Il massacro di Staropromyslovskij avvenne tra il dicembre 1999 e il gennaio 2000, quando almeno 38 civili accertati furono giustiziati sommariamente da soldati federali russi nel distretto cittadino di Staropromyslovskij di Groznyj, capitale della Repubblica Cecena, nel corso di quella che, secondo sopravvissuti e testimoni oculari, apparve come una frenesia omicida.

Secondo Human Rights Watch, nel perpetrare il massacro a Staropromyslovskij i militari russi hanno indubbiamente commesso atti che costituiscono crimini di guerra. L'articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra, che si applica ai conflitti armati interni, vieta severamente le esecuzioni sommarie. Il Protocollo II aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, inoltre, tutela anche l'immunità dei civili nei conflitti armati interni e vieta specificamente la violenza contro le persone protette dalla legge.

Le uccisioni rimasero impunite e non furono mai riconosciute pubblicamente dalle autorità russe. Nel 2007 in un caso relativo a un triplice omicidio avvenuto durante il massacro, la Corte europea dei diritti dell'uomo si pronunciò contro la Federazione Russa.

Antefatti Il massacro di Staropromyslovskij si inserisce nel quadro della seconda guerra cecena, iniziata nell'autunno del 1999 quando la Federazione Russa lanciò una vasta offensiva militare contro la Repubblica cecena di Ichkeria, con l'obiettivo dichiarato di ristabilire il controllo federale sulla regione e di combattere gruppi armati islamisti. L'operazione seguì di alcuni anni l'indipendenza de facto della Cecenia dopo la prima guerra cecena (1994-1996) e fu caratterizzata da bombardamenti intensivi e da una progressiva avanzata delle truppe russe verso la capitale Groznyj.

Nel corso dell'autunno 1999 le forze russe avviarono una campagna militare su larga scala nel territorio ceceno, basata su bombardamenti aerei e di artiglieria contro città e villaggi, seguiti dall'ingresso delle truppe di terra. Questa strategia causò un elevato numero di vittime civili e la distruzione diffusa di infrastrutture e abitazioni, mentre centinaia di migliaia di persone fuggirono verso le regioni vicine, in particolare l'Inguscezia.

Dopo aver avanzato rapidamente attraverso la Cecenia settentrionale e aver preso diverse città senza combattimenti, tra cui Gudermes, le truppe russe incontrarono una forte resistenza quando si avvicinarono alla capitale, Groznyj. Nel novembre 1999 i reparti russi cercarono di circondare la città e di tagliare le linee di rifornimento provenienti da sud, mentre i centri abitati a sud di Groznyj furono teatro di combattimenti molto intensi, e, all'inizio di dicembre, avevano praticamente accerchiato la città.

Volendo evitare le perdite subite durante l'offensiva del 1994-1995, inizialmente i comandanti russi esclusero un assalto diretto alla città; tuttavia, a partire dalla fine di novembre 1999, i russi sottoposero Groznyj a una massiccia campagna di bombardamenti e di fuoco d'artiglieria che facesse da preludio a un'avanzata via terra. Il 6 dicembre l'esercito russo annunciò inoltre un ultimatum ai civili rimasti in città, invitandoli a lasciarla entro l'11 dicembre o ad affrontare l'eliminazione, salvo poi ritirarlo in seguito all pressioni della comunità internazionale. Nel frattempo numerosi civili rimasero intrappolati nei rifugi sotterranei della città mentre i bombardamenti continuavano.

A metà dicembre le truppe russe avviarono l'offensiva terrestre su Groznyj, incontrando una forte resistenza da parte dei combattenti ceceni, che conoscevano bene l'ambiente urbano e impiegavano cecchini e altre tattiche di guerriglia, riuscendo a far aumentare rapidamente le perdite tra i soldati russi. Nel febbraio 2000, tuttavia, le forze ribelli cecene abbandonarono infine la città, mentre il governo russo dichiarò di aver preso il controllo della capitale cecena.

Il distretto di Staropromyslovskij, situato nella parte nord-occidentale di Groznyj, fu uno dei primi quartieri della capitale a essere attaccato dalle forze russe. Le prime unità federali vi entrarono già tra l'inizio e la metà di dicembre 1999 e l'area fu teatro di pesanti combattimenti nelle prime fasi dell'offensiva, con il quartiere che fu sottoposto a intensi bombardamenti aerei e d'artiglieria, mentre i combattenti ceceni opponevano una forte resistenza alle truppe di terra. Alla fine, il 18 gennaio 2000, le forze russe dichiararono di avere preso il controllo della maggior parte del distretto di Staropromyslovskij, sebbene i media continuassero a segnalare la presenza di sacche di resistenza e di cecchini ceceni nell'area.

Il massacro Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, tra il loro ingresso nel distretto, avvenuto verso la metà di dicembre 1999, e la metà di gennaio 2000, i militari russi eseguirono esecuzioni sommarie di almeno trentotto civili, di cui la maggior parte era costituita da donne e uomini anziani, tutti quanti deliberatamente colpiti da distanza ravvicinata.

Le uccisioni avvennero in almeno quattordici distinti episodi documentati attraverso interviste a sopravvissuti, testimoni oculari e familiari delle vittime; Human Rights Watch ricevette inoltre segnalazioni relative ad almeno una dozzina di ulteriori morti nello stesso periodo, allora ancora oggetto di indagine.

Nel corso degli eventi le forze russe furono inoltre responsabili di ulteriori abusi, tra cui saccheggi e distruzione di proprietà civili, nonché pratiche che esponevano i residenti a gravi rischi, come l'obbligo di recuperare i corpi di soldati russi caduti sotto il fuoco dei cecchini. Nello stesso periodo sei uomini del distretto, visti l'ultima volta mentre si trovavano in custodia russa, risultarono scomparsi e non furono più rintracciati.

Le testimonianze raccolte descrivono episodi in cui i soldati aprirono il fuoco contro civili rifugiati in abitazioni o scantinati e, in alcuni casi, lanciarono granate all'interno dei rifugi dopo aver ordinato agli occupanti di non uscire. Diversi sopravvissuti riferirono che i civili venivano feriti dalle esplosioni e successivamente costretti a uscire, mentre altri testimoni descrissero l'uccisione di numerosi residenti in diversi luoghi del quartiere.

Conseguenze Le autorità militari e civili russe non risultano aver condotto indagini serie sulle uccisioni di Staropromyslovskij, così come su altri episodi simili avvenuti in Cecenia, quali i massacri di Novye Aldy e di Alchan-Jurt.

Il 29 novembre 2007 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha emesso un verdetto nel caso Tangieva v. Russia, pronunciandosi a favore di un familiare delle vittime di una delle esecuzioni sommarie nel distretto, avvenuta nelle prime ore dell'11 gennaio 2000. Le vittime, genitori della ricorrente, furono entrambe uccise a colpi d'arma da fuoco insieme a un'altra donna nella loro abitazione, che fu poi incendiata. La Corte attribuì la colpa delle morti alla Federazione Russa, la quale fu anche ritenuta responsabile per la mancata conduzione di un'indagine efficace.

Note

Voci correlate Massacro di Alchan-Jurt Massacro di Novye Aldy Massacro di Samaški

Categoria:Storia della Cecenia Categoria:Eventi del 2000 Categoria:Stragi commesse in Russia