Il massacro di Muttur è un episodio avvenuto il 4 agosto 2006 a Muttur, Sri Lanka, nel distretto di Trincomalee, nel corso della guerra civile dello Sri Lanka. Diciassette dipendenti della sezione francese dell'organizzazione non governativa Azione Contro la Fame furono giustiziati con colpi d'arma da fuoco a distanza ravvicinata all'interno del loro ufficio. Le vittime erano tutti lavoratori locali: sedici di etnia tamil – tra cui quattro donne – e un moro dello Sri Lanka, con età compresa tra i 23 e i 36 anni.

Il massacro è considerato uno dei più gravi mai commessi contro operatori umanitari nella storia delle ONG. A distanza di anni, nessuno è mai stato processato né condannato per questo crimine.

Contesto

La presenza di Azione Contro la Fame in Sri Lanka Azione Contro la Fame era presente in Sri Lanka dal 1996 e operava a Muttur dal 2001, con programmi di acqua, igiene, sanificazione e sicurezza alimentare rivolti alle popolazioni più vulnerabili del nord-est del paese.

Quando il 26 dicembre 2004 lo tsunami dell'Oceano Indiano devastò le coste dello Sri Lanka, l'organizzazione intensificò immediatamente le proprie operazioni: mobilitò oltre 16 milioni di euro in fondi privati, inviò 150 tonnellate di materiali e lavorò per ripristinare l'accesso all'acqua potabile per i sopravvissuti. I diciassette dipendenti uccisi a Muttur erano ancora là per portare avanti quella missione.

Il conflitto armato Tra il 1983 e il 2009, lo Sri Lanka fu attraversato da una guerra civile tra il governo nazionale e le Tigri di Liberazione dell'Eelam Tamil, un movimento separatista che lottava per uno stato indipendente nel nord e nell'est del paese. Il conflitto causò oltre 100.000 morti in più di due decenni.

Nel 2006 la guerra era nella sua fase più acuta. Trincomalee e Muttur, nel nord-est del paese, erano zone altamente militarizzate, con bombardamenti intensi, spostamenti di massa di civili e presenza contemporanea di esercito regolare, LTTE e gruppi paramilitari.

I giorni del massacro Il 1° agosto 2006 le Tigri Tamil attaccarono e presero il controllo di Muttur. L'esercito governativo rispose con bombardamenti. Migliaia di civili abbandonarono la città.

I diciassette operatori di Azione Contro la Fame rimasero nel loro ufficio. Il 3 agosto il Comitato Internazionale della Croce Rossa organizzò un tentativo di evacuazione: i combattimenti in corso glielo impedirono. Quella sera, il personale appese bandiere e affisse adesivi con il logo dell'organizzazione su ogni superficie dell'edificio, per segnalare chiaramente la propria presenza come operatori umanitari. La polizia di Trincomalee confermò che le forze di sicurezza presenti nell'area erano informate della loro presenza.

Il 4 agosto l'esercito annunciò di aver ripreso il controllo di Muttur. Alle 7 di mattina i contatti con i diciassette colleghi si interruppero. Un'evacuazione via terra fu organizzata, ma il convoglio fu fermato a un posto di blocco dell'esercito a dieci chilometri dalla città.

Il 6 agosto, dopo numerosi tentativi, il personale di Azione Contro la Fame riuscì ad accedere alla sede di Muttur. Trovò i primi quindici corpi all'interno dell'ufficio, a faccia in giù, con le magliette dell'organizzazione ancora addosso e ferite da arma da fuoco alla testa e al collo. Secondo le testimonianze raccolte nelle indagini successive, le vittime erano state fatte inginocchiare e avevano implorato pietà prima di essere fucilate a bruciapelo. Due corpi furono ritrovati successivamente all'interno di un veicolo nelle vicinanze. Il 7 agosto i diciassette cadaveri furono trasportati all'ospedale di Trincomalee.

Le vittime Le diciassette vittime erano tutte dipendenti locali di Azione Contro la Fame, con età compresa tra i 23 e i 36 anni. I loro nomi:

M. Narmathan, I. Muralitharan, R. Arulrajah, T. Pratheeban, A. Jaseelan, G. Kavitha, K. Kovarthani, V. Kokilavathani, S. Romila, M. Ketheswaran, M. Rishikesan, S.P. Anantharajah, G. Sritharan, S. Koneswaran, S. Ganesh, Y. Kodeeswaran e A.L.M. Jawffar.

Provenivano dalle stesse comunità che stavano servendo ed erano un team esperto, riconosciuto per il lavoro svolto dopo lo tsunami del 2004.

Reazioni

Missione di monitoraggio dello Sri Lanka Il governo dello Sri Lanka negò ogni responsabilità nell'accaduto. La Missione di monitoraggio dello Sri Lanka (SLMM) giunse tuttavia a conclusioni opposte, ritenendo l'Esercito dello Sri Lanka responsabile delle uccisioni e affermando di essere convinta «che non potessero esistere altri gruppi armati al di fuori delle forze di sicurezza in grado di compiere un simile atto». La SLMM indicò tre ragioni a sostegno di questa conclusione: le forze di sicurezza erano presenti a Muttur al momento delle uccisioni; il governo aveva impedito ai monitor di accedere al sito immediatamente dopo il ritrovamento dei corpi; conversazioni riservate con «fonti altamente attendibili» avevano indicato la responsabilità delle forze di sicurezza.

Il colonnello svedese in pensione Ulf Henricsson, capo uscente della Missione, definì l'accaduto «uno dei crimini più gravi commessi negli ultimi tempi contro operatori umanitari nel mondo».

Azione Contro la Fame e la comunità internazionale Azione Contro la Fame definì l'accaduto un crimine di guerra, in quanto la strage aveva colpito operatori umanitari chiaramente identificabili, in violazione delle Convenzioni di Ginevra che garantiscono la protezione dei civili e del personale umanitario nei conflitti armati. Coordinò con altre ventisette organizzazioni una dichiarazione congiunta che chiedeva al governo dello Sri Lanka di assicurare i responsabili alla giustizia.

Jan Egeland, all'epoca Coordinatore dell'Emergenza delle Nazioni Unite, definì le vittime «lavoratori umanitari che hanno pagato con la vita le loro buone intenzioni».

Indagini

Le procedure nazionali Il 15 agosto 2006 fu aperta una prima indagine presso il Tribunale dei Magistrati, la giurisdizione nazionale competente di primo grado. Il 12 settembre 2006 Azione Contro la Fame presentò un esposto alla Commissione Nazionale per i Diritti Umani di Trincomalee.

Il procedimento giudiziario fu segnato da numerose irregolarità: assenza di testimoni, divieto di accesso al pubblico e alla stampa durante le udienze, impedimento alla presenza di osservatori internazionali. In ottobre, su richiesta degli inquirenti, i corpi furono esumati per recuperare i proiettili e condurre un'analisi balistica.

La Commissione presidenziale e l'IIGEP Nel novembre 2006 il presidente Mahinda Rajapaksa istituì una Commissione presidenziale d'inchiesta incaricata di esaminare sedici casi di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui, come secondo caso, il massacro di Muttur. Un gruppo di donatori bilaterali negoziò parallelamente la creazione di un gruppo di Persone eminenti indipendenti internazionali (IIGEP), incaricate di osservare i lavori della Commissione. L'Australia nominò una propria persona eminente.

L'IIGEP si dimostrò critico nei confronti della Commissione, rilevando che le procedure non soddisfacevano gli standard internazionali di trasparenza e che alle famiglie delle vittime venivano negate informazioni e accesso alle udienze.

Nel luglio 2009 la Commissione concluse che «né l'Esercito di Terra né la Marina erano presenti nel settore dove si è commessa la strage», escludendo la responsabilità delle forze armate nazionali. Questa conclusione è contestata da numerose organizzazioni internazionali e dalla stessa Azione Contro la Fame.

Il ritiro di Azione Contro la Fame dallo Sri Lanka Nel 2008, di fronte all'inefficacia e alla mancanza di cooperazione delle autorità, Azione Contro la Fame decise di porre fine alla propria missione in Sri Lanka e di ritirare la collaborazione dalle indagini nazionali. L'organizzazione rese pubblici tutti gli ostacoli incontrati e chiese formalmente l'apertura di un'indagine internazionale indipendente.

Il rapporto UTHR Il 1° aprile 2008 l'organizzazione University Teachers for Human Rights (UTHR), fondata da ex docenti dell'Università di Jaffna e nota per le posizioni critiche tanto verso le LTTE quanto verso il governo dello Sri Lanka, pubblicò il "Rapporto speciale n. 30", dedicato interamente al massacro. Il documento indica come autori materiali un membro della Guardia civile dello Sri Lanka (poi divenuta Forza di difesa civile) e due agenti della stazione di polizia di Muttur, precisando che alcune unità speciali della Marina militare avrebbero fatto ingresso nel compound dell'organizzazione rimanendo passive mentre il personale veniva ucciso.

Human Rights Watch definì il rapporto «un brillante esempio di lavoro investigativo» e affermò che le indagini del governo sul massacro «erano poco più che una presa in giro delle famiglie delle vittime e della comunità internazionale».

L'indagine internazionale dell'ONU Nel 2014, anche grazie alla pressione di Azione Contro la Fame e di altre ONG, il Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU avviò un'indagine internazionale indipendente. Il rapporto del 2015 confermò che le prove indicavano le forze di sicurezza dello Sri Lanka come responsabili del massacro, e propose l'istituzione di una Corte Speciale internazionale. Le autorità dello Sri Lanka rifiutarono.

Nel 2019 il procuratore generale dello Sri Lanka, Dappula de Livera, ordinò alla polizia di accelerare le indagini sul massacro. Nessun procedimento penale è mai stato avviato contro alcun sospettato.

Nel 2021 Azione Contro la Fame portò il caso di Muttur davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno reiterato in più occasioni che i responsabili non sono mai stati «arrestati, perseguiti e puniti».

L'impunità Nessuno è mai stato processato né condannato per il massacro di Muttur. Azione Contro la Fame ha documentato le principali tappe della propria azione per la giustizia:

2006: coordinamento di una dichiarazione congiunta di 28 ONG rivolta al governo dello Sri Lanka. 2006–2008: partecipazione alle indagini nazionali, poi abbandonata per la mancanza di indipendenza e trasparenza delle procedure. 2008: ritiro dallo Sri Lanka e richiesta pubblica di un'indagine internazionale. 2012: petizione per l'apertura di un'indagine indipendente delle Nazioni Unite. 2013: pubblicazione di un documento che identifica le forze di sicurezza dello Sri Lanka come responsabili. 2014: avvio dell'indagine internazionale del Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU. 2015: il rapporto ONU conferma le responsabilità delle forze di sicurezza; la proposta di una Corte Speciale internazionale viene respinta dallo Sri Lanka. 2021: il caso viene portato davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Il massacro di Muttur si inserisce in un contesto più ampio di violenza deliberata contro il personale umanitario, fenomeno in crescita costante a partire dagli anni 2000 e documentato annualmente da organizzazioni internazionali. In risposta a questa tendenza, Azione Contro la Fame sostiene la campagna internazionale Not a Target per il riconoscimento e la protezione degli operatori umanitari nelle zone di conflitto.

Il documentario Nel 2007 Maximal Productions e il canale televisivo francese France 5 produssero il documentario di 52 minuti Muttur: un crime contre l'humanitaire (Muttur: un crimine contro l'umanità). Il film valse il Premio Albert Londres – il più prestigioso riconoscimento del giornalismo francofono – ai giornalisti Anne Poiret, Gwenlaouen Le Gouil e Fabrice Launay.

Note

Bibliografia

Voci correlate Azione Contro la Fame Guerra civile dello Sri Lanka Tigri di Liberazione dell'Eelam Tamil Diritto internazionale umanitario Convenzioni di Ginevra Crimine di guerra Jan Egeland Mahinda Rajapaksa Terremoto dell'Oceano Indiano del 2004 Human Rights Watch Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite Premio Albert Londres

Collegamenti esterni Azione Contro la Fame – Il massacro di Muttur: vent'anni di impunità