La Sibilla Samia è un dipinto a olio su tela (120 × 99 cm), raffigurante una sibilla, realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, intorno al 1652-1653 e conservato presso il Palazzo Reale di Genova.

Guercino eseguì almeno due versioni autografe della Sibilla Samia: oltre a quella oggi conservata a Genova, una prima versione della Sibilla Samia, era stata eseguita nel 1651 per Ippolito Cattani, che è oggi conservata nelle Collezioni d'Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, a palazzo Fava.

Storia L'opera è citata per la prima volta nella letteratura artistica nella Felsina pittrice di Carlo Cesare Malvasia, sotto l'anno 1653: «Fece la Sibilla Samia per il Medico Gio. Trullo di Roma.»

Il pagamento dell'opera è registrato nel Libro dei conti del Guercino.Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato da Paolo Antonio Barbieri, fratello minore del Guercino, dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito successivamente dai familiari fino al 1666. Alla data del 9 novembre 1652 compare la seguente annotazione: «Il Sig.r Giovanni Tralia Medicho a dato Ducatoni n:ro quaranta per Capara di una mezza figura da farsi dacordo in ducatoni n:ro sessanta e questi sono lire dugento che fano scudi 50.» Il saldo è invece registrato il 16 marzo 1653: «Dal Sig.r Giovanni Tralia si e riceuto p[er] la Sibilla Samia di mezza figura, fano L 100 Scudi 25.»

Non è possibile stabilire con certezza quando e in che modo il dipinto sia pervenuto alla collezione dell'avvocato genovese Carlo Andrea Gabaldoni. La quadreria Gabaldoni fu acquistata nel 1821 da Carlo Felice di Savoia, quando la famiglia reale risiedeva a Palazzo Ducale di Genova; tra l'agosto del 1820 e l'aprile del 1822 l'opera risultava esposta nella Camera della Principessa Sposa. In seguito il dipinto fu trasferito a Palazzo Reale. Il primo inventario che ne documenta la presenza nel palazzo risale al 1836, quando era collocato nella camera di ricevimento dell'Appartamento destinato al Gran Ciambellano di Sua Maestà, al primo piano nobile dell'ala di ponente. Gli inventari del 1844 e del 1854 registrano l'opera nella medesima sede, mentre in quello del 1877 essa risulta trasferita al secondo piano nobile, prima nel Salotto di Diana e, dopo la seconda guerra mondiale, nella Camera da letto del Duca di Genova, nell'ala ovest del palazzo, dove è tuttora conservata.

Nella Guida di Genova di Federico Alizeri il dipinto è indicato come Sibilla Cumana. La critica moderna — Mahon, Salerno, e Stone — concorda invece con l'identificazione proposta da Malvasia, riconoscendo nell'opera una Sibilla Samia, come conferma anche l'iscrizione visibile sul taglio del volume tenuto dalla figura.

Era inoltre nota un’ulteriore versione della Sibilla Samia, conservata alla Galleria degli Uffizi di Firenze. Prima del rinvenimento dell’esemplare oggi nelle Collezioni d'Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, esposto a Palazzo Fava, si era posto il problema di identificare quale fosse il pendant della Sibilla Libia. Sir Denis Mahon aveva proposto di riconoscerlo nella versione degli Uffizi, anche in considerazione della diversa grafia dell’iscrizione: Sibylla nella tela di Genova, rispetto a Sybilla nelle versioni del 1651.

Il rinvenimento della Sibilla Samia oggi conservata presso la Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, pubblicata da Luigi Salerno nel 1983 sulla rivista Apollo con l’articolo A Newly Discovered “Sibyl” by Guercino and the Problem of Workshop Copies, ha chiarito definitivamente l’identificazione del pendant della Sibilla Libia.

La versione fiorentina è sta attribuita da Luigi Salerno a Bartolomeo Gennari.

Il dipinto fu esposto nella mostra Il Guercino. Giovanni Francesco Barbieri 1591-1666, tenutasi a Bologna, nel Palazzo dell'Archiginnasio, dal 1º settembre al 18 novembre 1968, a cura di Sir Denis Mahon. In quell’occasione fu sottoposto a pulitura presso il Gabinetto di Restauro di Bologna. Descrizione e stile All’interno di una semplice stanza illuminata da destra, una giovane donna è assorta nella lettura di un antico codice. La figura, raffigurata a tre quarti e colta in atteggiamento meditativo con la mano sinistra appoggiata al mento, si staglia contro un fondo neutro e atmosferico, privo di elementi d’ambientazione salvo lo scorcio di una finestra sul margine destro del dipinto. Il volume è aperto sopra un piano rivestito da un panno verde, collocato accanto allo stipite della finestra, allusione alla fonte luminosa che rimane fuori dal campo visivo.

La donna indossa un ampio mantello di velluto rosso malva con risvolto blu, fermato sulla spalla destra da una grande spilla con rubino, sotto il quale emergono le ampie maniche bianche della camicia e una veste dai toni caldi tendenti all’arancio. Sul capo porta un turbante improvvisato, quasi un panno avvolto frettolosamente, che richiama l’immagine tradizionale dell’antica maga, della zingara o della giovane popolana. L’iscrizione visibile sul taglio del volume retto dalla figura identifica tuttavia il personaggio con la Sibilla Samia, una delle dodici sibille riconosciute dalla tradizione cristiana come profetesse della venuta di Cristo, vissuta secondo la leggenda attorno al VII secolo a.C. nell’isola greca di Samo.

Il dipinto è costruito su un raffinato equilibrio luministico e cromatico: i toni aranciati della veste, i viola del mantello e il verde muschio del panno sono bilanciati dal blu intenso della fodera e dal bianco lattiginoso della camicia, mentre le ombre modulano con morbidezza i passaggi tonali, come nel braccio proiettato sul collo e sul petto della figura. La pennellata, particolarmente soffice e fluida, crea effetti preziosi nelle superfici seriche e nelle pieghe dei tessuti, dove la luce sembra fondersi gradualmente con il colore.

Per i caratteri stilistici il dipinto è generalmente riferito all’ultima fase della produzione del Guercino, compresa tra il 1637 e la morte del pittore. Tale evoluzione verso forme più classiche non va tuttavia interpretata come una cesura netta, ma come l’esito di un progressivo processo di maturazione avviato già durante il soggiorno romano, quando il Barbieri entrò in contatto con l’antichità classica, con il pieno Rinascimento di Raffaello e con il classicismo moderno dei Carracci e del Domenichino.

Cesare Gnudi osservò come «il tocco ricco e intenso, che nella giovinezza cercava i più densi succhi vitali nella rappresentazione della realtà naturale, diviene tocco lievissimo che dà vita con un fremito continuo all'intera superficie pittorica».

La critica ha inoltre rilevato come nell’opera siano ancora percepibili alcuni debiti nei confronti della pittura di Caravaggio, evidenti sia nell’impianto compositivo — ad esempio nel taglio della finestra — sia nell’uso contrastato della luce e delle ombre.

A proposito di questa Sibilla Samia, Denis Mahon sottolineò inoltre che «la pulitura ha rivelato la delicatezza della fattura, di cui il turbante rappresenta un brano particolarmente attraente. Il tocco risulta più libero e più sciolto di quanto non ci si potrebbe aspettare, aiutato dall'espediente, così spesso usato dal Guercino, di lasciare qua e là l'imprimitura scoperta». Note

Bibliografia

Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti su sibille Categoria:Dipinti nella Galleria nazionale di palazzo Spinola