Crocifissione con santa Francesca Romana e santa Elisabetta d'Ungheria è un dipinto a olio su tela (269 x 177 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri detto Guercino intorno al 1630, conservato nella cappella Potocki nella cattedrale di Cracovia (Polonia).

Storia La prima menzione di questo dipinto si trova nel Libro dei contiIl Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore Paolo Antonio Barbieri dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666.: «Il dì 29 ottobre 1630. dal Sig. Pietro Martire Merlini, si è riceuto p[er] una tavola di un Cristo in Croce, fra Santa franc.ca Romana e Santa Elisabetta regina non era regina ma langravia di Turingia d'Ungaria posta nella Cita di Forlì, concordato in Schudi 300.» È citato anche dal Malvasia: «C[r]isto in Croce, S. Francesca Romana e S. Elisabetta d'Ungheria...per la Chiesa miracolosa fuori di Forlì.» Scannelli lo cita come «della più gagliarda maniera.. a Forlì nella Chiesa della Madonna del Popolo fuori della porta, che conduce a Ravenna.»

Ci fu un tentativo di trasferire la pala a Milano, che fallì per l'opposizione della famiglia Merlini. Nel 1861 non era più nella chiesa.

Probabilmente fu acquistata, nel 1819, dal conte Arturo Potocki (1737-1832) capostipite della famiglia Potocki, che nel tempo si era imparentata con i marchesi Paolucci de' Calboli di Forlì. Fu collocata nella cappella della nobile famiglia polacca, ricostruita dal 1832 e il 1840, nella cattedrale di Cracovia, che sorge sul colle di Warwel.

Fu pubblicato da Salerno nel 1988, che si avvalse dell'ausilio delle informazioni di Mahon.

Descrizione e stile Il dipinto raffigura il Cristo crocifisso al centro della composizione, con le braccia distese lungo l’asse orizzontale della croce e il corpo rigidamente frontale, isolato contro un cielo percorso da nubi. Ai piedi della croce si dispongono le figure dolenti, caratterizzate da un atteggiamento composto ma intensamente partecipato: i gesti sono misurati, le posture stabili, e l’emozione è affidata soprattutto alle espressioni dei volti e all’uso di fazzoletti per asciugare le lacrime.

Particolarmente curati risultano i panneggi, ampi e pesanti, definiti da pieghe regolari che accentuano la solidità delle figure; i colori degli abiti, ricchi e profondi, svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio cromatico dell’insieme. La figura di Cristo, resa con un forte accento di frontalità e immobilità, domina la scena in modo severo e solenne, rafforzando il carattere meditativo e devozionale dell’opera.

Dal punto di vista stilistico, l’opera si colloca in una fase di progressivo superamento delle soluzioni più dinamiche e oblique del periodo giovanile, in favore di un impianto più stabile e frontale. La critica ha messo in relazione questo dipinto con una serie di disegni che documentano tale passaggio, già sperimentato dal Guercino nel Crocifisso della Ghiara, eseguito alcuni anni prima. In entrambe le opere le figure appaiono infatti disposte frontalmente e avanzate verso il piano dell’osservatore, secondo una scansione più regolare e chiaramente leggibile.

La luce, più uniforme rispetto alle prove giovanili, non frantuma le forme ma ne sottolinea la solidità plastica, mentre i colori locali, ricchi e ben distinti, contribuiscono a conferire alle figure una presenza salda e monumentale. Pur conservando una notevole forza espressiva, la composizione mostra i primi segni di una moderata idealizzazione delle forme, che si accompagna a una posa più controllata e calcolata, in linea con l’evoluzione del linguaggio del pittore dopo l’esperienza romana.

Note

Bibliografia

Categoria:Dipinti a Cracovia Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti su sant'Elisabetta d'Ungheria