Con il termine anarchia militare si indica un turbolento periodo del III secolo d.C., durato circa 50 anni, in cui vennero eletti imperatori, comandanti militari dalla lunga esperienza maturata sui campi di battaglia, amati dalle loro truppe e che, per questo, ricevettero il potere assoluto dal proprio esercito. Furono le legioni o la potente guardia pretoriana a decidere quando dare (in cambio di gratificazioni e privilegi) e quando togliere il potere imperiale ai loro rappresentanti, spesso eliminati dopo pochi anni (se non pochi mesi) di esercizio del potere. Così li definì Aurelio Vittore:
Non era la prima volta nella sua lunga storia che Roma era funestata da guerre civili. A differenza dei casi precedenti, tuttavia, l'instabilità politica generata dall'anarchia militare fu quella più grave, sia per la lunghezza della crisi istituzionale (mezzo secolo) sia per la concomitanza di altre grandi difficoltà: invasioni barbariche, epidemie di peste, secessioni di intere province (Impero delle Gallie, Regno di Palmira), carestie, tensioni religiose, crisi economiche. La pressione dei nemici sulle frontiere e la mancanza di una guida stabile portarono l'Impero sull'orlo del collasso. Intere regioni (Dacia e Agri decumati) dovettero essere abbandonate definitivamente ai barbari. Alla fine, grazie alla risoluzione di un altro generale, il dalmata Diocleziano, l'anarchia militare ebbe termine, ma non senza conseguenze: il Principato diveniva Dominato e i cittadini sudditi. Iniziava il periodo storico detto Tardo Impero.
Tale periodo è da ricercarsi nell'ambito della crisi del III secolo che investì l'impero romano, ovvero dal 235 anno dell'ascesa al trono di Massimino Trace a quella di Diocleziano del 284. Durante i circa 50 anni della crisi si alternarono più di venti imperatori cosiddetti "legittimi" ed un numero doppio di usurpatori sul trono di Roma. Per un certo periodo, dal regno di Gallieno a quello di Aureliano, l'impero fu diviso anche in tre parti: l'Impero Romano propriamente detto, l'Impero delle Gallie ad Occidente e il Regno di Palmira ad Oriente.
All'uccisione di Alessandro Severo (ultimo erede della dinastia dei Severi), dietro istigazione del generale Massimino Trace, gli succedette quest'ultimo nel 235. Massimino dopo un solo triennio fu ucciso dalle sue stesse truppe della legio II Parthica accampata nei pressi di Aquileia, nel maggio del 238. Gli succedettero in pochi mesi Gordiano I (morto suicida), Gordiano II (morto in battaglia), Pupieno e Balbino (due senatori trucidati dalla guardia pretoriana) ed infine Gordiano III che regnò fino al 244, ma che fu probabilmente assassinato per volontà del prefetto del pretorio, Filippo l'Arabo. Filippo, che subentrò a Gordiano sul trono imperiale, cadde in battaglia contro il rivale Decio nel 249, che a sua volta morì insieme al figlio Erennio Etrusco, destinato a succedergli, nella battaglia di Abrittus contro i Goti nel 251.
A Decio succedette Gaio Vibio Treboniano Gallo che associò al trono prima il figlio minore di Decio, Ostiliano, (nel 251), e poi il proprio figlio, Volusiano. Anche questi ultimi perirono al termine di una cruenta battaglia per mano della soldataglia, dietro istigazione del futuro imperatore Emiliano. Emiliano non durò più di tre mesi, morendo anch'egli per mano dei suoi stessi soldati presso Spoleto. A lui succedettero nel 253 Valeriano, (catturato dai Sasanidi nel 260), ed il figlio Gallieno fino al 268.
In questo periodo l'impero rimase diviso per quasi quindici anni in tre parti: ad Occidente l'Impero delle Gallie (retto da usurpatori quali Postumo (260-268), Leliano (268), Marco Aurelio Mario (268-269), Vittorino (269-271), Domiziano II (271) e Tetrico (271-274)) ed a Oriente il Regno di Palmira (dove si alternarono prima Settimio Odenato, nominato da Gallieno corrector totius Orientis, dal 262, poi il figlio Vaballato insieme alla madre Zenobia fino al 272).
A Gallieno, ucciso da una congiura dei suoi stessi generali nel 268, succedette il primo degli imperatori illirici: Claudio il Gotico, che regnò fino al 270 e morì di peste. Gli subentrò il fratello Quintillo, che poco dopo si fece da parte (forse suicidandosi) per lasciare il posto ad Aureliano. Quest'ultimo riuscì nell'impresa di riunificare l'impero, combattendo prima Zenobia e Vaballato in Oriente e poi Tetrico in Occidente. Morì ucciso da un funzionario per motivi sconosciuti, probabilmente per vendetta privata, nell'autunno del 275. La sua morte provocò costernazione e sorpresa in tutta l'impero, tanto che le legioni rimisero al Senato la scelta del successore.
Ad Aureliano succedette così un membro del Senato, un certo Marco Claudio Tacito, il quale regnò per meno di un anno fino al giugno del 276, quando sembra sia stato colto da infarto. Il regno del fratello Marco Annio Floriano, che si era proclamato Augusto, dopo aver ricoperto il ruolo di prefetto del pretorio, alla morte di Tacito, terminò con la sua uccisione in seguito ad una congiura militare, seguita alla cocente sconfitta ad opera del futuro imperatore Marco Aurelio Probo nell'agosto del 276. Quest'ultimo regnò per ben sei anni fino al 282, quando anch'egli fu ucciso da una congiura militare. Durante il suo regno si ricordano due usurpatori in Gallia: un certo Gaio Quinto Bonoso e Tito Ilio Proculo.
A Probo succedette Marco Aurelio Caro, elevato alla porpora imperiale dalle legioni di Rezia e Norico. Egli a sua volta nominò suoi eredi per l'Occidente il figlio maggiore Marco Aurelio Carino e per l'Oriente l'altro figlio Numeriano. A quest'ultimo, una volta ucciso nel 284 dal prefetto del pretorio, Arrio Apro, succedette Diocleziano, il quale si scontrò nel 285 con Carino per il ruolo di unico imperatore e lo batté nel corso della battaglia del fiume Margus.
Divenuto ora unico padrone dell'impero romano, Diocleziano, pensando che il sistema di governo dell'impero fosse inefficace per garantire un adeguato controllo di un territorio tanto vasto e militarmente minacciato su più fronti, cominciò prima ad affiancarsi un cesare per l'Occidente, e dal 293 istituì la cosiddetta tetrarchia, un sistema di governo che divideva l'impero in due macro aree, una occidentale e l'altra orientale, a loro volta suddivise in altre due sub-aree.
Crisi del III secolo
La crisi militare e di alternanza di potere, condusse ovviamente ad una riduzione della produzione su base agricola e mineraria e conseguente crisi dell'industria artigianale, che difettava non solo delle materie prime ma soprattutto del lavoro che le era stato sottratto, a causa delle continue guerre di confine contro Barbari e Persiani, oltre a quelle civili in seguito all'alternarsi di imperatori ed usurpatori.
A questa si sommò quella dei trasporti interni per la riapparizione di brigantaggio e pirateria, con conseguente difficoltà di approvvigionamento dei grandi centri urbani; a cui si sommarono il moltiplicarsi di zecche regionali ovunque nell'Impero (con conseguente aumento del volume della moneta messa in circolazione), un costante depauperamento dei materiali impiegati e conseguente drastica riduzione di quelli preziosi nel battere nuova moneta, ed una crescente e devastante inflazione dei prezzi causata da una limitata offerta rispetto alla domanda.Rémondon, op. cit., pp.83-85.
Ai problemi sopra elencati si aggiungano altri due importanti fattori di tipo militare: Le ambizioni di numerosi prefetti del pretorio e governatori delle province "militari", ovvero che possedevano almeno una legione, come la Germania superiore o quella inferiore, le due Pannonie, o la Britannia, ed altre ancora; La volontà degli eserciti e della guardia pretoriana che innalzano o rovesciano gli imperatori per interessi personali e per campanilismo provinciale.Roger Rémondon, La crisi dell'impero romano, da Marco Aurelio ad Anastasio, Milano, 1975, pp.76-77.
Alcuni storici, prendendo spunto dalla visione marxista della storia come dialettica fra classi sociali, hanno individuato nel "potere bonapartista" (definizione coniata da Karl Marx) degli imperatori le cause latenti della crisi. Tale tipo di potere si esplica nelle situazioni in cui una classe dominante (in questo caso l'oligarchia senatoria romana) entra in crisi, ma non c'è ancora un'altra classe (l'ordine equestre nel caso in questione) in grado di sostituirla al potere. In questa situazione il vuoto viene riempito da personaggi carismatici auto-investiti. Tale potere è particolarmente instabile e vulnerabile, perché non ha vere radici nella società ed è alla costante ricerca di una legittimazione, nella tradizione umana o nell'investitura divina. Esso non costituisce un'alternativa stabile all'aristocrazia, ma versa in una condizione di cronica precarietà e discontinuità. Settimio Severo (imperatore dal 193 al 211) si era illuso di avere restaurato l'ordine, riformando lo Stato e fondando la sua dinastia, invece il suo sogno si infranse del tutto non solo per l'inettitudine dei successori, ma anche per lo squilibrio di base e la violenza congenita di un sistema in cui la vecchia aristocrazia, sconfitta politicamente dall'esercito, non voleva comunque uscire di scena e nello stesso tempo non esisteva nessun altro ordine sociale (una "nuova" borghesia) in grado di emergere. Il potere restava, quindi, in bilico nelle mani di condottieri militari, a loro volta fortemente dipendenti dalla volontà (spesso venduta al miglior offerente) delle legioni e dei pretoriani.Giorgio Ruffolo, Quando l'Italia era una superpotenza, Einaudi, 2004, p. 90.
Cronologia (235-284)
Inizio della grande crisi: lotte interne e invasioni esterne (235-253)
Da Massimino a Gordiano III (235-244)
Nel 235 divenne imperatore Massimino, dopo l'assassinio di Alessandro Severo, ultimo della dinastia dei Severi. Soldato originario della Tracia, fu il primo barbaro a raggiungere la porpora imperiale, essendo nato non ancora cittadino romano.Historia Augusta, I due Massimini, 1.5 e 1.7. Fu anche il primo imperatore a non aver mai messo piede a Roma, in quanto trascorse l'intera durata del suo regno impegnato in campagne militari (prima contro gli Alemanni,Historia Augusta, I due Massimini, 11.7-9 e 12.1..; ; a; ; . poi contro Sarmati; ; ; ; ; ; ; ; ; ; ; ; ; ; Erodiano, Storia dell'Impero dopo Marco Aurelio, VII, 2, 9; VII 8, 4. e Daci; ; ; ; RMD III, 198; sulle monete appare la dicitura "Victoria Germanica" (Southern, p. 212).Historia Augusta, I due Massimini, 13.3.). Il fatto che la sua carriera fosse legata esclusivamente all'esercito (non si curò nemmeno di comunicare l'elezione al Senato) dimostra come i nobili senatori ed i ricchi finanzieri stessero perdendo il loro potere. Si credeva addirittura che facesse parte di una famiglia dediticia, cioè di quelle famiglie cui anche dopo l'editto di Caracalla non era stata riconosciuta la cittadinanza romana. Il suo regno ebbe però vita breve, giusto il tempo di difendere i confini danubiani.
Nel 238 le province africane (un "feudo" di nobili senatori) si rivoltarono contro la politica fiscale di Massimino, volta a compiacere l'esercito, ed elessero quale loro nuovo imperatore Gordiano I, il quale affiancò alla guida dell'Impero il figlio Gordiano II. Entrambi furono però, poco dopo, assassinati da uomini fedeli a Massimino, tanto che il Senato di Roma decise di eleggerne due di nuovi, formando di fatto una diarchia. Si trattava di Pupieno e Balbino (tardo aprile, inizi di maggio 238). Tuttavia una fazione a Roma preferì il nipote di Gordiano I, Gordiano III, costringendo alla fine i due nuovi Imperatori eletti dal senato a proclamare il giovane Gordiano, cesare.Bowman, p. 32.