.
Origine e diffusione Riprende un termine persiano per definire una tipologia di tessuto originario della città di Shushtar in Iran che veniva prodotto fino a 3 secoli fa per confezionare gli abiti dei Re. Il tessuto originale si ricavava dalle fibre delle piante Qaliblob e Istabraq (Calotropis procera). La tradizione mitologica legata alla dībā è significativa: Addishir interpreta il termine come composto da "div + bāf" ("tessuto dai demoni"), un'idea già menzionata da Khayyām: "Jamshid assoggettò i div e ordinò che costruissero bagni, tessessero la dībā, e prima di noi la dībā veniva chiamata div‑bāf, tessuta dai demoni...".
Etimologia Il nome "dībā" deriva dal termine medio‑persiano depak ed è collegato al sanscrito antico dipyate, che significa "fiammeggiare, irradiare, brillare". In arabo compare nella forma dībāj. Al‑Jawāliqī considera al‑dabj la radice di dībāj, con il significato di "motivo, decorazione". Da questa etimologia emergono due caratteristiche fondamentali della dībā: la sua natura “splendente” e il suo essere “decorata”. La brillantezza cui si fa riferimento non deriva soltanto dal tessuto, ma anche dal luccichio dei sottili fili di metalli preziosi utilizzati nella tessitura, un’arte che oggi in persiano viene chiamata "zaribāfī" (tessitura con fili d’oro).
Persone
Note
Categoria:Prenomi di origine indoiranica