Il Tempio C o tempio di Atena (Athenaion), oggi più comunemente noto con l'appellativo di Colonna Dorica, era un tempio greco di ordine dorico eretto all’interno dell’acropoli di Gela nella prima metà del V secolo a.C. Dedicato ad Atena, fu costruito a una cinquantina di metri a est del Tempio B per ricordare la vittoria nella battaglia di Imera e per celebrare la potenza dei Dinomenidi.

Del tempio rimangono alcuni blocchi di fondazione e una colonna, alta 7,75 metri, studiata dall’archeologo Paolo Orsi nel 1900 e poi rialzata da Pietro Griffo.

Storia Fu edificato nella prima metà del V secolo a.C. a seguito della battaglia di Imera, che portò i greci di Sicilia a vincere contro i Cartaginesi. Il tempio venne quindi impostato sui resti di precedenti edifici culturali con strutture di pietrame e terra, sostituendo il vicino Tempio B anch’esso dedicato ad Atena. Venne pesantemente danneggiato nel 405 a.C. durante la battaglia di Gela, insieme ad altre strutture presenti nell’acropoli.

Pur rimasto in rovina per secoli, in epoca araba era ancora riconoscibile nelle sue forme: il geografo e viaggiatore al-Idrisi lo citò indirettamente nella descrizione del fiume Gela, definito wâdi âs sawârî, ossia "fiume delle colonne", in riferimento a quelle del tempio stesso. Queste rimasero in piedi almeno fino alla prima metà del XIII secolo come testimoniato da Guido delle Colonne, che attribuiva gli avanzi del tempio ad Ercole:

Fu solo nel 1233, ovvero quando Federico II di Svevia rifondò la città, che il tempio iniziò ad essere usato come cava di pietra per la costruzione nuovi edifici; per tale motivo finì gradualmente per scomparire, tanto che già nel Cinquecento i Terranovesi dovettero ricorrere alle rovine dei templi di Camarina in quanto tutte le colonne del tempio di Gela, ad eccezione di una, erano state abbattute.

La situazione rimase immutata per molti secoli, come testimoniato dalla visita del filologo olandese Jacques Philippe D'Orville nel 1727, che descrisse in questo modo le rovine del tempio:

Restarono in buone condizioni solamente lo stilobata, lo stereobata e la sopracitata colonna riconducibile alla parte settentrionale dell’opistodomo: i primi due vennero danneggiati nel 1732 da un tale Ignazio Greco che ne asportò 400 blocchi; la colonna invece cadde intorno al 1750 a causa di un fortunale. L’artista Jean-Pierre Houël, durante il suo viaggio in Sicilia avvenuto nel 1776, ebbe modo di raffigurarla in un’incisione e descriverne lo stato di conservazione:

Ciò che restava del tempio rimase in queste condizioni fino alla fine dell'Ottocento, quando un comitato archeologico guidato da Giuseppe Navarra e da Giovanni Di Fede Mallia firmò una relazione per documentarne lo stato di conservazione e proporne una ricostruzione per anastilosi. La perizia preventiva di tale lavoro venne affidata all'ingegnere comunale Angelo Di Bartolo, che tra il 1900 e il 1905 affiancò l'archeologo Paolo Orsi nei suoi scavi dell'acropoli, fondamentali per individuare le prime dimensioni del tempio e della relativa colonna, precedentemente indagate nel 1899 da Robert Koldewey e Otto Puchstein.

La colonna venne definitivamente restaurata e rialzata per volontà dell'archeologo Pietro Griffo tra il 1948 e il 1951. Nel 1952 Piero Orlandini riprese gli scavi sull'area, identificando l'intero taglio delle fondazioni: ciò permise di ottenere le dimensioni dello stereobate e la posizione esatta della colonna all'interno dell'architettura originale dell'edificio. Le centinaia di statuette votive ritrovate nei sacelli del lato nord del tempio confermarono ulteriormente l'attribuzione ad Atena.

Descrizione

Il tempio, di ordine dorico, era posto all’estremità della collina orientale dell’acropoli in una posizione strategica da cui tutt’oggi è possibile vedere il mare, il fiume e la piana di Gela. L’edificio, orientato est-ovest, era costruito con pietra proveniente da cave di Gibil-Mut del monte Zai: pur conservatosi solo in una colonna e parti dello stilobata, è stato possibile ricostruirne la pianta come quella di un periptero esastilo (6 colonne in facciata) con 14 colonne sui lati lunghi. Le misure complessive erano di 51,30 × 21,70 m.

L’edificio, che per dimensioni doveva essere uno dei più grandi e sontuosi della grecità d’Occidente, era uno dei pochi in Sicilia ad avere quasi tutti i rivestimenti architettonici e le tegole in marmo: fu usato nello specifico quello delle isole Cicladi, come è testimoniato dai frammenti acroteriali di tipo vegetale nello stesso materiale. Per tale motivo le colonne, di materiale ben più povero, erano state intonacate di bianco, così da evitare il forte stacco cromatico tra le strutture litiche e il coronamento marmoreo dell’edificio.

Note

Bibliografia

Voci correlate Acropoli di Gela Tempio B di Gela Gela (città antica)

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