I cerchi dell'Inferno sono corone circolari concentriche e sovrapposte nelle quali Dante Alighieri, nella sua opera della Divina Commedia, immagina sia suddiviso l'Inferno, che egli descrive nell'omonima prima cantica. Essi sono nove, in ciascuno dei quali vengono puniti coloro che in vita si sono macchiati di un ben definito tipo di peccato. La suddivisione in nove rimanda al pensiero aristotelico-tomistico. La visione del proprio viaggio nell'oltretomba da parte dell'autore contiene la descrizione dell'Inferno da lui immaginato nel canto XI.

Prima di accedere ai cerchi veri e propri incontriamo la Selva e il Colle dove Dante si viene a trovare smarrito «nel mezzo del cammin di nostra vita, un momento di "sonno"»: dietro questo colle si trova la città di Gerusalemme, sotto alla quale s'immagina scavata l'immensa voragine dell'Inferno. Vi entra quindi attraverso la Porta dell'Inferno e penetra così nell'Antinferno. Nell'antinferno si trovano le anime degli ignavi, ossia coloro che non hanno saputo prendere mai una decisione o, al contrario, quelli che cambiavano idea continuamente, che non si schieravano mai da nessuna parte. Qui vi sono anche gli angeli che non seppero decidere se allearsi con Dio o con Satana. Sono costretti ad inseguire un cartello che cambia direzione di volta in volta e punti da vespe che fanno colare il sangue nutrendo la terra piena di vermi. Superando il fiume Acheronte sulla barca di Caronte, Dante entra infine nell'Inferno vero e proprio.

Primo cerchio - Limbo Si tratta del Limbo: in esso si trovano le persone che, non avendo ricevuto il battesimo ed essendo stati privi della fede, non possono gioire della visione di Dio, ma non sono nemmeno puniti per un qualche peccato; la loro condizione ultraterrena ha molti punti di contatto con la concezione classica dei Campi Elisi.

Secondo la dottrina cattolica, però, alcune anime poterono uscire dal Limbo e accedere al Paradiso: si tratta infatti dei grandi Padri, come Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, David, Salomone, Isacco, Giacobbe, Rachele e molti altri (nella terza cantica tra essi scopriremo anche il pagano Rifeo), vissuti prima dell'avvento del cristianesimo, ma che Cristo venne a liberare dopo la sua morte recando le insegne della sua vittoria sul male, e causando tra l'altro anche dei danni all'Inferno (per esempio facendo crollare tutti i ponti delle Malebolge, come spiega Malacoda a Virgilio nel canto XXI).

Si trovano qui Omero, Quinto Orazio Flacco, Publio Ovidio Nasone, Marco Anneo Lucano, Elettra, Ettore, Enea, Gaio Giulio Cesare, Camilla, Pantasilea, Latino, Lavinia, Lucio Giunio Bruto, Lucrezia, Giulia, Marzia, Cornelia, Saladino, Aristotele, Socrate, Platone, Democrito, Diogene di Sinope, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Zenone, Dioscoride, Orfeo, Marco Tullio Cicerone, Lino, Lucio Anneo Seneca, Euclide, Claudio Tolomeo, Ippocrate, Avicenna, Galeno, Averroè.

Inoltre nel canto XXII del Purgatorio Virgilio nomina altri suoi compagni del Limbo in una conversazione con il poeta latino Stazio. Essi sono: Terenzio, Cecilio Stazio, Plauto, Vario Rufo (o forse Varrone y Varrone), Persio, Euripide, Antifonte, Simonide di Ceo, Agatone, Antigone, Deifile, Argia, Ismene, Ipsipile, Manto? (Dante parla della «figlia di Tiresia»: si deve forse pensare a una svista, visto che l'abbiamo incontrata tra gli indovini in Inf. XXVI), Teti, Deidamia.

Secondo cerchio - Lussuriosi Qui comincia l'Inferno vero e proprio: incontriamo infatti Minosse che giudica i dannati, secondo il mito già presente in Omero e Virgilio. Come spiegato nel canto, ogni anima giudicata viene spedita direttamente tormento eterno, rendendo quindi istantanea la giustizia divina.

Nel secondo cerchio sono puniti i peccatori incontinenti, e in particolare i lussuriosi: essi sono trascinati per l'aria, sbattuti dalla bufera infernale, evidente contrappasso (per analogia) della passione che li travolse in vita.

Sono qui puniti Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride, Tristano, Paolo Malatesta e Francesca da Rimini.

Terzo cerchio - Golosi Nel terzo cerchio, Dante e Virgilio, continuano a incontrare peccatori incontinenti, ovvero i golosi: essi sono immersi nel fango putrido, costretti a vagare sotto un violento nubifragio, e sbranati dal mastino Cerbero, guardiano di tutti gli inferi secondo la mitologia classica, mentre qui presidia esclusivamente il terzo cerchio.

Il contrappasso è più complesso rispetto al cerchio precedente, ma possiamo comunque vedere, nella melma disgustosa nella quale i dannati sono costretti a rotolarsi, una lampante antitesi dello sfarzo raffinato che fecero in vita dei sensi, soprattutto del gusto ma pure della vista e dell'olfatto e, nell'avidità del guardiano che li dilania, un riflesso del loro smisurato appetito culinario. Nell'insieme si può dire che è potenziato al massimo l'aspetto bestiale dell'avidità del cibo, come si nota anche dalla degradazione patita dallo stesso Cerbero rispetto alla sua breve comparsa nellEneide (Dante ne ha, infatti, accresciuto la mostruosità sia nella sua rappresentazione fisica, sia nell'offa che gli viene gettata: una focaccia soporifera nel poema latino, qua, invece, un pugno di sabbia).

Qui viene castigato Ciacco.

Quarto cerchio - Avari e prodighi I peccatori di incontinenza del quarto cerchio sono gli avari e i prodighi, condannati a spingere enormi massi, divisi in due schiere che quando si incontrano si ingiuriano rinfacciandosi la colpa contraria: la grandezza del peso che li opprime simboleggia la quantità dei beni terreni che accumularono o sperperarono, dedicandosi interamente a questo durante la vita. Il guardiano del cerchio è Pluto, dio della ricchezza, che Dante confonde forse anche con Plutone, re dell'Averno e Signore dell'Ade.

Quinto cerchio - Iracondi e accidiosi Questo cerchio è l'ultimo nel quale si incontrano peccatori puniti per la loro incontinenza: qui si tratta degli iracondi e degli accidiosi, i primi immersi e i secondi sommersi nella palude Stige; questi infatti furono in vita immersi nel fango della loro rabbia, e ora si percuotono cercando di liberarsi per l'eternità, mentre i secondi dissiparono la vita nell'immobilità dello spirito, e per questo sono sommersi, privati di aria e parole come in vita si privarono delle opere.

Il custode, anche traghettatore sullo Stige, è Flegias, allegoria dell'ira: la sua figura è infatti ripresa dalla mitologia, essendo egli stato un re dei Lapiti che incendiò il tempio di Delfi per vendicarsi di Apollo, il quale gli aveva sedotto la figlia, come narrano Virgilio e Stazio.

Alcuni commentatori hanno ipotizzato che nella palude si troverebbero anche i superbi e gli invidiosi, che non si trovano da nessun'altra parte: ma a ben guardare sono infiniti i modi in cui un uomo può peccare, e dunque le colpe sono ripartite entro grandi categorie, secondo una giustizia divina imperscrutabile dalla logica umana. Notiamo poi come superbia e invidia siano punite nel Purgatorio non come colpe precise, ma come tendenze generali del carattere, differenza che ben distingue i due regni ultraterreni.

Sono qui puniti iracondi come Filippo Argenti.

Sesto cerchio - Eretici ed epicurei Il sesto cerchio è racchiuso entro le alte mura della città di Dite, nella mitologia omonimo di Plutone, e qui sorvegliata da una moltitudine di diavoli e dalle Furie o Erinni (il primo è il nome latino, il secondo il nome greco); esse sono tre: Megera, Aletto e Tisifone, e sono le dee della vendetta, che impersonavano il rimorso per un delitto compiuto che perseguitava il colpevole

Qui sono puniti gli eretici (tra cui anche gli epicurei, che negarono la sopravvivenza dell'anima dopo che il corpo muore) in sepolcri infuocati: l'idea è probabilmente ripresa dalla pena a cui erano sottoposti gli eretici dai tribunali terreni, cioè il rogo, in quanto il fuoco era considerato simbolo di purificazione e corrispondeva forse alla falsa luce che essi pretendevano di spandere con le loro dottrine. Nell'Inferno i seguaci di ogni setta sono raccolti insieme, in contrasto alla discordia e alla divisione che invece portarono nella Chiesa, mentre il sepolcro allude alla negazione dell'immortalità dell'anima (anche se non tutte le eresie la negavano).

Gli «eresiarchi» non sono compresi nelle grandi categorie dell'incontinenza e della malizia, ma formano una classe distinta: essi infatti credettero di potersi sottrarre al giudizio normativo di Dio, ma non furono immuni dalla punizione. Naturalmente sono diversi anche dai dannati del primo cerchio, i quali non sono veramente dannati in quanto la loro fu semplice ignoranza, e non una scelta deliberata.

Sono qui puniti Farinata degli Uberti, Cavalcante dei Cavalcanti, Federico II di Svevia, Ottaviano degli Ubaldini, Papa Anastasio II.

Settimo cerchio - Violenti Nel settimo cerchio si accede dopo aver superato i resti di una frana, provocata dal terremoto che scosse la terra alla morte di Cristo; essa segna un netto distacco dalla parte superiore dell'Inferno: i dannati degli ultimi tre cerchi, infatti, sono colpevoli di aver posto malizia nelle loro cattive azioni. Il custode del cerchio è il Minotauro, che rappresenta la «matta bestialità», ovvero la violenza che rende l'uomo simile a bestie: e infatti a essere dannati qui sono i violenti, divisi in tre gironi:

Primo girone - Omicidi, predoni e tiranni I violenti contro il prossimo, cioè gli omicidi, i predoni, tiranni e briganti, sono immersi nel fiume Flegetonte, fiume di sangue bollente che ben simboleggia il sangue da loro versato in vita, e sono tormentati dai Centauri, che anch'essi rappresentano la violenza e la forza bestiale; da specificare che i dannati sono immersi nel fiume in proporzione alla gravità della colpa (tiranni fino agli occhi, omicidi fino al collo, predoni fino al petto, feritori fino ai piedi), e sono colpiti dalle frecce dei Centauri se tentano di uscire dal sangue più di quanto sia stabilito.

Sono qui puniti come tiranni Alessandro di Fere, Dionisio I di Siracusa, Ezzelino da Romano, Obizzo II d'Este, Attila, Pirro Neottolemo e Sesto Pompeo; è qui punito come omicida Guido di Montfort; sono qui puniti come briganti Rinieri da Corneto e Rinieri de' Pazzi.

Secondo girone - Suicidi e scialacquatori I violenti contro se stessi sono divisi in due categorie nettamente distinte dalla diversità della loro pena: i suicidi sono trasformati in albero per aver volontariamente rinunciato alla loro natura umana, e infatti non potranno mai recuperarla: durante il giorno del Giudizio universale, infatti, quando dannati e beati rivestiranno i loro corpi per soffrire e gioire in modo più intenso, i suicidi si limiteranno ad appendere ai rami del proprio albero il corpo recuperato; essi sono inoltre tormentati dalle Arpie, creature mitologiche dal corpo di uccello e dal volto di donna, che nellEneide profetizzavano ai troiani fame e sciagure.

Gli scialacquatori, invece, che in vita distrussero e dilaniarono le loro sostanze, sono qui lacerati da cagne fameliche con uguale ferocia; essi sono distinti dai prodighi del quarto cerchio in quanto non solo non hanno avuto misura nel gestire il proprio patrimonio, ma hanno anche infierito su di esso, distruggendo se stessi attraverso le proprie sostanze: sono quindi vittime di una caccia infernale, molto simile a quelle che animano la narrativa del Medioevo (l'esempio più famoso si trova nel Decameron di Boccaccio, nella novella di Nastagio degli Onesti), e in tal modo tra l'altro accrescono ancora la sofferenza dei suicidi, in quanto i loro rami vengono spezzati sia dagli inseguiti che dagli inseguitori.

Sono qui puniti come suicidi Pier della Vigna e un anonimo fiorentino; sono qui puniti come scialacquatori Lano da Siena e Giacomo da Sant'Andrea.

Terzo girone - Bestemmiatori, sodomiti e usurai