Il Tesoro di Marengo è un complesso di oggetti romani in argento rinvenuto nel 1928 presso la cascina Pederbona, nei pressi di Spinetta Marengo, frazione del comune di Alessandria. Il nucleo del tesoro era composto da 31 reperti e da diversi frammenti di metalli vari del peso complessivo di circa 26 chilogrammi. A oggi il tesoro è conservato presso il Museo di Antichità di Torino.

Storia Il tesoro fu scoperto fortuitamente nel 1928 durante lavori agricoli all'interno della cascina Pederbona, posta lungo la strada che collega Alessandria e Tortona e non lontano dal fiume Bormida.

Dopo il rinvenimento il complesso ebbe vicende complesse prima dell'acquisizione da parte dello Stato: alcuni elementi non furono recuperati e in seguito venne segnalata la presenza di un busto d'argento proveniente dal tesoro in una collezione privata in Egitto. Inoltre durante il regime fascista ci furono diversi tentativi di esportare clandestinamente pezzi del tesoro all'estero.

Gli argenti furono restaurati dall'argentiere Renato Brozzi, che intervenne sui manufatti deformati e schiacciati riportandoli alla loro forma originaria; un ulteriore intervento di restauro avvenne nel 1989. Il tesoro è custodito all'interno delle sale del Museo di Antichità di Torino dal 1936 e nel 2013 è stato oggetto di un nuovo allestimento finanziato dalla Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino.

La datazione del complesso è stata questione discussa tra gli storici; elementi principali per la datazione sono stati il busto attribuito a Lucio Vero e la tabula ansata con dedica alla Fortuna Melior da parte di Marco Vindio Veriano, che contribuiscono a collocare il tesoro tra la fine del II e l'inizio del III secolo d.C.

Le motivazioni per cui il tesoro fu nascosto non sono chiare: lo stato dei reperti, che erano schiacciati, deformati e in alcuni casi presentavano tagli intenzionali e tracce di bruciature, rende poco credibile l'ipotesi che il proprietario originale possa averli nascosti con l'obiettivo di recuperarli in un secondo momento; l'ipotesi più probabile è invece che si trattasse di refurtiva raccolta in un contesto guerresco, a seguito di un saccheggio o in un contesto di pericolo imminente, probabilmente in vista di un successivo recupero del metallo tramite fusione, tesi sostenuta dalla tipologia di reperto ricollegabile all'argentum dilaceratum o hacksilber, ovvero quei frammenti metallici destinati al riciclo.

Un'ulteriore ipotesi sulla provenienza del tesoro è che fosse parte di varie donazioni appartenenti a qualche luogo di culto della zona che venne successivamente saccheggiato. In particolare alcuni storici hanno suggerito un possibile collegamento con la città romana di Ticinum, l'odierna Pavia, dove era attestata la presenza della gens Vindia a cui poteva appartenere Marco Vindio Veriano.

Descrizione Il Tesoro di Marengo comprende oggetti di varia natura, realizzati prevalentemente in lamina d'argento lavorata a sbalzo e a cesello, talora con tracce di doratura. Il complesso si presenta eterogeneo nella sua qualità, cronologia, stile e funzione dei manufatti che sono tutti attribuiti all'opera dei fabri argentarii attivi nell'Italia settentrionale.

Il pezzo più noto del tesoro è un busto in argento a grandezza naturale che generalmente viene identificato come rappresentante l'imperatore Lucio Vero durante la sua gioventù, con atteggiamento eroico e vestito in foggia militare. Il volto del busto è trattato a martellina con i capelli e la barba resi tramite incisioni a bulino e a cesello. La corazza si presenta decorata con una testa di Medusa stilizzata e con motivi a squame fogliacee. Il busto, insieme alla tavoletta con augurio di fortuna, è considerato il reperto più significativo di tutto il ritrovamento.

Tra gli altri reperti figurano una testina femminile forse pertinente a una statuetta o a un busto, interpretata come possibile Vittoria, e il frammento di un braccio che regge una corona. Inoltre è presente un busto maschile, che si ritiene raffigurante Alessandro Magno, inserito a rilievo in un medaglione che presenta nello stile artistico una forte influenza ellenistica.

Il tesoro comprende anche diversi elementi che presentano delle decorazioni vegetali, tra cui un vaso a forma di capitello corinzio decorato con foglie di acanto e di loto, un frammento di oggetto con analoga decorazione, un probabile frammento di coppa con foglie di quercia e ghiande e una ghirlanda di spighe ornata di nastri.

Di interesse vi è anche una lunga fascia argentea ornata da tredici figure, almeno in parte identificabili con divinità del pantheon romano: tra esse possiamo trovare Giove, Minerva, Giunone, Nettuno, Anfitrite, Marte, Mercurio, Venere, i Dioscuri e un gruppo che si ritiene costituito da Proserpina, Cerere e la Fortuna. Venne rinvenuta anche un'applique raffigurante due giovani di aspetto identico l'uno di fronte all'altro, i cui attributi sono riconducibili a Eracle e Apollo.

Di rilievo è anche un fulcrum, elemento di mobilio pertinente a un letto, attribuito alla metà del I secolo a.C. e decorato con motivi floreali e con la figura di una donna sdraiata, forse una Menade o Arianna. Altri elementi, tra cui due protomi caprine, una testa d'aquila e un pesce, facevano probabilmente parte di un disco raggiato che si ritiene potesse nella sua composizione originaria essere ornato da motivi riferiti ai segni zodiacali.

Dal punto di vista tecnico, i manufatti sono realizzati per la maggior parte da sottili lamine d'argento lavorate a sbalzo o modellate a tutto tondo. In alcuni casi la superficie di fondo è trattata con una minuta punteggiatura con l'obiettivo di dare maggiore risalto alle figure in rilievo. Le analisi chimiche effettuate sul tesoro indicano per i campioni studiati un argento molto puro, con valori superiori al 97%, con solo residue tracce minori di rame e piombo.

Le analisi isotopiche del piombo condotte su diversi oggetti hanno evidenziato una notevole omogeneità del metallo nella maggior parte dei manufatti analizzati, indicando come probabile origine della maggior parte del metallo prezioso i giacimenti del Massiccio Centrale francese, in particolare quelli delle aree di Mont Lozère e delle Cévennes. L'interpretazione di questo dato non è univoca ma può essere anche indice di una tendenza del mondo romano a riutilizzare i metalli preziosi tramite la pratica della rifusione. Altri reperti si discostano per origine dal gruppo principale mostrando una probabile origine dell'argento compatibile rispettivamente con un'origine iberica e un'origine nelle miniere d'argento della Sardegna.

Note

Bibliografia

Marengo Categoria:Reperti archeologici romani Categoria:Reperti archeologici d'Italia Marengo Categoria:Cultura ad Alessandria