La sua vicenda giudiziaria ha avuto un’ampia risonanza fuori dai confini nazionali quando nel 2024 è stata condannata a morte con l'accusa di "ribellione armata" (baghi), una sentenza basata esclusivamente sul suo attivismo. Nell'ottobre 2025, nel quadro di una prolungata campagna di sensibilizzazione internazionale, la condanna a morte è stata commutata in 30 anni di reclusione.

Biografia Nata a Mianeh, nell'Azerbaigian Orientale, Sharifeh Mohammadi è cresciuta in una famiglia della classe operaia. Si è trasferita a Teheran per proseguire gli studi superiori, laureandosi in Ingegneria del Disegno Industriale presso l'Università di Teheran.

Ingegnere di professione, ha fatto dell'attivismo sindacale il fulcro del suo impegno civile. Durante gli anni Duemila è diventata un membro attivo del "Comitato di coordinamento per l'aiuto alla formazione delle organizzazioni dei lavoratori" (LUACC), un'organizzazione indipendente che opera per facilitare la creazione di sindacati in Iran.

Arresto e vicenda giudiziaria Il 5 dicembre 2023 Mohammadi è stata arrestata nella sua abitazione a Rasht, dove risiedeva con la famiglia. È stata detenuta in isolamento per mesi, prima a Rasht e poi a Sanandaj. subendo torture fisiche e psicologiche volte a estorcerle una confessione di appartenenza al gruppo separatista curdo Komala, in esilio con sede in Iraq, che Teheran considera un'organizzazione terroristica. Sia lei che la famiglia hanno sempre respinto fermamente questa accusa. Le è stato anche negato il contatto telefonico con il figlio di 12 anni e la famiglia, nonché l'accesso a un avvocato.

Condanna e revisione della pena Il 4 luglio 2024, il Tribunale Rivoluzionario di Rasht l'ha condannata a morte per baghi (insurrezione armata). Dopo che la Corte Suprema aveva inizialmente annullato il verdetto per "ambiguità" nell'ottobre 2024, una seconda condanna a morte è stata emessa nel febbraio 2025 e confermata ad agosto dello stesso anno dalla Sezione 39 della Corte Suprema.

La cugina di Sharifeh, Vida Mohammadi, ha affermato che il caso si basava su uno scenario "inventato dal Ministero dell'Intelligence" e che il giudice presidente della seconda corte era il figlio del giudice che aveva emesso la condanna a morte iniziale.

L'insistenza dei legali e la pressione internazionale hanno portato a un riesame straordinario del caso. Il 28 ottobre 2025 la magistratura di Rasht ha accolto parzialmente il ricorso, derubricando il reato da "ribellione armata" a "propaganda contro il sistema" e "associazione finalizzata a turbare la sicurezza nazionale". Questa revisione ha permesso la conversione della pena capitale in una condanna a 30 anni di carcere, da scontare nella prigione di Lakan.

Reazioni La sentenza ha suscitato reazioni diffuse da parte di organizzazioni e attivisti per i diritti umani nazionali e internazionali. La condanna di Sharifeh Mohammadi è stata definita da Amnesty International un "disprezzo agghiacciante per la vita umana".

La mobilitazione in suo favore ha unito diverse anime della società civile. Sedici prigioniere politiche di Evin, tra cui Narges Mohammadi, Golrokh Iraee, Aneesha Asadollahi, Vida Rabbani e Sepideh Gholian, hanno firmato un appello comune dichiarando “Questa non è solo la condanna a morte di Sharifeh, ma la condanna a morte di tutti noi”. Ottantacinque detenuti dello stesso carcere hanno attuato uno sciopero della fame in segno di protesta ontro la condanna a morte.

Quindici intellettuali riformisti religiosi, tra cui Jila Movahed, Mohammad-Javad Akbarin e Ezzatollah Bazargan, hanno descritto la sentenza come “incredibile” e ne hanno chiesto l’annullamento.

A livello internazionale, la Confederazione dei sindacati svedesi (LO) e diversi sindacati australiani hanno inviato lettere di protesta formale al governo iraniano. Il 9 luglio 2024, la "Campagna per la difesa di Sharifeh Mohammadi" ha coordinato una mobilitazione digitale massiccia, rendendo l'hashtag col suo nome virale sui social media.

Solidarietà è giunta anche da attiviste irachene e yazide che, durante una conferenza a Baghdad, hanno lanciato la campagna "No all'esecuzione, sì a una vita libera" per sostenere Mohammadi e Pakhshan Azizi.

Note

Voci correlate Pakhshan Azizi Reza Shahabi Verisheh Moradi Diritti umani in Iran Condizione della donna in Iran