Heba (in greco antico ) fu una colonia romana dell'Etruria, situata in località Le Sassaie, nel territorio dell'odierno comune di Magliano in Toscana, in provincia di Grosseto.
Il nome del centro è assicurato da un cippo di travertino con dedica al Genio della colonia, rinvenuto presso l'antico convento di Santa Maria in Borraccia, che pose fine a una lunga controversia sull'ubicazione del sito. L'identificazione topografica dell'abitato è stata tuttavia raggiunta soltanto con il saggio di scavo condotto nel 2004 dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, mentre le ricerche più recenti collocano la deduzione coloniale in età post-sillana. Dal territorio della colonia proviene la Tabula hebana, il documento epigrafico che ha reso noto il nome di Heba anche fuori dagli studi locali.
Le fonti antiche e il nome Heba compare nella Geografia di Claudio Tolomeo, che la elenca fra i centri interni dell'Etruria () assegnandole delle coordinate, in una sequenza che comprende anche Vulci, Sovana e Saturnia.Le formule con cui la letteratura riassume il passo, che collocano ora Heba fra Saturnia e Vulci, ora Saturnia fra Heba e Vulci, si riferiscono alla posizione nell'elenco e non a un'indicazione topografica. La tradizione manoscritta del passo non è univoca: nella maggior parte dei codici tolemaici si legge , mentre la forma ricorre nei soli Parigini 1403 e 1404 e nel Vaticano Palatino 314. Antonio Minto ritenne preferibile quest'ultima lezione perché coerente con il testo dell'iscrizione del cippo.
Più problematico è il rapporto con Plinio il Vecchio, che nella rassegna degli oppida etruschi della Naturalis historia registra la forma Herbanum, collocata fra Hortanum e Nepet.Plinio, Naturalis historia, III, 52. L'identificazione con Heba si deve allo stesso Minto, che nel 1935 propose di sostituire Hebanum a Herbanum ipotizzando un errore di trascrizione indotto dall'Hortanum immediatamente precedente. La congettura è stata generalmente accolta dalla letteratura successiva.
Il nome etrusco del centro non è attestato. La condizione non è peculiare di Heba: secondo Mauro Cristofani il popolamento arcaico della valle dell'Albegna si organizza attorno a nuclei di medie dimensioni che sembrano corrispondere a distinti oppida, i cui nomi restano ignoti pur sulla scorta dell'elenco pliniano. Camporeale osserva analogamente che i tentativi di identificare Caletra, centro ammesso sulla base della menzione di un agro caletrano nelle fonti latine, con Marsiliana d'Albegna o con Ghiaccio Forte sono destinati a restare pure ipotesi, e che la stessa mancanza di elementi probanti caratterizza le proposte di identificazione di Kalousion con gli insediamenti etruschi di Orbetello o di Doganella.
Minto osservò che il nome di Heba scompare in età tardoromana o nell'alto medioevo, sostituito da quello di Magliano.
La storia dell'identificazione Le testimonianze erudite La prima documentazione moderna sulle antichità del territorio risale al Settecento. Nel 1776 il canonico Jacopo Boldrini riferì sulle Novelle Letterarie del ritrovamento avvenuto due anni prima ai Poggi Alti, fra Pereta e la tenuta della Marsiliana, in luogo detto il Vecciaio: sei sarcofagi di macigno contenenti ossa cremate, un tratto di una grossa conduttura di piombo e tre iscrizioni latine, corrispondenti a CIL, XI, 2644-2646, subito reimpiegate come parti di una greppia per il bestiame.
Pochi anni dopo Giorgio Santi descrisse la collina della Tombara, presso Colle di Lupo, dove vide sparsi blocchi di travertino riquadrati, un rocchio di colonna scanalata e alcune iscrizioni incastrate nei muri di una casa rurale, e vi collocò approssimativamente il centro romano. Giulio Ciampoltrini e Paola Rendini hanno però osservato che i resti della Tombara restituiscono piuttosto l'immagine di una grande villa rustica, confrontabile con quella esplorata all'Aia Nuova, e non quella di un centro urbano.
Fino ai primi decenni del Novecento l'ubicazione di Heba rimase dibattuta, e vi si cimentarono fra gli altri Philipp Clüver, George Dennis, Luigi Canina, Angiolo Pasqui, Richard Kiepert e Arturo Solari.
Dal cippo allo scavo del 2004 La scoperta, presso Santa Maria in Borraccia, del cippo di travertino con l'iscrizione dedicatoria al Genio della colonia di Heba diede al problema una base documentaria sicura. Ne seguì una stagione di ricerche condotte da Minto, con saggi di scavo nella primavera e nell'autunno del 1934 e con l'edizione dei materiali emersi alle Sassaie, culminata nel 1947 nel rinvenimento della Tabula hebana. Alle Sassaie tornò poi Guglielmo Maetzke a metà degli anni Cinquanta.
Fra gli anni Settanta e Ottanta il territorio fu oggetto del progetto di ricognizioni promosso da Andrea Carandini come sviluppo dello scavo della villa di Settefinestre, nel quale per la prima volta l'esame delle foto aeree integrò le altre fonti disponibili; le campagne si concentrarono sull'area a nord della sponda destra dell'Albegna, dove si ipotizzava la collocazione della città, senza però giungere a risultati definitivi.
Un nuovo programma di indagini, il Progetto Heba, fu avviato fra il 2003 e il 2006 sulla base di un'intesa fra la Soprintendenza e il Comune di Magliano in Toscana, anche per le esigenze di tutela poste dal previsto attraversamento dell'area da parte di una nuova infrastruttura autostradale; le ricognizioni furono coordinate da Marco Firmati con la collaborazione di un gruppo di volontari. Sulla scorta dei materiali raccolti in superficie nel 2003 e del riesame della documentazione d'archivio, nel 2004 fu aperto alle Sassaie il saggio che ha permesso di fissare la posizione del centro coloniale.
L'insediamento etrusco e le necropoli L'esistenza di un insediamento etrusco anteriore alla colonia è desunta soprattutto dalle necropoli, che si distribuiscono attorno alle località di Santa Maria in Borraccia, San Bruzio, Banditella e Le Sassaie. Il territorio apparteneva all'area periferica dell'agro vulcente e costituiva la naturale via di penetrazione dal mare verso i distretti dell'Etruria interna e la valle del Tevere, oltre che una zona di rilievo economico per la produzione e l'esportazione del vino.
Nel territorio comunale di Magliano, a cinque o sei chilometri in direzione nord da Marsiliana e sulla destra dell'Albegna, sono stati riconosciuti diversi nuclei di tombe a camera, in località Poggio Volpaio, Le Mollaie, Le Ficaie, Santa Maria in Borraccia, Pisciolo, Piantatina e Poggio Bacchino. Si tratta di tombe scavate nella roccia tufacea, a camera unica di pianta quadrangolare o trapezoidale, di norma divisa in due da un pilastro centrale o da un tramezzo perpendicolare alla parete di fondo. Le prime esplorazioni furono condotte dal principe Tommaso Corsini nell'ultimo decennio del XIX secolo, mentre altri interventi si devono alla Soprintendenza archeologica della Toscana negli anni trenta e cinquanta del Novecento.
Il complesso funerario meglio noto è la necropoli di Cancellone 1, individuata nel 1983 a sud dell'abitato moderno di Magliano, lungo la via di collegamento al guado dell'Albegna corrispondente all'odierna strada provinciale di Sant'Andrea, e scavata integralmente dalla Soprintendenza in tre campagne fra il 1983 e il 1986, con un'appendice nel 1988. Si tratta di dodici tombe a camera ipogea tagliate nel calcare lacustre lungo il pendio orientale di una collina, datate alla prima metà del VI secolo a.C. sulla base della tipologia architettonica e dei corredi. Alcune riproducono nella roccia elementi del mobilio reale: nella tomba 10, in particolare, la camera imita un cubiculum, con il letto delimitato da una fascia rilevata e con due elementi a doppio gradino ai lati del tramezzo divisorio. La pianta con tramezzo centrale trova confronti nell'Etruria interna e meridionale, in area chiusina in particolare.
Fra V e IV secolo a.C. la zona di Santa Maria in Borraccia vide la formazione di un centro santuariale, indiziato dal piombo di Magliano e da un bronzetto erratico. Nello stesso torno di tempo la valle fu interessata dalla costruzione di un sistema difensivo, articolato fra Talamone sul mare, Doganella all'interno, Ghiaccio Forte sul guado dell'Albegna e, in via ipotetica, Saturnia, realizzato fra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. sotto la spinta del conflitto con Roma.
La colonia romana La deduzione Dopo la sconfitta di Vulci nel 280 a.C. il territorio requisito fu oggetto di due deduzioni con finalità diverse: la colonia latina di Cosa nel 273 a.C., in funzione antipunica, e la colonia romana di Saturnia nel 183 a.C., a fine di ripopolamento. L'area della futura Heba veniva così a segnare il confine fra i territori delle due nuove fondazioni.
La cronologia della deduzione coloniale è controversa. La manualistica colloca la fondazione nel II secolo a.C., come esito finale della riorganizzazione romana della campagna vulcente: Vincent Jolivet la assegna alla fase di colonizzazione compresa fra il 183 e il 177 a.C., insieme a Saturnia, Gravisca, Lucca e Luni, mentre Giovannangelo Camporeale propone gli anni fra il 167 e il 157 a.C., inquadrandola in un programma di ripopolamento di una regione che dopo la guerra vulcente e la guerra annibalica aveva subito un notevole calo demografico. Arnaldo Marcone osserva che la data non è determinabile con sicurezza e che l'ipotesi della metà del II secolo a.C. resta ragionevole ma non verificabile, poiché la caduta del testo di Livio per gli anni 167-133 a.C. priva di informazioni attendibili sulle colonizzazioni di quel periodo.
Le indagini condotte nel territorio a partire dagli anni Novanta hanno invece portato a collocare la deduzione in età post-sillana, come parte della riorganizzazione che ridefinisce l'intero assetto della valle dell'Albegna: una fondazione urbana a Heba avrebbe completato, insieme alla rinnovata Saturnia, la catena di controllo che le colonie sillane dell'Etruria centro-settentrionale, Fiesole, Arezzo e Chiusi, stringevano su un territorio tradizionalmente legato al partito mariano.
A sostegno di questa collocazione è stata addotta l'evidenza di una cisterna a Santa Maria in Borraccia, subito a settentrione delle Sassaie: tagliata nella roccia, rivestita di cocciopesto, di pianta rettangolare di 11,30 per 3,60 metri e conservata fino a circa tre metri di profondità, era connessa a una fattoria di tono elevato non ancora identificata. La ceramica a vernice nera e le lucerne datano l'abbandono ai primi decenni del I secolo a.C., mentre gli abbondanti residui di incendio indicano che esso fu dovuto a un evento drammatico, collegabile alle campagne che nella seconda metà degli anni Ottanta del I secolo a.C. devastarono la valle dell'Albegna, culminando nella distruzione di Telamon. Anche il saggio del 2004 ha documentato, all'angolo meridionale dell'edificio pubblico indagato, strutture di età repubblicana con il medesimo orientamento, i cui materiali confermerebbero la datazione tardo-repubblicana della deduzione.
Il territorio Il territorio tradizionalmente assegnato alla colonia risulta chiuso a sud-ovest da una fascia costiera fra l'Albegna e Talamone ascritta a Cosa, a nord-ovest dall'agro rosellano, il cui limite sembra posto sulla linea di crinale fra Ombrone e Albegna, e a sud-est dal corso dell'Albegna, ancora confine con Cosa. Il limite nord-orientale, verso l'agro di Saturnia, resta di ardua definizione anche per la probabile comune appartenenza delle due città alla tribus Sabatina, benché l'indicatore archeologico induca a cercarlo sostanzialmente in coerenza con l'attuale confine fra i comuni di Magliano in Toscana e di Scansano.
Le ricognizioni di superficie condotte nel territorio di Vulci hanno individuato lotti centuriati attorno alle colonie di Cosa e di Heba, e Heba figura, insieme a Saturnia, Settefinestre, Firenze e Lucca, fra i pochi casi dell'Etruria in cui è stato possibile dimostrare una centuriazione paragonabile a quella attestata nel resto della penisola.