Woman Unknown (in danese Kvinde ukendt) è un film del 2026 diretto da Mayy al-Tukhi.

Terzo lungometraggio della regista danese, ambientato in Danimarca nei giorni immediatamente successivi alla liberazione dall'occupazione tedesca, ha vinto il Leone d'oro per il miglior film all'83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia ed è stato incluso nel programma della settantesima edizione del BFI London Film Festival.

Trama Danimarca, maggio 1945. Nei giorni successivi alla liberazione dall'occupazione tedesca, Marie lavora come domestica e bambinaia presso la dimora di Christian, un industriale di Copenaghen vedovo e padre della giovane Leonora. Il rapporto con il datore di lavoro si trasforma in una proposta di matrimonio che promette a Marie una radicale ascesa sociale, elevandola dalla condizione di servitù a quella di padrona di casa.

La nuova esistenza della donna poggia tuttavia su un passato taciuto e sull'abbandono della sua precedente identità. L'equilibrio precariamente raggiunto entra in crisi durante i preparativi delle nozze, quando l'incontro inaspettato con Karl, una figura legata alla sua vita trascorsa, rievoca trascorsi che la donna aveva cercato di cancellare. In un clima nazionale segnato dalla caccia alle donne sospettate di aver avuto rapporti intimi con soldati tedeschi durante l'occupazione, e dalla vendetta popolare nei loro confronti, la vicenda di Marie rischia di essere scoperta, mettendo in pericolo la posizione che è riuscita a conquistarsi.

Tematiche e contesto storico Sul piano tematico l'opera è stata letta come una riflessione sul corpo femminile inteso come territorio da controllare e punire, proprietà pubblica e campo di battaglia, sia durante l'occupazione, sia nella società del dopoguerra. Il film traccia un parallelo tra la condizione iniziale della protagonista e la sua successiva ascesa sociale, che la riconduce comunque a una posizione subalterna e priva di reale autonomia.

La figura dell'industriale, scampato alle conseguenze del conflitto, a differenza delle donne di rango inferiore, incarna l'ambiguità della cooperazione economica con l'occupante e la spietata logica del sospetto collettivo, in cui la sola ombra di collaborazionismo basta a distruggere la reputazione di un individuo. Le pubbliche umiliazioni inflitte alle donne compaiono come un meccanismo maschile per distogliere l'attenzione da forme di complicità più estese e sostanziali.

Il racconto si configura infine come un'analisi dell'oppressione femminile in un contesto sociale dominato dagli uomini, aperta a riflessioni sulla solidarietà tra donne e sulla persistenza contemporanea dei condizionamenti di genere.

Riferimento alle tyskerpiger

Il termine danese tyskerpiger ("ragazze tedesche"), ma anche feltmadrasser ("materassi da campo", da felt, campo di battaglia/militare, e madras, materasso) e tyskertøse (da tysker, tedesco, e tøs, termine usato in passato per "sgualdrina") indica le donne che, durante l'occupazione nazista della Danimarca (1940-1945), intrattennero relazioni sentimentali o sessuali con militari tedeschi.

Secondo le stime della storica Anette Warring, autrice di una monografia di riferimento sull'argomento, furono almeno 50.000, e tra i 5.500 e i 12.500 i bambini nati da queste relazioni. Si trattava di rapporti leciti sia per la legge danese sia per quella tedesca, ma che la società civile considerava una forma di tradimento nazionale; la stampa clandestina della Resistenza li descriveva con termini pesantemente sessualizzati e denigratori.

Alla liberazione nel maggio 1945, sebbene la legge sui traditori varata dal nuovo governo escludesse esplicitamente le tyskerpiger dalle sanzioni penali, un sondaggio dell'epoca registrò che circa il 75% della popolazione danese ne chiedeva comunque la punizione. Le rappresaglie, cominciate già durante l'occupazione e intensificatesi nei giorni della liberazione, presero soprattutto la forma della rasatura pubblica dei capelli, ma si registrarono anche violenze fisiche e sessuali, umiliazioni di piazza e detenzioni prolungate senza processo. A Viborg, ad esempio, la Resistenza arrestò 361 persone nel maggio 1945, e una seconda retata portò in stato di fermo altre 43 donne, delle quali soltanto tre furono formalmente accusate di collaborazionismo per spionaggio, mentre le altre subirono internamenti brevi e umiliazioni pubbliche.

Le conseguenze si protrassero per decenni, colpendo anche i figli di queste unioni attraverso l'isolamento familiare e sociale. Nel 1996 questi ultimi fondarono l'associazione Danske Krigsbørns Forening per rompere il silenzio attorno alle proprie origini. Una lettura storiografica del fenomeno si è affermata solo negli ultimi decenni, in contrasto con la narrazione nazionale del dopoguerra incentrata sull'unità della resistenza danese. Nel 2018 la Norvegia, per voce della prima ministra Erna Solberg ha presentato scuse ufficiali per il trattamento riservato alle proprie tyskertøser, un gesto che la Danimarca non ha ancora compiuto.

Produzione

Sviluppo e finanziamento

Il progetto di Woman Unknown è stato annunciato da Nordisk Film Production nel maggio 2024 come nuovo lungometraggio di May el-Toukhy, alla terza collaborazione con la sceneggiatrice Maren Louise Käehne dopo Lang historie kort (2015) e Dronningen (2019). Secondo quanto raccontato dalla regista l'idea del film nacque dalla riproposizione, su un giornale danese, di una fotografia d'epoca che ritraeva una donna seduta su una panchina, con gli abiti strappati e una svastica dipinta sulla schiena. L'immagine, dal carattere insieme intimidatorio e propagandistico, spinse el-Toukhy e Käehne a costruire un racconto della seconda guerra mondiale visto dall'esperienza di una donna, in un genere solitamente dominato da vicende maschili.

El-Toukhy ha inoltre raccontato di essere arrivata a quel materiale mentre stava svolgendo ricerche sulla caccia alle streghe durante la Riforma protestante, imbattendosi in fotografie del secondo dopoguerra di donne rasate e dipinte con svastiche i cui fascicoli d'archivio le classificavano, di frequente, come "donna sconosciuta": da questa dicitura discende il titolo internazionale del film. La regista ha indicato tra i propri riferimenti anche il libro La guerra non ha un volto di donna della premio Nobel bielorussa Svetlana Aleksievič, che racconta la seconda guerra mondiale vista e vissuta attraverso le testimonianze dirette delle donne sovietiche.

Nel novembre 2024 il progetto ha ricevuto un finanziamento di 349.000 euro da Eurimages, nell'ambito di un pacchetto complessivo di ventiquattro coproduzioni europee sostenute in quel ciclo, oltre tre quarti delle quali dirette da donne. Al finanziamento hanno contribuito anche il Det Danske Filminstitut, il Nordisk Film & TV Fond, l'emittente pubblica DR, lo Svenska Filminstitutet e SVT, oltre a enti lettoni quali LIAA e Riga Film Fund. Il budget complessivo si è attestato attorno ai 5,7 milioni di euro. Nel gennaio 2026 il progetto, ancora in fase di post-produzione, è stato presentato agli operatori del settore nell'ambito del Nordic Film Market del Göteborg Film Festival. Nell'agosto dello stesso anno la società di vendite internazionali TrustNordisk ne ha acquisito i diritti di distribuzione mondiale.

Stile

La critica ha evidenziato in Woman Unknown un austero stile visivo, accostato alla tradizione formale del cinema danese di Carl Theodor Dreyer, caratterizzato da inquadrature geometriche e da una fotografia desaturata che accompagna l'architettura razionale dell'appartamento borghese in cui si svolge la vicenda. Questa sobria tavolozza cromatica viene interrotta in punti chiave dal colore rosso, che compare nel maglione di Marie, nella bandiera danese e nella svastica dipinta sulla porta di casa quando i sospetti sulla protagonista cominciano a diffondersi; verso la conclusione, sotto forma di sangue sulle sue mani.

È stato notato come la regia scelga di seguire la protagonista perlopiù di spalle o a distanza, spesso attraverso grate, vetri e porte, lasciando volutamente indeterminato se la sorveglianza percepita sia reale oppure proiettata dalla paura di essere scoperta. L'impianto formale, improntato a sottrazione e controllo, è stato tuttavia indicato da alcuni osservatori come a rischio di un'eccessiva freddezza espressiva.

Nel solco del thriller gotico e domestico, diverse letture hanno accostato la struttura del film al cinema di Alfred Hitchcock, rintracciandovi in particolare l'influenza di Rebecca - La prima moglie. Il suo debito emergerebbe nell'architettura delle relazioni domestiche, segnata dall'ingombrante memoria della defunta padrona di casa, dalla presenza di una rigorosa governante, dal ruolo del benestante vedovo e nella tensione paranoica legata all'abito da sposa ereditato, la cui sistemazione sartoriale diventa l'innesco del pericolo.

Accoglienza Il film è stato accolto con recensioni positive da parte della critica cinematografica. Su Metacritic, sito che assegna un punteggio normalizzato su 100 in base a critiche selezionate, l'album ha ottenuto un punteggio medio di 84 basato su dodici recensioni.

Il critico britannico Peter Bradshaw ha assegnato al film 4 stelle su 5 sul The Guardian, descrivendolo come «un dramma molto avvincente e diretto con grande maestria sul ritorno del rimosso». Richard Lawson del The Hollywood Reporter lo definisce «un’esplorazione cupa nel grande caos di una guerra terribile» in cui lo spettatore «vedrà qualche attualizzazione rispetto ai giorni nostri, dato che le istituzioni stanno ancora una volta facendo concessioni a forze sinistre che si atteggiano a paladine della purezza».

Riconoscimenti Mostra del Cinema di Venezia 2026 – Leone d'oro per il miglior film 2026 – Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Mathilde Arce

Note

Collegamenti esterni

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