Palazzo Albergotti delle Statue è un edificio civile storico del centro di Arezzo, situato in via Ricasoli 1.
Storia La famiglia Albergotti possedeva edifici in questo isolato sin dal 1672, ma fu solo nel 1791 che Alessio di Albizo Albergotti e i suoi fratelli acquistarono da Francesco Paolo Palliani un "palazzo con fabbrica adiacente non ultimata... cortili, giardino, due orti, cinque pozzi d'acqua, stalle, rimesse", con lo scopo di farne una nuova residenza lungo una delle arterie cittadine (detta allora via del Lastrico, poiché aveva il lusso di essere lastricata e non in terra battuta), a pochi passi dal Comune e dal DuomoMateriale informativo in loco..
Fu incaricato l'architetto Leonardo Massimiliano de Vegni, che unificando almeno tre preesistenze, compose un edificio unitario, ispirato al nuovo stile neoclassico che aveva in città applicazione nella sola e coeva cappella della Madonna del conforto in Duomo.
Nel 1819 fu visitato da Francesco I d'Asburgo, come ricorda una lapide in facciata. I dissesti finanziari obbligarono la famiglia a vendere il palazzo nel 1830 all'Amministrazione dei beni dell'imperiale regia Corona, per quindicimila scudi fiorentini. Al tempo del Regno d'Italia fu sede dell'Intendenza di Finanza, con quartiere di residenza per il comandante, e dal 1937 divenne sede dell'Ufficio distrettuale delle Imposte dirette. Nel 1964 fu ceduto alla Soprintendenza. Nel 1971 il palazzo venne dichiarato "di notevole interesse artistico e storico".
Il primo piano è stato poi occupato fino al 1994 dall'Istituto Tecnico Femminile, poi vi ha ripreso sede la Soprintendenza per la Provincia di Arezzo, che ha avviato una campagna di restauri. Con la soppressione dell'ente in favore del polo regionale, è previsto che il palazzo diventi sede museale.
Descrizione La facciata è ispirata a linee molto sobrie, definite dai contemporanei "fredde", con un frontone che ricorda il prospetto di un teatro su un avancorpo poco rilevato, lesene e modanature scarsamente aggettanti. Un basamento a bugne è alleggerito da finti archi che inquadrano le finestre del piano terra, col ricorso a fasce marcadavanzale e lungo le architravi. Alleggerisce alla base sul tetto, lungo l'attico, l'installazione di statue allegoriche decorative in cotto, opera dello scultore Arcangelo Ciofini, alle quali si deve il nome popolare del palazzo stesso.
All'interno spicca il salone, con affreschi di Giovan Battista Biondi: l'Allegoria della Fama e delle Arti all'esterno del portale, e Apollo che guida il carro del sole preceduto da Aurora e altre storie mitologiche sulla volta. Qui si trovano anche due grandi quadri a olio su tela: l'Idolatria di Salomone attribuito a Ludovico Gemignani e Scipione l'Africano restituisce la sposa schiava al principe di Altiburo attribuito a Giovanni Battista Lenardi.
Altri ambienti conservano affreschi, alcuni nascosti da scialbo. Al piano nobile si trova la cappella e una "scala segreta", usata dalla servitù e all'occorrenza per muoversi non visti tra il piano terra e le soffitte. Le decorazioni di questo livello risalgono al 1798 con illusioni architettoniche, festoni, vedute floreali, busti e clipei. Nel salone superiore si trovano un Paesaggio marino e un Paesaggio con templi greci siglati L.A., forse Luigi Ademollo.
Il giardino murato si trova sul lato est del palazzo, ed è in corso di restauro. Dal 1964 è compreso nella Lista internazionale dei giardini storici dell'ICOMOS di Parigi.
Note
Bibliografia Palazzo Albergotti delle Statue, materiale informativo a cura della Soprintendenza di Arezzo.
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