Biografia Origini, guerra e cattura Nacque il 5 dicembre 1925 nel villaggio di Újfehértó, nell'Ungheria orientale. Viveva nella borgata di Sulyánbokor, vicino a Nyíregyháza, dove lavorò come apprendista di un fabbro. Aveva due fratellastri nati da un precedente matrimonio del padre: un fratello di nome János e una sorella di nome Anna, rispettivamente di 12 e 18 anni più giovani di lui. Fu arruolato nell'esercito reale ungherese nell'ottobre del 1944, durante la seconda guerra mondiale, e servì in un reggimento di artiglieria. Successivamente nello stesso anno fu catturato dalle forze sovietiche mentre combatteva nei pressi di Auschwitz e trasferito in un campo di prigionia a est di Leningrado all'età di diciannove anni.

Prigionia e internamento A partire dal 1947 fu internato in un ospedale psichiatrico a Kotelnich, in Russia, dove gli fu diagnosticata una nevrosi. Vi fu portato in stato confusionale da agenti dell'NKVD ma era privo di documenti che ne attestassero identità, provenienza o le modalità della sua cattura. Le uniche informazioni su di lui, annotate su un foglietto di carta, riportavano solo un nome, András Tamás, e che si trattava di un prigioniero di guerra. Poiché coloro che erano ricoverati in ospedale venivano rimossi dalle liste dei prigionieri di guerra le autorità ungheresi persero ogni traccia di lui e lo dichiararono morto nel 1954.

Toma rimase in quell'ospedale per cinquantatré anni con il nome di András Tamás, restando impossibilitato a comunicare con chiunque a causa della sua completa ignoranza della lingua russa. Inizialmente tenne una condotta aggressiva che col tempo mutò in un isolamento autoimposto e corroborato dall'impossibilità di comunicare. Evitava qualsiasi contatto, rimanendo a letto a fissare il muro o coprendosi la testa con le coperte. Gradualmente però le sue condizioni migliorarono e i medici ritennero che potesse aiutare svolgendo piccoli lavori nei poderi dell'ospedale, accordandogli anche il diritto di uscire dalla struttura e girare a proprio piacimento per la città di Kotelnich, cosa che però Toma non fece mai. Il direttore dell'ospedale sostenne che i suoi progressi sarebbero stati ben più veloci se avesse potuto comunicare normalmente e che probabilmente se avesse avuto un posto dove andare sarebbe stato dimesso negli anni '70. Col tempo diventò sempre più inattivo passando le giornate seduto su una panchina in giardino. Essendo straniero e privo di qualsiasi fonte di reddito era diventato un peso economico per la struttura, che si trovava in gravi difficoltà finanziarie e iniziò a cercare un modo per liberarsi di lui.

La scoperta e il ritorno alla libertà A metà anni '90 un medico slovacco che parlava ungherese visitò l'ospedale per curarlo da una patologia non collegata alle sue condizioni mentali e lo identificò come ungherese. Era confuso e non ricordava chiaramente cosa gli fosse successo, e ormai non era nemmeno quasi più in grado di parlare la propria lingua. Vi furono delle difficoltà nell'identificazione del paziente dato il suo stato di confusione mentale, ma lo psichiatra ungherese Andras Veer che si recò in Russia per visitarlo confermò che si trattava senza alcun dubbio di un ungherese che parlava la lingua con il lessico tipico di cinquant'anni prima e che la sua salute mentale sarebbe probabilmente migliorata in un ambiente a lui più familiare. La sua identificazione fu difficile poiché non vi era traccia di nessun "András Tamás" negli archivi russi e nemmeno in quelli ungheresi. Inoltre, secondo il direttore dell'ospedale di Kotelnich Yuri Petukhov, non fu possibile ottenere alcuna informazione né dai militari né dalla Croce Rossa; Petukhov sottolineò anche che non avendo prove certe della sua cittadinanza non si sarebbe potuta contattare l'ambasciata ungherese. Toma tornò in Ungheria l'11 agosto del 2000, accolto all'aeroporto di Budapest da numerose persone tra cui giornalisti e anziani che speravano fosse un loro familiare disperso. In patria le autorità cercarono di identificarlo e gli fu fornita assistenza medica; fu ricoverato in un ospedale psichiatrico di Budapest dove ricevette anche una protesi per la gamba destra che gli era stata amputata tre anni prima. Egli raccontò molti dettagli del suo passato ai medici che lo seguivano, che tuttavia ebbero non poche difficoltà a contestualizzare tali informazioni dato che egli parlava dei suoi ricordi in maniera confusa, passando continuamente da un argomento all'altro. Inoltre era difficile interpretare la sua pronuncia, essendo privo di denti. Dai suoi riferimenti al frastuono dei cannoni e da descrizioni dell'equipaggiamento militare che aveva in dotazione si giunse alla conclusione che con ogni probabilità aveva combattuto come artigliere. Già nei primi giorni dopo il suo ritorno vi furono numerose persone che sostenevano di avere dei legami familiari con lui e inizialmente alcune di esse poterono incontrarlo, ma i medici decisero di tutelare Toma sospendendo tali incontri in attesa che egli fornisse informazioni più dettagliate sulla sua famiglia. Si fecero avanti ottantadue famiglie che speravano di aver ritrovato un parente disperso, ma tra esse non vi erano i suoi veri familiari, che furono identificati grazie alle informazioni fornite dallo stesso Toma. Il 16 settembre del 2000 tornò alla propria città natale di Sulyánbokor dove si riunì ai propri fratelli; la parentela fu successivamente confermata dagli esami del DNA. Poiché non era mai stato ufficialmente congedato, Toma fu promosso dal ministero della difesa al grado di sergente maggiore e siccome figurava come in servizio per tutto il tempo della sua permanenza in manicomio gli furono completamente pagati i decenni di stipendio arretrato. All'età di settantaquattro anni Toma si trasferì a casa della sorella, che si occupò di lui fino alla sua morte nel 2004. Fu seppellito con gli onori militari.

Nella cultura di massa La vicenda è stata trattata in più occasioni dallo scrittore, sceneggiatore e regista Emmanuel Carrère: la prima parte del film documentario da lui scritto e diretto nel 2003 Retour à Kotelnitch riguarda l'indagine che l'autore svolse sul caso di András Toma; successivamente, Carrère tornò sull'argomento con il romanzo La vita come un romanzo russo, del 2007, che racconta la lavorazione del film; infine il capitolo L'ungherese disperso, incluso nella raccolta di scritti Propizio è avere ove recarsi, è dedicato allo stesso tema.

Note