L'economia tradizionale della Val Vestino si fondò per secoli su un'agricoltura di sussistenza integrata dall'allevamento bovino e ovicaprino, dallo sfruttamento del bosco — con la produzione di carbone di legna, di resina e di calce — e da un'intensa emigrazione stagionale di manodopera specializzata. L'isolamento orografico, la scarsità di superficie coltivabile e la posizione di frontiera fra il Trentino e la Riviera bresciana ne hanno determinato i caratteri fino alla metà del XX secolo, quando l'abbandono della montagna e la diffusione dell'energia elettrica e dei combustibili fossili posero fine alla maggior parte di queste attività.

Sul territorio ne restano numerose testimonianze materiali — aie carbonili, calchère, pozze d'abbeverata, mulini e segherie idrauliche, malghe — in parte recuperate a scopo didattico e museale dall'ERSAF e dalla comunità montana del Parco Alto Garda Bresciano.

Il quadro ottocentesco La più antica descrizione organica dell'economia di valle si deve al geografo Attilio Zuccagni-Orlandini, che nella sua Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia del 1840 scriveva:

Lo stesso autore segnalava fra i prodotti naturali della valle «una specie di squisitissime piccole trote che si pescano nell'Armarolo e che chiamano miniate, a cagione delle macchie aureo-argentine che abbelliscono il loro corpo», ritenute presenti solo in quel torrente e nella riviera salodiana..

L'alpeggio e la produzione casearia

L'allevamento bovino e la monticazione costituirono per secoli l'asse portante dell'economia valvestinese. Le malghe storiche sono quelle di Tombea, Alvezza, Bait, Corva, Selvabella, Piombino e Denai; la pratica dell'alpeggio è documentata in una pergamena del comune di Storo già a partire dal 1381. Le comunità vi conducevano le mandrie dai primi di luglio a circa il 10 agosto, dopodiché il prativo veniva occupato dal bestiame minuto, capre e pecore, proveniente dall'alpeggio della Valle di Campei. La ristrettezza delle praterie disponibili fu all'origine delle grandi contese confinarie del 1405 e del 1511.

Il commercio dei prodotti caseari verso la Riviera è attestato con precisione dal XVII secolo: il 31 agosto e il 3 settembre 1611, nel pieno propagarsi del contagio della peste, il cancelliere della contea di Lodrone certificava ai deputati di sanità di Salò l'ottimo stato del bestiame bovino e ovino custodito nelle malghe Tombea e Alvezza di Magasa, al fine di concedere ai commercianti veneti Matteo Iorio, Ascanio Bella e Ventura Comboni il permesso di importare formaggio, burro e agnelli per la vendita nel comune di Gargnano. Nell'Ottocento e nel primo Novecento le esportazioni di burro, formaggio e carne fresca verso il Regno d'Italia godettero di regimi daziari agevolati previsti dai trattati commerciali del 1878 e del 1887.

Il formaggio Tombea Il Tombea prende il nome dall'omonimo monte e viene prodotto da maggio a settembre negli alpeggi di malga Tombea, malga Bait, malga Alvezza, malga Corva e monte Denai, nel territorio del comune di Magasa. Realizzato con latte vaccino di razza bruna alpina, è confezionato in forme cilindriche dallo scalzo di circa 10-12 cm, leggermente convesso, con diametro compreso fra 35 e 45 cm.

Si tratta di un tipico formaggio di malga, molto raro in quanto i produttori sono pochissimi, a crosta dura; come altri formaggi delle vallate alpine è a latte crudo, ma a pasta dura per la lunga stagionatura, che può protrarsi con ottimi risultati anche per dieci anni. Mediamente stagionate per 20-24 mesi, le forme mantengono un peso variabile da 8 a 15 kg e si contraddistinguono per la crosta marrone e la pasta di colore giallo intenso. A Cima Rest il formaggio è protagonista della festa del formaggio che si tiene la seconda domenica di settembre.

Nel 2001 il Tombea ha ottenuto il primo premio nella categoria «formaggi storici» del concorso caseario promosso nell'ambito di Franciacorta in bianco e nel 2002 è stato presentato come presidio Slow Food al Salone del Gusto di Torino. Nel 2010 è stato registrato con il marchio d'impresa collettivo, che certifica il rispetto di un rigido disciplinare di produzione fondato sull'antico sistema artigianale di lavorare il latte crudo nel territorio di Magasa e sulla stagionatura tradizionale. Il Tombea è inoltre riconosciuto come PAT.

Le pozze d'abbeverata

Le pozze presenti nelle piane dei fondi agricoli, dette localmente lavàc, hanno un ruolo fondamentale per il mantenimento dell'attività pascoliva legata all'alpeggio, ma anche per la tutela della biodiversità: rettili e anfibi trovano in questi specchi d'acqua un luogo ideale per la riproduzione, come la biscia dal collare (Natrix helvetica) censita nell'agosto del 2018 nella pozza di monte Tombea, o i girini di rana montana e rospo comune.

La tradizione locale riporta che, data la mancanza nella zona di sorgenti e corsi d'acqua, le pozze esistessero da secoli e che la tecnica per realizzarle consistesse in uno scavo manuale nell'area di impluvio del pendio, così da facilitare il riempimento con la raccolta naturale dell'acqua piovana, di percolazione o dello scioglimento della neve. Il problema principale era l'impermeabilizzazione del fondo: spesso il semplice calpestio del bestiame, con la conseguente compattazione del suolo, non bastava a garantire la tenuta a causa del basso contenuto di argilla del terreno, per cui era necessario distribuire sul fondo uno strato di buon terreno argilloso reperito nelle immediate vicinanze; dove ciò non era possibile si compattava uno spesso strato di terra e fogliame di faggio, in grado di costituire un feltro efficace. Per garantire un sufficiente apporto d'acqua si realizzavano piccole canalizzazioni superficiali scavate lungo il versante adiacente.

La manutenzione periodica, di norma annuale e precedente la monticazione, consisteva nell'asporto del terreno scivolato all'interno per il calpestio del bestiame e per l'insoglio della fauna selvatica, e nella ripulitura della vegetazione acquatica, per evitare che accelerasse il naturale processo di interramento. In queste fasi si poneva particolare attenzione a non rompere la continuità dello strato impermeabile: si preferiva, ad esempio, non rimuovere eventuali massi presenti sul fondo. Fra il 2004 e il 2007 l'ERSAF della Regione Lombardia è intervenuta sul patrimonio di pozze della valle con il «Progetto Life Natura - riqualificazione della biocenosi in Valvestino e Corno della Marogna», lasciando peraltro inalterate quelle in buono stato di conservazione.. Fra le pozze storiche censite si ricordano quelle del Pavarì di Sopra a Droane, di Paü e del Boscà a Moerna e quella sommitale del monte Tombea.

Le carbonaie Sulle montagne della valle sono presenti numerose e antiche aie carbonili, simbolo di una professione scomparsa da decenni. Quella della carbonaia — pojat in dialetto locale — era una tecnica molto usata in passato in gran parte del territorio alpino, subalpino e appenninico per trasformare la legna, preferibilmente di faggio ma anche di abete, carpino, larice, frassino, castagno, cerro, pino e pino mugo, in carbone vegetale.

I valvestinesi erano considerati esperti carbonai — carbonèr, così venivano chiamati — come risulta anche dagli scritti di Cesare Battisti.Storia della lingua italiana, vol. 2, 1993.. I primi documenti relativi alla professione risalgono al XVII secolo, quando uomini di Val Vestino richiedevano alle autorità della Serenissima i permessi sanitari per recarsi a Firenze e a Venezia. Essi esercitarono il loro lavoro non solo in Italia ma anche nei territori dell'impero austro-ungarico, in special modo in Bosnia ed Erzegovina, e negli Stati Uniti d'America di fine Ottocento, a Syracuse-Solvay.. Anche Bollone fu noto fino alla metà del secolo scorso per la professionalità dei suoi carbonai, attivi in Italia e all'esteroLa miniera verde, a cura della Società industriali del legno e tecnici dell'economia montana, 1946, p. 16..

Nonostante la tecnica abbia subito piccoli cambiamenti nel corso dei secoli, la carbonaia ha sempre mantenuto la forma di una montagnola conica, formata da un camino centrale e da altri cunicoli di sfogo laterali usati per regolare il tiraggio dell'aria. Il procedimento sfrutta una combustione imperfetta del legno, che avviene in condizioni di scarsa ossigenazione per tredici o quattordici giorniStudi trentini di scienze storiche, sezione prima, vol. 59, 1980.. Le piccole aie, dette localmente ajal, jal o gial, erano disseminate nei boschi a distanze abbastanza regolari e collegate da fitte reti di sentieri; dovevano trovarsi lontane da correnti d'aria ed essere costituite da terreno sabbioso e permeabile. Visto il terreno scosceso, erano spesso sostenute da muri a secco in pietra, e nei pressi il carbonaio costruiva una capanna di legno per il riparo proprio e della famiglia. In queste piazzole, ripulite accuratamente durante la preparazione del legname, si ritrovano ancora oggi piccoli pezzi di legna carbonizzataA. Lazzarini e F. Vendramini, La montagna veneta in età contemporanea. Storia e ambiente. Uomini e risorse, 1991..

A cottura ultimata iniziava la fase della scarbonizzazione, che richiedeva uno o due giorni di lavoro: si raffreddava il carbone con numerose palate di terra, si procedeva all'estrazione spegnendo con l'acqua le braci rimaste accese, e infine, quando era ben raffreddato, lo si insaccava e trasportava con i mulattieri verso la Riviera del Garda per la vendita. La qualità variava a seconda della bravura del carbonaio e del legname impiegato: il carbone di ottima qualità doveva «cantare bene», cioè produrre un bel rumore. Del carbone si faceva uso sia domestico sia industriale; la pratica cadde in disuso in valle poco dopo la seconda guerra mondiale, soppiantata dall'energia elettrica e dal gasolioF. Fusco, Vacanze sui laghi italiani, 2014, p. 169..

La resinazione e la pece

L'estrazione della resina delle conifere fu un'attività fiorente nella Val Vestino del Settecento, quando proprio di qui passava — sulle creste del monte Stino e del monte Vesta, nel fondovalle del torrente Toscolano e del torrente Droanello — l'antico confine fra l'Impero d'Austria e la Repubblica di Venezia.

La valle era in quei tempi una discreta produttrice di trementina, detta «di Venezia» o tia de rasa in loco: scaldata in una caldaia di rame, distillata e messa in botti dai piciari, essa era la fonte di un redditizio commercio con la Repubblica, che ne impiegava il derivato in molteplici usi — nella medicina, come lubrificante dei violini, nella formazione di mastici per sigillare le botti, in ambito militare per saldare le punte sulle frecce. Sembra quindi certa l'ipotesi che i toponimi di monte Pinèl, monte Pine, località Pinedo e Borgo Fornèl a Magasa siano da attribuire all'attività estrattiva e alla presenza di impianti per la raffinazione, non solo della resina — pece bianca, così detta quando essiccata — ma anche per la distillazione secca del legno destinata alla produzione della pece navale, detta pece nera o greca, estratta dai ceppi delle conifere e usata per calafatare le navi dell'arsenale veneziano o come materiale incendiario.

L'ottenimento della pece nera prevedeva la tecnica dei «forni», caldaie interrate e sigillate con l'argilla e dotate di un pertugio sul fondo, sovrastate da modeste cataste di legname simili a quelle costruite per la produzione del carbone, alle quali veniva appiccato il fuoco. In esse si cuoceva il legno di pino tagliato in assicelle assieme ad altre sostanze resinose, fino all'estrazione di un pergolato, la pece, che tramite una canaletta di legno veniva raccolta in stampi, fatta raffreddare e poi commerciata. La lavorazione della pece è documentata anche a Droane, dove nel 1446 sono citati Mafezolo da Magasa, Francesco Franzosi e Faustino Roncetti quali «proprietari di edifici adibiti alla raffinazione della pece».

Le calchère