Le sue opere esplorano temi quali i diritti delle donne, il matrimonio, l'identità sessuale, la malattia e l'immagine corporea.
Il suo stile, radicato nelle arti visive e nell'autobiografia, si distacca dalla tradizione del melodramma nel cinema iraniano. A causa dei temi tabù affrontati e della sua opposizione alla censura, è considerata una delle registe più controverse nel panorama iraniano contemporaneo.
Biografia Nata a Teheran nel 1974, Mania Akbari è cresciuta in una famiglia di accademici: il padre è docente di fisica, la madre di chimica.
La sua infanzia è stata segnata dalla guerra Iran-Iraq, un periodo di forti restrizioni culturali durante il quale iniziò a dedicarsi alla pittura dopo essere stata espulsa più volte da scuola.
Ha iniziato la propria attività artistica nel 1991, partecipando a esposizioni in Iran e all'estero prima di approdare al cinema.
Carriera Dopo gli esordi come pittrice, Akbari si è avvicinata al mondo del cinema collaborando con la documentarista Mahvash Sheikholeslami, per la quale ha lavorato come assistente alla regia e direttrice della fotografia. Questa esperienza tecnica è stata fondamentale per lo sviluppo del suo stile visivo, caratterizzato da un controllo quasi pittorico dell'inquadratura.
Nel 2002 ha ottenuto la fama internazionale recitando, insieme al figlio e alla sorella, nel film Dieci (2002) di Abbas Kiarostami, presentato in concorso al Festival di Cannes. In seguito, Akbari ha rivendicato un ruolo autoriale nella creazione delle riprese originali, sostenendo che Kiarostami si fosse occupato esclusivamente del montaggio.
L'anno seguente Akbari ha debuttato alla regia con il documentario breve Crystal (2003). Nel 2004 ha scritto, diretto e interpretato il suo primo lungometraggio, 20 Fingers, uno studio sulle relazioni di coppia e sull'identità sessuale che ha vinto il premio per il miglior film nella sezione Digital Cinema alla 61ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. 20 Fingers è stato proiettato in più di 40 festival cinematografici in tutto il mondo.
Tra il 2004 e il 2007 ha realizzato sei opere di videoarte (Self, Repression, Sin, Escape, Fear e Destruction), proiettate in numerosi festival cinematografici come il Festival di Locarno e presentate in istituzioni prestigiose come la Tate Modern.
Nel 2007, dopo che le venne diagnosticato un cancro al seno, la regista iraniana ha realizzato 10+4, un'opera che esplora il confine tra vita e morte, da lei definita una sorta di sequel di Dieci. Il film è stato presentato in numerosi festival, tra cui il Festival internazionale del cinema di San Sebastián e il Festival di Cannes, ed è stato proiettato in molti musei internazionali come il Centre Pompidou e il Museum of Fine Arts di Boston.
L'esilio a Londra Nel 2010 Akbari ha affrontato il tema della pena di morte con il documentario 30 Minutes To 6, incentrato sull'esecuzione di Behnoud Shojaee, un ragazzo iraniano di 21 anni condannato all'impiccagione per un omicidio commesso quando era minorenne. Nonostante il clima repressivo seguito alle contestate elezioni del 2009, Akbari scelse di rimanere in Iran per girare il suo terzo lungometraggio, One. Two. One (2011).
Nello stesso anno ha iniziato a lavorare ad un nuovo film, originariamente intitolato Women Do Not Have Breasts. Tuttavia, dopo l'ondata di arresti nei confronti di autori e registi e le forti limitazioni introdotte alla libertà d'espressione, l'artista ha deciso di lasciare definitivamente l'Iran per stabilirsi a Londra. In esilio ha completato il film, distribuito con il nuovo titolo From Tehran to London (2012).
Nella capitale inglese varie retrospettive dei suoi film, tra cui quelle presentate al BFI, all'Oldenburg International Film Festival e al Danish Film Institute, hanno contribuito a far conoscere la sua produzione ad un più vasto pubblico.
Nel 2014 Akbari ha realizzato un film-saggio intitolato Life May Be con il regista e storico del cinema britannico Mark Cousins, circolato in diversi festival cinematografici, come il Festival internazionale del cinema di Karlovy Vary e l'Edinburgh International Film Festival.
Le sue opere successive includono A Moon for My Father (2019), codiretto con lo scultore Douglas White e premiato al CPH:DOX, e il documentario Dear Elnaz (2020), dedicato ad un passeggero rimasto vittima dell'abbattimento del volo Ukraine International Airlines 752.
Nel 2022 è uscito nelle sale il film How Dare You Have Such a Rubbish Wish, che contiene clip di donne del cinema popolare iraniano prima della rivoluzione.
Akbari ha anche curato diversi programmi cinematografici.
Stile Lo stile cinematografico di Akbari è caratterizzato dall'uso frequente di piani sequenza, camera a mano e da un controllo rigoroso, quasi pittorico del colore. La sua cifra stilistica è stata definita un «incrocio tra fiction e documentario».
La regista ha dichiarato che l'architettura e la messa in scena sono gli elementi portanti della sua produzione: l'obiettivo è creare inquadrature che permettano al pubblico di immaginare autonomamente lo spazio circostante, rompendo i confini teatrali per avvicinarsi alla performance art.
La critica ha descritto il suo lavoro come «audace e rilevante», sottolineando come i suoi lungometraggi siano studi potenti sui conflitti domestici, sulla ricerca della felicità e sul dominio nelle relazioni sessuali.
Filmografia (selezione) Crystal (2003) - documentario 20 Fingers (2004) 10 + 4 (2007) One. Two. One. (2011) 30 minutes to 6 (2011) - documentario From Tehran to London (2012) Life May Be (2014) (codiretto con Mark Cousins) A Moon for My Father (2019) (codiretto con Douglas White) Dear Elnaz (2020) - documentario How Dare You Have Such a Rubbish Wish (2022)
Esposizioni e rassegne video 2005 – 15º Festival Internacional de Arte Eletrônica Videobrasil, San Paolo. 2007 – Self (videoarte), Tate Modern, Londra. 2009 – Self e Sin, Royal College of Art, Londra.
Premi Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2004): Premio Venezia Cinema Digital per 20 Fingers. Ankara Flying Broom International Women's Film Festival, Premio FIPRESCI, per A Moon for My Father. CPH:DOX (2019): Premio NEW:VISION per A Moon for My Father.
Note
Altri progetti
Collegamenti esterni