La teoria del punto di vista (in inglese standpoint theory) è un quadro concettuale, metodologico ed epistemologico sviluppatosi a partire dagli anni settanta e ottanta del Novecento nell'ambito della filosofia e della sociologia femminista.
Questo approccio contesta l'idea di oggettività di matrice positivista ed empirista fondata sull'assunto di un osservatore neutrale, universale e disincarnato, proponendo al suo posto il principio della conoscenza situata, secondo cui ogni forma di sapere riflette il contesto sociale e le condizioni materiali di chi la produce.
La produzione della conoscenza viene così considerata come una componente dei processi di dominazione, mettendo in evidenza il ruolo storico dell'esclusione, dell'alienazione e dell'oggettivazione delle donne e dei gruppi marginalizzati nelle scienze tradizionali. Nel rifiutare la pretesa di una verità assoluta a favore di saperi parziali e incarnati, viene riconosciuto un legame intrinseco tra sapere ed emancipazione: il recupero dei vissuti delle donne e delle conoscenze subalterne dei gruppi oppressi è considerato un elemento chiave per mettere in discussione le gerarchie di potere e maturare una consapevolezza trasformativa.
La teoria non costituisce tuttavia un orientamento omogeneo. Le diverse elaborazioni femministe attribuiscono un peso differente alla posizione sociale, all'esperienza, alla formazione della coscienza e ai processi attraverso cui la conoscenza viene prodotta e verificata. Nel corso del dibattito, inoltre, la teoria è stata sottoposta a critiche interne relative alla relativizzazione della conoscenza, all'universalizzazione dell'esperienza femminile e alla possibilità di attribuire un privilegio epistemico a determinate posizioni sociali.
Successivamente alcuni concetti e strumenti della teoria del punto di vista sono stati ripresi e rielaborati anche al di fuori del femminismo, in particolare negli studi sul razzismo e sulle popolazioni indigene e in diversi ambiti delle scienze umane e sociali.
Antecedenti filosofici e sociologici La teoria del punto di vista presenta antecedenti nella tradizione filosofica e sociologica che ha messo in relazione la posizione sociale dei soggetti con le forme della coscienza e della conoscenza. Tra questi viene tradizionalmente richiamata la dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello spirito di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, nella quale la diversa posizione dei due soggetti nella relazione di dominio è associata a forme differenti di rapporto con la realtà materiale e l'attività lavorativa.
Un riferimento più diretto è costituito dalla tradizione marxista. Karl Marx e Friedrich Engels collegano la produzione delle idee alle condizioni materiali e ai rapporti sociali, mentre György Lukács, in Storia e coscienza di classe (Geschichte und Klassenbewußtsein, 1923), sviluppa il rapporto fra posizione di classe, coscienza e conoscenza della totalità sociale. La teoria femminista del punto di vista La teoria del punto di vista si sviluppa nell'ambito del pensiero femminista tra gli anni settanta e ottanta del Novecento, a partire dai dibattiti interni al femminismo marxista e socialista relativi alla relazione tra posizione sociale, esperienza e produzione della conoscenza. Applicando la critica marxiana della divisione del lavoro alla sfera del genere, alcune teoriche della seconda ondata evidenziano un'analogia strutturale tra le dinamiche dello sfruttamento di classe nei rapporti di produzione capitalistici e l'oppressione delle donne, individuando nella specifica posizione occupata da queste ultime nella divisione sessuale del lavoro, in particolare nelle attività di cura e di riproduzione sociale, il fondamento materiale per l'elaborazione di un sapere critico e alternativo rispetto alle prospettive epistemiche dominanti.
La teoria non si sviluppa tuttavia attraverso una formulazione unica: diverse autrici ne elaborano aspetti differenti, attribuendo un peso diverso alla posizione sociale, all'esperienza quotidiana, alla coscienza e alla produzione del sapere.
Nancy Hartsock Nancy Hartsock sviluppa una teoria femminista del punto di vista a partire dal materialismo storico. In The Feminist Standpoint: Developing the Ground for a Specifically Feminist Historical Materialism (1983) riprende dalla tradizione marxista l'idea che la posizione degli individui nei rapporti materiali di produzione condizioni la loro esperienza e la loro comprensione della società, trasferendola alla divisione sessuale del lavoro. La posizione delle donne nei processi di riproduzione sociale, nel lavoro domestico e nella cura determina una relazione con il mondo materiale, concreta e relazionale, diversa da quella degli uomini collocati nelle posizioni dominanti. Secondo Hartsock, questa posizione può costituire il punto di partenza per una conoscenza delle relazioni sociali più accurata, poiché consente di cogliere tanto la realtà immediata quanto le strutture di dominio che la organizzano.
Hartsock riprende anche la distinzione marxiana tra la posizione sociale di una classe e la coscienza che essa sviluppa di tale posizione: l'appartenenza a un gruppo subordinato non produce automaticamente uno standpoint. Il punto di vista deve essere elaborato attraverso un processo di coscienza critica e di trasformazione collettiva dell'esperienza. In questo senso, la teoria del punto di vista non identifica semplicemente una posizione sociale con una forma di conoscenza immediata.
Dorothy Smith Dorothy Smith sviluppa la teoria dello standpoint per fondare una sociologia che assuma l'esperienza delle donne come punto di partenza dell'indagine, evitando di reificare i soggetti. L'autrice evidenzia come il lavoro domestico e di cura riservato alle donne liberi gli uomini dalla gestione delle esigenze materiali e della vita quotidiana, consentendo a questi ultimi di elaborare categorie d'indagine astratte e funzionali all'organizzazione del potere. Poiché le categorie concettuali dominanti rispecchiano questo punto di vista, l'esperienza femminile ne risulta esclusa ed alienata, resa inesprimibile attraverso i saperi tradizionali.
Il concetto di bifurcated consciousness («coscienza biforcata»), prodotto dalla divisione del lavoro, viene introdotto da Smith per descrivere la condizione strutturale in cui versano le donne, e in particolar modo le ricercatrici, costrette a muoversi simultaneamente tra la realtà del proprio vissuto materiale e i modelli concettuali dominanti guidati da una prospettiva maschile.
Questa frattura (line of fault) viene assunta dalla studiosa come una risorsa epistemica: lo standpoint utilizza l'esperienza come chiave d'accesso per indagare le relazioni sociali e le strutture di potere sottostanti, garantendo una conoscenza sociologica ed etnografica più completa, meno distorta ed emancipativa.
Sandra Harding Sandra Harding trasferisce il problema sul piano dell'epistemologia e della metodologia della ricerca scientifica. Nella sua elaborazione la teoria del punto di vista costituisce una delle principali alternative femministe all'idea di una scienza neutrale e universalmente valida, indipendentemente dalla posizione del sesso conoscente. Harding distingue la teoria del punto di vista dall'empirismo femminista che individua le distorsioni sessiste principalmente nella cattiva applicazione delle norme metodologiche esistenti: il problema, a suo parere, riguarda invece le stesse condizioni sociali a partire dalle quali vengono formulati i problemi, selezionate le categorie e costruite le conoscenze.
Un aspetto centrale della sua elaborazione è quello relativo al rapporto tra marginalità sociale e privilegio o vantaggio epistemico. Harding argomenta che le prospettive dei gruppi subordinati o esclusi dai luoghi del potere offrono un punto di partenza favorevole per la ricerca, poiché la loro posizione materiale consente di generare domande d'indagine più penetranti e di svelare dinamiche sistemiche e relazioni di dominio che per i gruppi egemoni rimarrebbero invisibili o naturalizzate. In linea con Hartsock e Smith, precisa che tale privilegio non coincide con un'identità data, un'esperienza passiva o un sapere automaticamente corretto, ma costituisce un traguardo o una conquista teorica e metodologica che richiede un processo critico, politico e riflessivo. Alle critiche di essenzialismo, la studiosa ribatte che lo standpoint si costruisce collettivamente tramite la lotta politica contro l'oppressione.
In questo quadro, esposto principalmente in Whose Science? Whose Knowledge? (1991), Harding sviluppa il concetto di strong objectivity («oggettività forte»). L'oggettività non richiede di eliminare la posizione sociale del sesso conoscente o di perseguire una fittizia a-prospetticità, ma di sottoporla a esame critico. Attraverso una «riflessività forte», la ricerca deve includere nell'analisi anche la posizione, gli interessi e i presupposti culturali della comunità scientifica, assumendo programmaticamente come punto di partenza le esperienze dei gruppi marginalizzati per produrre resoconti meno parziali e distorti della realtà.
Hilary Rose Hilary Rose sviluppa una diversa elaborazione del rapporto tra posizione sociale e conoscenza, proponendo un'epistemologia femminista per le scienze naturali fondata sull'analisi marxista della divisione di genere del lavoro. La sua tesi centrale individua la possibilità di una conoscenza scientifica più completa e meno distorta nell'integrazione di attività manuale, mentale ed emotiva (mano, cervello e cuore), una sintesi che caratterizza il lavoro di cura storicamente assegnato alle donne sia nella sfera domestica sia in quella professionale.
Rifiutando il dualismo cartesiano tra mente e corpo o tra ragione ed emozioni, Rose rintraccia le radici di questo punto di vista nelle pratiche del movimento femminista, che fondono dimensione personale, sociale e biologica in progetti legati alla salute e alla consapevolezza del corpo. Questa prospettiva, a suo parere, troverebbe ulteriore riscontro nei saperi olistici storicamente marginalizzati e si sviluppa concretamente nella ricerca delle scienziate in ambiti legati alle scienze della vita ancora caratterizzate da una dimensione artigianale, meno parcellizzate e gerarchiche rispetto alla grande industria della ricerca, quali la biologia e la genetica.
Sviluppi e discussioni interne Le prime formulazioni della teoria del punto di vista sono state oggetto di un'articolata critica all'interno della stessa riflessione femminista, focalizzata sia sulla natura dei soggetti sociali coinvolti sia sulla coerenza logico-epistemica della teoria.
La critica all'universalismo e i saperi situati In una prima fase le teoriche del black feminism hanno contestato l'idea di un'esperienza femminile omogenea o universale, evidenziando i limiti delle prospettive che non considerano le differenze strutturali tra le donne.
In questo contesto Patricia Hill Collins ha evidenziato come la posizione delle donne nere non possa essere assimilata a una generica condizione femminile. Attraverso il concetto di «matrice di dominazione», la sociologa ha mostrato come genere, razza e classe sociale non agiscano come vettori separati di oppressione, ma si intersechino in un sistema multidimensionale di potere.
Collins ha inoltre sostenuto il punto di vista come risultato relazionale, costruito attraverso "esperienze storicamente condivise e basate sul gruppo" all'interno delle quali la comunità si forma come processo collettivo. Per descrivere la particolare prospettiva conoscitiva delle donne nere che operano in ambiti accademici o istituzionali storicamente egemonizzati da altri gruppi sociali senza esservi pienamente integrate, Collins ha coniato la nozione di outsider within ("outsider interna"), individuando in tale collocazione marginale una distanza critica che permette di svelare assunti ideologici invisibili ai dominanti.