Villa Loredan Valier Perocco di Meduna, conosciuta anche come Villa Loredan a Carbonera o Villa Loredan Valier Perocco, è una villa aristocratica di fine Seicento e primo Settecento situata a Vascon, frazione di Carbonera, nella regione italiana del Veneto. Inserita discretamente in un quadrante intatto della campagna trevigiana ancora cintato dal muro originale, la villa si distingue per l'impianto simmetrico a tre corpi (un cubico edificio dominicale centrale affiancato da due barchesse porticate più basse) e per lo spettacolare salone affrescato a doppia altezza al piano nobile, riconosciuto oggi come uno dei più notevoli esempi di decorazione illusionistica barocca nel Veneto.

Ubicazione e territorio La villa sorge solitaria all'interno di un piccolo intatto quadrante di lussureggiante campagna trevigiana, posta discosta di qualche centinaio di metri in direzione est dall'antico percorso viario che, da Treviso–Sant'Artemio e passando per Lancenigo, raggiunge nella vicina Maserada la grande strada Postumia romana in vicinanza di antichissimi guadi sul Piave. Il sito si connette strettamente anche al percorso sud–nord della grande strada Claudia Augusta Altinate, da Altino ai valichi prealpini bellunesi, nonché alla variante della Ungaresca, che da Treviso–Lancenigo–Vascon punta a settentrione verso Lovadina.

La Carta Archeologica del Veneto indica che un sedime stradale della centuriazione romana di Tarvisium attraversa il grande quadrangolo cintato del brolo di Villa Loredan, perpendicolarmente al suo asse inclinato sud-ovest/nord-est, pochi metri a nord del palazzo dominicale, in perfetto accordo con l'orientamento della centuriazione che la villa stessa conserva. Presso la villa è citato anche il rinvenimento di una "tomba ad anfora segata" di età romana, e nelle adiacenze è ancora visibile un tratto della Via Claudia Augusta.Carta Archeologica del Veneto, p. 165, F. 38; p. 192 n. 183. Il territorio di Vascon alterna vasti tratti ghiaiosi di antiche conoidi alluvionali del Piave a fasce di terreno argilloso: proprio nei punti di tangenza di tali diversi strati si originano varie risorgive, una delle quali, polla originaria del Mignagola, è compresa nello stesso quadrangolo cintato del brolo di Villa Loredan.

Storia

Prima della villa: la famiglia Trevisan (XV–XVII secolo) La storiografia afferma cospicue proprietà terriere e immobiliari presso Vascon tenute, quanto meno dalla metà del Quattrocento, dalla famiglia patrizia dogale veneziana dei Trevisan, ossia dal suo importante ramo detto "di Santa Maria Formosa", nel quadro del più ampio investimento veneziano nella terraferma seguito al definitivo stabilirsi del dominio veneziano nella Marca Trevigiana dal 1389 e nel Padovano dal 1405. Nel secolo XVI un unitario compendio patrimoniale a Vascon era posseduto da Francesco Trevisan q. Zuanne (n. c. 1510), che nel 1535 sposò Elisabetta Zen, avendone tre figli maschi: Zuanne (1538–1606), Marco (1541–1616) e Ludovico (Alvise, 1548–1592). Da questi discesero le due linee parallele di trasmissione patrimoniale.

Attraverso il ramo del primogenito, Daniele Trevisan (n. 1582), nipote di Zuanne e sposatosi nel 1624 con Elisabetta Giustinian, ebbe per unica figlia ed erede Marietta. Coniugandosi nel 1644 con Zuanne Loredan (1610–1699) q. Domenico, del ramo successivamente detto "di San Vio", Marietta portò in dote anche i beni di Vascon. Questa è la documentata "radice Trevisan" del patrimonio in Vascon divenuto pertinente al ramo Loredan legato alla storia e al nome della villa sei-settecentesca.

Attraverso il ramo del secondogenito Marco, la nipote Bianca (m. 1677), erede di Francesco Trevisan q. Marco (1578–1647) e di Elisabetta Valier, sposatasi nel 1647 con Scipione Boldù, portò in dote la seconda quotaparte dei beni Trevisan di Vascon alla famiglia patrizia del marito. I due passaggi avvennero quasi simultaneamente alla metà degli anni Quaranta del Seicento, e sono registrati indirettamente per la prima volta dal vescovo Gian Antonio Lupi nella relazione della visita pastorale alla parrocchia di Vascon del 6 giugno 1648, quando i nuovi nomi patrizi dei Loredan e dei Boldù appaiono per la prima volta citati.F. Morandin, [studi su Vascon], 1992, p. 57.

Poiché sull'unitario compendio Trevisan si erano sedimentati intricatissimi diritti e pendenze di varia natura (dotali, usufruttuari, livelli ecc.), nel giugno 1679 dovette intervenire uno specifico atto della veneziana magistratura dei Procurator-Giudici, richiesto e copartecipato da tutti i soggetti aventi titolo, per ratificare globalmente il godimento effettivo dei diritti proprietari.Archivio Museo Correr, Venezia, Mss PD 868/60 (Molin), Procurator-Giudici, 20 giugno 1679 (copia originale su pergamena). Solo dopo tale data, ormai sessantanovenne, Zuanne Loredan fu libero di godere e disporre senza vincoli dei beni ricevuti dalla moglie Marietta, e quindi libero di intraprendere sostanziali modifiche edilizie alla residenza dominicale.

La villa nel Seicento: primo impianto sotto Zuanne Loredan Il primo documento che attesti implicitamente la presenza dei Loredan a Vascon è la loro citazione, accanto ai Boldù, quali contributori morosi alla luminaria (colletta per le necessità materiali della chiesa) negli atti della visita pastorale del 1648; il dato è indizio del loro avvenuto radicamento, benché recente, nella comunità del villaggio in qualità di possidenti e, assai verosimilmente, anche di residenti stagionali "in villa", utilizzando la preesistente struttura architettonica già della famiglia di Marietta. Un labile ma significativo indizio di antica origine e nobiltà dell'insediamento è dato dalla bella vera da pozzo di tipo gotico veneziano ancora piuttosto arcaico e non "fiorito", databile quanto meno alla seconda metà del Trecento, presente sul retro dell'edificio dominicale e recante su un lato un grande scudo con l'arma familiare abrasa.

Una somma di svariati indizi architettonico-proporzionali concorre a confermare che l'attuale grande edificio principale fu costruito, più precisamente ri-costruito, da Zuanne Loredan nella seconda metà del Seicento, e più probabilmente nei lavori successivi all'atto giuridico del 1679, sulle fondamenta e in parte sulle murature di un più antico edificio cinquecentesco dei Trevisan. La scelta di rispettare l'orientamento della struttura precedente è significativa: il palazzo pone il proprio asse, con facciata rivolta a sud-ovest, in perfetta concordanza col tessuto viario a maglia ortogonale regolare della centuriazione romana di Tarvisium, dentro lo stesso grande recinto quadrangolare murato (in verità leggermente trapezoidale).

L'attuale corpo edilizio principale è un grande volume parallelepipedo che comprende il piano terreno (rialzato sul piano di campagna di alcuni gradini, ma solo sul fronte anteriore sud-ovest), il primo piano nobile e il secondo piano sottotetto ribassato, ed è coperto con tetto a padiglione a quattro falde. L'impianto tipologico segue il tipicissimo modello veneto tripartito su pianta quadrilatera, divisa longitudinalmente in tre lotti di identica larghezza: il lotto centrale corrisponde al grande salone-portego passante dalla facciata anteriore a quella posteriore, le stanze sono nei lotti laterali (due per lato) e la scala a due rampe parallele è posta trasversalmente tra le stanze del lotto ad ovest. Una mappa schematica del 1713 registra questa situazione tardo-seicentesca, mostrando il grande rettangolo del brolo-giardino cintato, all'interno il cubico palazzo dominicale, un corpo edilizio minore di servizio congiunto al retro (verosimile predecessore dell'attuale barchessa sinistra) e a sud-est la piccola "casetta del giardiniere" tuttora presente.

Antonio Loredan e il cursus honorum pubblico La radicale trasformazione del primo Settecento fu motivata dallo scatto sociale, istituzionale ed economico prodotto in seno alla famiglia dei Loredan di San Vio (in realtà un ramo collaterale finora meno prestigioso a Venezia rispetto al rango dogale di altre linee Loredan) dall'eccezionale cursus honorum pubblico di Antonio Loredan (1666–1748), terzogenito di Zuanne e Marietta. Tra gli incarichi ricoperti nel servizio della Serenissima:

1698–1700: Provveditore Straordinario in Armata 1698–1708: Provveditore Generale in Morea 1703–1710: Provveditore Straordinario a Peschiera 1711–1714: Provveditore Generale in Morea 1716: Podestà a Brescia 1716–1719: Provveditore Generale e Inquisitore alle Isole del Levante 1718: Provveditore Generale in Armata 1723–1725: Inquisitore in Terraferma 1733–1736: Provveditore Straordinario in Terraferma "al dilà del Mincio" 1739–1744: Provveditore Generale da Mar 1746: Capitano Generale da Mar (a 82 anni)

Su tutti gli incarichi spiccò il ruolo di Provveditore Generale e Inquisitore alle Isole del Levante, sostenuto giusto quando l'impero ottomano mosse all'assedio dell'isola veneziana di Corfù (luglio-agosto 1716). Assieme al maresciallo Schulenburg e al capitano generale da mar Andrea Pisani, Loredan ebbe un ruolo determinante per la resistenza e il vittorioso successo sugli assedianti turchi. Tale benemerenza gli valse la nomina a Cavaliere di San Marco da parte del Senato veneto il 12 settembre 1716. Pochi mesi dopo, nel novembre dello stesso anno, presso l'Ospedale della Pietà fu eseguito l'oratorio sacro-militare Juditha Triumphans, allegoricamente celebrativo della vittoria veneziana sui Turchi, composto da Antonio Vivaldi su probabile committenza dello stesso Loredan, grande e appassionato cultore di musica.

La trasformazione del 1717–1720 Probabilmente dal 1717, giusto all'indomani degli insperati clamorosi successi militari contro i Turchi nello Ionio e del conseguito cavalierato di San Marco, Antonio Loredan intraprese, in "fraterna" con il fratello maggiore Alvise (n. 1663), con il quale verosimilmente condivideva la proprietà ricevuta dal padre, una radicale ristrutturazione della villa di Vascon. Nello stesso 1718 i due fratelli acquistarono congiuntamente da Antonio Molin il palazzo veneziano a San Vio (oggi Palazzo Cini) per undicimila ducati, impegnandosi anche in esso in modifiche e arricchimenti. La parte agricola fu del tutto espulsa dalla villa, decentrata per la gestione mezzadrile e ad affitto nei molteplici fondi della proprietà, e la villa fu riconfigurata come residenza di qualificato svago e villeggiatura, allusiva ai modelli settecenteschi più prestigiosi (Riviera del Brenta, Terraglio, ville lombarde dei Navigli e della Brianza, ville genovesi). Non si dispone al momento di documenti sull'architetto incaricato; alcuni indizi stilistici suggeriscono la possibile mano di Andrea Tirali (1657–1737).

Riconfigurazione architettonica L'originario complesso tardo-seicentesco, asimmetricamente composto dal quadrangolare corpo padronale con sulla sinistra congiunta un'ala di servizio, fu riorganizzato secondo un impianto rigorosamente simmetrico, almeno nella configurazione frontale. All'emergente corpo padronale mediano furono affiancate ai lati, allineate sulla medesima linea di facciata, due barchesse porticate alquanto più basse: quella di sinistra ottenuta verosimilmente rielaborando l'edificio di servizio preesistente, quella di destra eretta ex novo. La loro architettura frontale, sobria ma elegantemente vigorosa, è formata da una successione di cinque ariose arcate ciascuna, con superficie integralmente bugnata; i tetti sono a grande padiglione. La congiunzione tra barchesse e corpo mediano è data dall'intersezione di due piccoli corpi, più arretrati rispetto al perfetto allineamento dei fronti, che definiscono due piccole "corti" rettangolari ove sfociano lateralmente i porticati delle barchesse. Tali piccoli corpi ospitano internamente due ampie sale a volta (oggi conservata e recuperata quella di destra), passaggi e coni prospettici tra giardino anteriore e giardino-brolo posteriore.

Il salone-auditorium al primo piano e la loggia aperta