu distrutta. Durante il terrore staliniano vennero arrestati molti membri dell'élite culturale ebraica dell'Asia centrale e quasi tutti i membri dell'alta classe presovietica degli ebrei che erano ancora vivi e che quasi tutti attivamente coinvolti nella vita religiosa. Nel 1940 vennero sospesi l'insegnamento e la pubblicazione in lingua bukhori.

Durante gli "anni neri dell'ebraismo sovietico" (1948-53) si verificarono numerosi arresti e condanne per gli ebrei. La stampa locale era solita pubblicare feuilleton satirici in cui i cattivi erano ebrei. Alla comunità ebraica dell'Asia centrale fu privato l'accesso all'istruzione universitaria. Sentimenti antisemiti sorsero anche negli anni sessanta e settanta e ciò favorì un'ulteriore ondata migratoria. Entro il 1987 circa 17.000 ebrei di Bukhara avevano lasciato l'Unione Sovietica: di questi, 15.000 si insediò in Israele, i restanti invece negli Stati Uniti, in Canada e in Austria.

La fine del periodo sovietico