Il Sistema Sanitario Nazionale italiano è un sistema sanitario universale ampiamente finanziato dallo Stato attraverso il modello Beveridge. Il sistema mira a garantire la salute come diritto fondamentale, in conformità con l'articolo 32 della Costituzione italiana. L'aspettativa di vita è la quarta più alta tra i paesi OCSE (83,4 anni nel 2018) e l'ottava più alta al mondo secondo l'OMS (82,8 anni nel 2018). La spesa sanitaria ha rappresentato il 9,7% del PIL nel 2020.
Lo Stato italiano gestisce un sistema sanitario pubblico universale dal 1978. La parte pubblica è costituita dal Servizio Sanitario Nazionale, organizzato sotto il Ministero della Salute e amministrato a livello regionale, in seguito al referendum costituzionale italiano del 2001.
Storia 1860-1922: Dopo l'Unità d'Italia Nel periodo che seguì l'Unità d'Italia la gestione della sanità pubblica veniva vista più come un problema di "polizia sanitaria" addetta a mansioni come il controllo delle epidemie, all'igiene pubblica, alla gestione delle quarantene che come cura universale dei cittadini. Le competenze di una sanità che veniva vista come un problema di ordine pubblico erano saldamente in mano al Ministero dell'Interno ed esercitato tramite prefetture e comuni locali, che venivano affiancati da organi tecnici come il Consiglio superiore di sanità.
L'assistenza ospedaliera non era un servizio gratuito garantito a tutti dallo Stato, ma era un servizio che, chi poteva permetterselo, pagava di tasca propria. Le cure dei poveri venivano invece affidate perlopiù ad enti benefici privati, laici come le Società di mutuo soccorso oppure religiosi come le Opere Pie.
La prima, consistente riforma sanitaria del Regno d'Italia fu quindi la legge Crispi-Pagliani (legge n. 5849 del 22 dicembre 1888). Fu con questa legge che Francesco Crispi, assieme all'igienista Pietro Pagliani compirono una vera e organica riforma sanitaria, imponendo ad ogni Comune di avere almeno un medico condotto ed una levatrice stipendiati dall'ente locale, con l'obbligo di prestare cure mediche e chirurgiche gratuite ai poveri.
1922-1945: La sanità sotto il fascismo Con l'avvento del fascismo questo impianto fu ulteriormente centralizzato con il regio decreto 27 luglio 1934, n. 1265 (testo unico delle leggi sanitarie) che disciplinava l'ordinamento, gli organi e le competenze dei servizi sanitari statali, raccogliendo la materia in un'unica norma. Con l'avvento del leggi fasciste che vietavano la libertà di associazione, il governo fascista sciolse la Federazione italiana delle società di mutuo soccorso insieme alle Società di mutuo soccorso, incorporandole in organizzazioni fasciste. Vennero quindi sviluppate delle mutue di categoria che frammentavano il sistema mutualistico in decine di enti dedicati alle singole categorie professionali, ognuna con regole, tariffe e livelli di copertura differenti.
Essendo legato alle singole professioni, questo sistema creava forti sperequazioni, lasciando fuori intere fette di popolazione. Le categorie non coperte (casalinghe senza contratto, disoccupati, lavoratori in nero) non avevano accesso all'assistenza sanitaria ordinaria.
1946-1977: Il dopoguerra Dopo la seconda guerra mondiale, l'Italia ristabilì il proprio sistema di sicurezza sociale, che comprendeva un'assicurazione sanitaria sociale gestita da casse mutualistiche di categoria e assicurazioni private. Negli anni '70, l'assistenza sanitaria sociale dovette affrontare gravi problemi di equità, poiché la copertura variava molto a seconda delle casse mutualistiche; circa il 7% della popolazione rimaneva senza copertura, soprattutto al meridione. Inoltre, molte casse mutualistiche fallirono verso la metà degli anni '70. A causa della crescente insoddisfazione pubblica nei confronti del sistema sanitario esistente, i partiti politici italiani guidati dalla Democrazia Cristiana, avviarono una riforma strutturale.
1978: La nascita del Sistema Sanitario Nazionale (SSN)
Note
Bibliografia
Categoria:Assistenza sanitaria universale