Il forno delle Grucce (in dialetto milanese el prestin di scansc) era un'antica bottega di Milano, ricordata tra le altre cose per essere il luogo presso il quale si svolge un episodio narrato nel romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, vale a dire l'assalto al forno delle grucce. Situato sul corso Vittorio Emanuele II, oggi non è più esistente.

Storia Il forno delle Grucce si trovava sulla corsia de' Servi al numero civico 16 (oggi corso Vittorio Emanuele II, tra i numeri civici 3 e 5), strada che collega piazza del Duomo a piazza San Babila; il Manzoni spiega che il nome del forno è una resa fiorentina della denominazione originale milanese, la quale farebbe riferimento alle grucce, ovvero le pale di legno utilizzate dai fornai per rigirare il pane nel forno, per quanto sia più probabile che il lemma "scansc" non significhi gruccia, bensì si riferisca al nome della famiglia Scanzi, proprietaria della bottega nel XVII secolo. La famiglia è attestata sin dal '400 e proveniva da Scanzo (oggi Scanzorosciate) nel Bergamasco, ed era riuscita ad entrare nel consiglio generale della città di Brescia.

La bottega venne irreparabilmente danneggiata durante la rivolta del pane svoltasi per le strade di Milano tra l'11 e il 12 novembre 1628, meglio conosciuta con il nome di tumulto di San Martino, scoppiato in risposta alla grave carestia e al rincaro dei prezzi del pane. È questo l'evento rappresentato dal Manzoni all'interno della sua opera.

Lo stesso autore riporta che la bottega esisteva ancora al tempo in cui era alle prese con la stesura del romanzo (1821–1840), ed effettivamente nel XIX secolo la bottega stava attraversando un periodo di rinnovo e restaurazione sotto il nuovo proprietario, Ambrogio Valentini. La sua menzione ne I Promessi Sposi fece guadagnare al forno grande popolarità in tutta Milano, al punto che il proprietario spedì al Manzoni, la vigilia di Natale del 1870, un vassoio di sfoglie alla crema per ringraziarlo, accompagnato da una lettera:

La risposta del Manzoni non tardò ad arrivare, e la lettera autografata venne a seguito incorniciata all'interno del forno:

Il forno venne chiuso nel 1919 per problematiche finanziarie legate alla crisi del primo dopoguerra, concludendo la storia di un'attività plurisecolare, e l'edificio venne demolito pochi anni dopo. Oggi al principio della strada dove anticamente sorgeva il forno, sostituito da negozi moderni, è presente una targa commemorativa recante l'iscrizione «Qui era el prestin de scansc: "nella strada chiamata de' Servi c'era e c'è tuttavia un forno..." Promessi Sposi capitolo XII»; la lettera di risposta che il Manzoni mandò al proprietario della bottega è invece conservata nella biblioteca nazionale braidense.

Nei Promessi Sposi

Il forno delle Grucce diventa luogo protagonista di una vicenda raccontata nel dodicesimo capitolo del romanzo manzoniano. La vicenda si inquadra durante l'arrivo di Renzo Tramaglino a Milano, il quale rimarrà coinvolto nei tumulti della città e sarà costretto a fuggire. Manzoni, utilizzando la verosimilità e la critica storica, narra gli eventi del "tumulto di San Martino" (11-12 novembre 1628) attraverso il punto di vista di Renzo, usando come principale ispirazione l'insurrezione popolare di Milano avvenuta il 20 aprile 1814 dopo la caduta del regno d'Italia napoleonico (l'assalto alla casa del vicario di provvigione, narrato dopo quello al forno delle grucce, si rifà al linciaggio del ministro Giuseppe Prina).

Il tumulto era scoppiato in risposta alla grave carestia di tutto il contado milanese (già varie volte menzionata nel romanzo), causata dallo scarso raccolto dell'anno precedente e dagli alti costi della guerra di Mantova, risultando nell'inflazione dei prezzi sul grano e del pane. Una risoluzione temporanea venne trovata dal gran cancelliere Antonio Ferrer, in sostituzione di Gonzalo Fernández de Córdoba, istituendo un calmiere che però venne revocato velocemente per le lamentele dei fornai. A seguito di questo il popolo scese in strada e si avventò contro i forni a derubarli, nello stesso frangente in cui Renzo arrivava a Milano diretto al convento di padre Bonaventura.

Dopo aver attaccato i garzoni, i rivoltosi si dirigono in massa verso il forno delle Grucce per chiedere il pane; i fornai si rinchiudono all'interno e dopo poco arrivano in loro soccorso il capitano di giustizia, che entra nel forno, e una squadra di alabardieri che tenta di respingere la folla inferocita. Il capitano prova a calmare la folla e li intima di disperdersi con un discorso, ma si interrompe dopo essere stato colpito in testa da un sasso. Da questo singolo incidente ne scaturisce una rissa tra i rivoltosi e i fornai a colpi di sassi e pietre, in cui muoiono alcune persone, e alla fine la porta viene forzata e i cittadini si riversano all'interno del forno per saccheggiare tutto quello che c'è.

Ben presto nasce un rumoroso trambusto e un viavai disordinato di gente, tra chi entra nel forno per saccheggiare i pani e gli alimenti o vuotare le casse di denaro, e chi esce con sacchi ricolmi di farina che si sparge dappertutto innalzando un polverone; alla fine la bottega è completamente distrutta e tutti gli attrezzi bruciati. Vengono poi saccheggiate anche altre botteghe ma i proprietari di quelle riescono a respingerli, per cui altri popolani si dirigono al forno delle Grucce per unirsi a quelli già presenti, ed è qui che sopraggiunge Renzo, che non era riuscito a incontrare padre Bonaventura: il giovane incuriosito ascolterà i discorsi dei rivoltosi e li seguirà fino alla casa del vicario di provvigione (considerato colpevole della carestia), e verrà scambiato prima per un traditore della rivolta e poi per uno dei suoi capi, diventando così un ricercato.

Il forno delle Grucce viene menzionato un'ultima volta nel capitolo XXVIII, nel quale si racconta la delicata situazione di Milano subito dopo la conclusione del tumulto: nel tentativo di accontentare sia il popolo che i fornai vengono emesse nuove gride, che sebbene abbassino il prezzo del pane portano anche al suo rapido esaurimento, tanto che si considera di puntare sul riso brillato detto "di mistura" per non interrompere la produzione. L'autore si sofferma quindi sulle conseguenze del tumulto, ovvero l'esaurimento delle scorte (perché consumate eccessivamente o disperse dopo il tumulto) e l'impiccagione di quattro persone ritenute capi della rivolta, di cui due appesi di fronte al forno delle Grucce. Lentamente a Milano esplode una nuova e più aggravata carestia, seguita in poco tempo dalla diffusione della peste e dalla discesa dei lanzichenecchi, oltre che la ripresa della guerra.

Note

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