Le mura di Melfi costituiscono la cinta muraria realizzata a protezione della città. Edificate a partire dall'età bizantina, nonché rimaneggiate tra il periodo normanno e quello aragonese, accompagnarono il suo sviluppo urbano e politico, svolgendo un ruolo strategico nel controllo del territorio. Attualmente, dei suoi oltre 3 chilometri di lunghezza, se ne conservano circa i 2/3, mentre il tratto restante versa purtroppo in uno stato di abbandono.
Storia
Le mura bizantine Il tentativo bizantino di riconquistare i territori precedentemente occupati dai Longobardi portò, negli anni successivi al 1000, alla fondazione di nuove città e al miglioramento di quelle già esistenti, con l'obiettivo di ricreare, attraverso la presenza di centri urbani difesi da presidi militari, una catena di fortificazioni in funzione anti-longobarda.
Tale strategia portò alla fondazione di molte città, fra le quali Melfi, che al momento della riconquista bizantina si presentava semplicemente come un piccolo agglomerato di edifici abitativi privo di qualsiasi opera difensiva (se si esclude naturalmente l'altura su cui tuttora sorge). Malgrado la sua modesta estensione (circa 2,2 ettari), Melfi ricopriva già da allora un ruolo strategico primario, tanto da essere definita dalle cronache "caput et ianua totius videtur Apulie", ovvero "la testa e la porta di tutta la Puglia". Questo aspetto la rese dunque protagonista, assieme a Troia, Dragonara e Civitate, di un'importante opera di fortificazione voluta da Basilio Boioannes, all'epoca Catepano d'Italia, nel 1018.
Melfi fu dunque dotata di una prima e limitata cinta muraria, che circondava l'intero abitato, rafforzata sul lato occidentale (che seguiva il ciglio dell'altura) da cinque torrette quadrangolari dotate di feritoie e poste a distanza regolare l'una dall'altra (tutte ancora ben visibili), mentre il fianco orientale presentava un tratto murario che correva parallelamente all'asse viario principale, l'attuale "Via San Lorenzo". Venne inoltre aperta una prima porta, definita nei secoli successivi "Calcinaia", in quanto nei suoi pressi sorsero numerose fornaci specializzate nella fabbricazione di mattoni e vasellame. Molto probabilmente la cintura difensiva era dotata anche di un altro ingresso, speculare al primo, e rivolto verso l'apice della collina, dove poi sorgerà il castello.
Le mura normanne
1° periodo normanno La città di Melfi venne occupata il 21 marzo 1041 dalle bande normanne, già presenti nella zona in quanto mercenari assoldati dai duchi longobardi e bizantini contendentisi il territorio. Militarmente superiori agli eserciti imperiali locali, i normanni ne approfittarono per scatenare una grande rivolta antibizantina, che porterà in poco tempo alla conquista dell'intera Puglia e, in meno di un cinquantennio, al dominio dell'intero Mezzogiorno.
Con i normanni, Melfi conobbe un consistente ampliamento verso oriente, urbanizzando un'altra porzione di collina, e verso il Mezzogiorno, giungendo alla base della stessa. Venne dunque creata una nuova direttrice viaria che, partendo da sud, giungeva sino alla chiesa di San Nicola de la Platea (sul cui sito sorge attualmente una chiesa sconsacrata dedicata allo stesso Santo), per poi curvare verso l'alto e terminare all'apice del rilievo, mentre si precedette anche al rimaneggiamento e all'ampliamento della cinta muraria.
Il tratto orientale bizantino, che correva parallelamente all'asse viario principale (l'attuale Via San Lorenzo), venne demolito e ricostruito, questa volta specularmente alla nuova direttrice, mentre quello occidentale rimase invariato (malgrado la modestia delle sue fortificazioni), in quanto considerato ancora adatto alla difesa del tratto più ripido del rilievo. Contemporaneamente, all'originaria Porta Calcinaia, venne aggiunta la nuova Porta Balnea, posta all'inizio del nuovo asse viario, che deve il suo nome alla vicinanza alle fontane e alle sorgenti precedentemente utilizzate dai bizantini come impianti termali e che diventerà il nuovo ingresso principale alla città, vista la sua posizione.
La scelta di Melfi come capitale del neonato Ducato di Puglia e Calabria portò ad un'ulteriore espansione verso oriente, interessando questa volta un'area di circa 9,3 ettari che, uniti a quelli già urbanizzati, andarono ad occupare quasi la metà del colle. Conseguentemente, venne rimaneggiata ancora un volta la viabilità cittadina, con l'estensione della direttrice passante per la chiesa di San Nicola de la Platea fino all'apice del rilievo. In quanto arteria principale della città, tale via prese il nome di "Rua Grande", corrispondente all'attuale "Via Vittorio Emanuele". Venne inoltre creata una nuova strada, confinante ad essa, che costeggiava la cresta collinare, denominata "Via del Castello".
Specularmente alla "Rua Grande" vennero dunque edificate le nuove mura di cinta che, una volta raggiunto l'apice della collina, ne seguivano il ciglio fino a congiungersi con le già edificate mura bizantine, poste sul fianco occidentale. Anche questa volta, il tratto murario antecedete venne demolito, in quanto ritenuto obsoleto a causa della sua posizione ormai interna all'abitato, mentre proprio sulla "Rua Grande" venne quasi certamente aperta una nuova porta, detta di "Santa Lucia", posta allo sbocco dell'attuale "Via Santa Lucia" ed esistita fino agli anni 60/70 dell'XI secolo, quando fu abbattuta nel corso dell'ennesima espansione urbana.
2° periodo normanno Fra il 1067 e il 1076 Melfi conobbe, per volere di Roberto il Guiscardo, un nuovo ampliamento delle sue dimensioni, con l'urbanizzazione di ben 16,7 ettari che, uniti a quelli già occupati, andarono ad investire la quasi totalità dell'altura. Principale causa fu senza ombra di dubbio l'edificazione di un'imponente cattedrale poco al di fuori delle mura, che andò a sostituire la chiesa di San Pietro, ritenuta troppo piccola per ospitare la crescente popolazione credente della città. Il passaggio dal vecchio duomo alla nuova realtà vescovile portò infatti all'edificazione di nuovi edifici attorno ad essa, con l'antica cinta muraria che conseguentemente diventò obsoleta.
Per questo motivo, Roberto il Guiscardo ordinò anche l'allargamento del perimetro difensivo, il cui versante orientale fu edificato specularmente all'attuale "Via Ruggero II", nonché l'apertura di due nuove porte: la porta Venosina, il cui nome deriva dalla sua posizione, posta lungo un antico asse viario che collegava Melfi a Venosa; la porta/postierla Sant'Antolino, che invece deve il suo nome all'omonima chiesa prospiciente, sfociante sulla porzione di collina non ancora urbanizzata. Questo periodo vide la nascita anche di due nuove arterie viarie (gli attuali Corso Garibaldi e Via Ronca Battista), i cui sbocchi erano costituiti dalle cosiddette "trasonne", ognuna delle quali divenne con slarghi e piazzette nuovo centro della vita sociale. Contemporaneamente, come già avvenuto in precedenza, le antiche mura che correvano parallele alla "Rua Grande" vennero abbattute assieme alla porta Santa Lucia, in quanto ormai inglobate all'interno della città.
In questo periodo Melfi partecipò attivamente anche alla vita politica, schierandosi con l'uno o con l'altro dei contendenti al trono del Ducato, subendo di conseguenza i primi assedi e saccheggi, assistendo alle morti dei successori di Roberto il Guiscardo e alla presa del potere da parte del ramo siciliano della famiglia Altavilla. L'incertezza del potere, il perenne mutamento della situazione e il continuo succedersi di eserciti impattano notevolmente anche sulla cinta muraria che, dopo aver subito gravi danni, venne ricostruita da Ruggero II nel 1130. La città fu tuttavia protagonista di un ulteriore assedio nel 1137, questa volta da parte dell'imperatore Lotario II e da Papa Innocenzo II, dal quale si difese strenuamente e cedendo solamente dopo una battaglia in cui verranno uccisi oltre 300 cittadini, usciti per correre in aiuto di alcuni soldati circondati dai fanti teutonici. Due anni dopo, lo stesso Ruggero II assediò la città con l'obiettivo di riconquistarla. In quell'occasione, fu costretto a distruggere le mura da lui stesso riedificate.
Le mura angioine Con la vittoria nella battaglia di Benevento, la morte di Manfredi (figlio di Federico II) e il crollo della potenza sveva in Italia, il Regno di Sicilia apre le porte all'insediamento di Carlo I d'Angiò e alla conseguente affermazione di una nuova dinastia. I primi anni sotto i nuovi dominatori sono tuttavia ricordati per la violenta repressione messa in atto contro tutti coloro che, durante la guerra contro gli Svevi, si erano schierati con il nemico. Nella zona del Vulture, ed in particolare a Melfi, le forze angioine riuscirono a battere e cacciare dalla città gli insorti filo-svevi in tempi notevolmente brevi.
Ma i violenti scontri fra le famiglie nobili all'interno delle mura e la necessità di garantire una volta per tutte la pace sociale, costrinsero Roberto d'Angiò ad assegnare Melfi in feudo alla moglie Sancia nel 1334. Tale decisione, in quanto presa con estrema urgenza, si rivelò controproducente, in quanto la città subì un rapido declino, passando da libera e dipendente direttamente dalla Corte, a infeudata tributaria di un signorotto mediatore fra l'autonomia locale e l'autorità regia. Roberto d'Angiò fu dunque costretto ad assegnare Melfi, nel 1346, ad un nuovo feudatario, Niccolò Acciaiuoli, già Gran Senascalco del Regno, che ne acquistò i diritti feudali per 1.500 once d'oro.
Con Niccolò Acciaiuoli la città, malgrado infeudata, diventò un centro ricco e vivo, espressione della sua importanza all'interno dello scacchiere economico del Mezzogiorno e di una società etnicamente varia (per di più in costante crescita demografica), all'interno della quale erano ormai presenti greci, normanni e svevi, cui si aggiunsero poi anche i francesi. Conseguentemente, Melfi fu protagonista di un ulteriore ampliamento verso oriente, che abbracciò questa volta una striscia di colle di circa 2,8 ettari, che venne urbanizzata e che provocò la mutazione della cinta muraria.
A causa della loro parziale distruzione per mano di Ruggero II, le mura versavano in condizioni disastrose, tanto che un ulteriore attacco avrebbe certamente dato loro il colpo di grazia. Si procedette perciò al rafforzamento dell'intera cinta, nonché alla ricostruzione delle porzioni interamente abbattute, come confermato da una lettera scritta dallo stesso Niccolò, nella quale scrisse: "Farò murare Melfi". Molto probabilmente, i lavori terminarono appena qualche mese prima dell'arrivo delle truppe del re Luigi I d'Ungheria, in guerra contro gli Angioini a causa dell'uccisione del fratello del re, Andrea, per mano di Giovanna I (o per lo meno così si sospettò), che assediarono la città. In quell'occasione Melfi, forte della sua riedificata e rafforzata cinta muraria e ben difesa dal figlio di Niccolò Acciaiuoli, Angelo, fu l'unica città del regno che non cedette, resistendo per ben sette mesi, fin quando le truppe ungheresi non rinunciarono all'impresa e si ritirarono.