Siva• • (più raramente ScivaEsempi testuali:• P. F. Fumagalli, Lingue, culture, religioni: Cina e India in dialogo, in • • ; devanagari: शिव, Śiva; adattato con grafia inglese in Shiva) è una delle divinità principali dell'induismo, dio della distruzione e uno dei tre aspetti della Trimurti.
È una divinità maschile post-vedica, marito della dea Parvati e erede diretta della divinità pre-aria, successivamente ripresa anche nei Veda, indicata con i nomi di Paśupati e Rudra. Fondamento, a partire dall'epoca Gupta, di sette mistiche a lui dedicate, è divenuto, in età moderna, uno dei culti principali dell'Induismo ed è il dio supremo nello scivaismo.
Origine e sviluppo del culto di Siva
La divinità pre-aria proto-Paśupati Ricostruire l'origine del culto di questa importante divinità dell'India antica e moderna è un compito arduo, che non ha trovato completamente concordi gli studiosi che se ne sono occupati. L'ipotesi formulata dall'archeologo John Hubert Marshall, secondo la quale i sigilli raffiguranti la divinità di un proto-Paśupati (il "Signore degli animali" dei Veda) rinvenuti nella valle dell'Indo (oggi in Pakistan) possano essere direttamente collegati alla successiva divinità di Siva, è tuttavia oggi generalmente accettataDi parere simile, anche se più prudente, è lo storico delle religioni britannico Gavin Flood, il quale fa però notare che, sempre negli stessi siti della Valle dell'Indo, sono state altresì ritrovate pietre in forma fallica, tipiche del culto di Siva (vedi Gavin Flood, L'induismo, 2006, op. cit., p. 36)..
La civiltà della valle dell'Indo fu una civiltà fiorente nel subcontinente indiano tra il XXIX ed il XX secolo a.C., quindi prima dell'invasione indoaria, che intervenne quando quella antichissima civiltà era già in declino da alcuni secoli.
I sigilli raffiguranti questa divinità Paśupati rappresentano il dio in forma antropomorfica, in una postura "yogica" ed il volto bovino o a tre facce munito spesso di un'acconciatura a forma di cornaLe corna sono un attributo comune a non poche divinità del passato, note come divinità cornute.. In uno dei sigilli tale figura, posta su una pedana, è circondata da un bufalo, un rinoceronte, un elefante e una tigre, sotto la pedana sono poste due capre (o forse cervi), mentre in alto sono visibili sette segni, probabilmente una scritta tuttora indecifrata.
L'erudito Damodar Dharmananda Kosambi ha tuttavia criticato la lettura di Marshall, identificando in quelle di un bufalo le corna riportate nella acconciatura di Paśupati. Se tale critica risultasse fondata verrebbe a cadere il collegamento tra il Paśupati pre-ario e Siva, o il suo precursore vedico Rudra, in quanto l'animale collegato a queste due ultime divinità è certamente il toro. Kosambi collega tuttavia ugualmente questo proto-Paśupati con Siva, ma tramite un Asura, il demone bufalo Mahiṣāsura, del quale però, fa notare lo studioso David N. LorenzenLorenzen, Encyclopedia of Religion, Vol. 12, NY, Macmillan, 2004., abbiamo contezza di una presenza successiva di millecinquecento anni.
Lo stesso David Lorenzen, se ricorda che le tesi George Marshall sono generalmente accettate dagli studiosi, rimanda ad ulteriori scoperte sulle civiltà della valle dell'Indo la prova inconfutabile di un collegamento diretto tra il proto-Paśupati dei sigilli della valle dell'Indo, il Rudra vedico e, infine, il Siva post-vedico.
La divinità vedica Rudra-Siva
Fra gli Dèi vedici Rudra occupa un posto particolare: più che far parte del pantheon sembra l'espressione di potenze demoniache, che popolano i luoghi selvaggi.Eliade, 1996, op. cit.. Rudra è descritto come imprevedibile, egli non ha amici fra gli altri dèi, è scuro di pelle, col ventre e il dorso rossi, i capelli raccolti in trecce. Anche nei successivi Brāhmaṇa Rudra continua a conservare quest'aspetto estremo: errabondo, è escluso dal sacrificio, e le offerte a lui rivolte sono quelle che si gettano per terra (Śatapatha Brāhmaṇa, I, 7, 4, 9). Lo si chiama sia Siva ("il Benevolo") sia Hara ("il Distruttore"), ma anche Shaṃkara ("il Salvatore"), Mahādeva ("il Grande Dio"), o anche "Signore delle bestie selvatiche" (Śatapatha Brāhmaṇa, XII, 7, 3, 20): Paśupati.
Alain DaniélouDaniélou, Miti e Dèi dell'India, 2008, op. cit., p. 219., orientalista francese, nota che il termine sanscrito śiva (aggettivo: "propizio", "favorevole", "benefico") sia proprio, ed esclusivamente, di Rudra, il cui nome si aveva paura di pronunciare. Ciò confermerebbe dunque l'ipotesi che il dio Siva altro non sia che l'evoluzione del dio vedico Rudra, ipotesi sulla quale concordano altri studiosi:
Anche se la figura religiosa del dio post-vedico Siva sicuramente corrisponde per gli studiosi a quella del dio vedico Rudra, la natura di questa corrispondenza è tuttavia controversa.
Arthur Berriedale Keith (1879–1944) ha sempre considerato lo sviluppo religioso e cultuale dal Rudra vedico al Siva post-vedico privo di qualsivoglia rottura di continuità. In modo simile si posiziona Jan GondaJan Gonda, Viṣṇuism and Śivaism. A Comparison, Londra, The Athlone Press, 1970. secondo il quale ci sarebbe uno sviluppo privo di discontinuità tra il Vedismo e il post Vedismo, nonché tra la figura di Rudra e quella di Siva. Di parere opposto è invece il filologo e orientalista Louis RenouLouis Renou, Religions of Ancient India, Londra, University of London, 1953., per il quale le concezioni religiose pre-vediche e il Vedismo contengono delle evidenti rotture: sarà piuttosto il tardo Induismo, sempre secondo questo autore, a recuperare parte dei contenuti religiosi pre-vedici e quindi pre-arii.
Jean VarenneJean Varenne, in Storia delle religioni (a cura di Henri-Charles Puech), vol.13. Bari, Laterza, 1970, pp. 25-26., storico delle religioni e orientalista, se da una parte ricorda la misteriosità di questa divinità vedica, ne evidenzia l'importanza. Lo storico ricorda come Rudra significhi "urlatore", e come divinità sia collegata al bestiame pronto per il sacrificio (paśu-pati, inteso come "signore delle vittime"), questo ne spiegherebbe l'ambiguità di positiva divinità del bestiame e il timore che poteva ispirare. Varenne nota anche come i nomi con cui si indicherà successivamente Siva risalgano ai cento nomi di Rudra indicati in un celebre inno che lo riguarda contenuto nello Yajurveda.
Il "Signore degli animali" pre-ario (Paśupati) diviene dunque nei Veda "Urlatore" (Rudra)«Rudra abita le foreste e le giungle. È chiamato Paśupati, signore delle belve.», da Śatapatha Brāhmaṇa XII, 7, 3, 20; citato in A. Daniélou, Śiva e Dioniso, 1980, op. cit., p. 48. e dio degli animali sacrificati. Armato di arco vaga da solo tra le montagne, custodendo le greggi.Jean Varenne, op. cit..
Il nome di Rudra è collegato alla radice verbale sanscrita rud ("ululare", "urlare", "ruggire", "piangere", "lamentarsi", "gemere") ma anche all'aggettivo, sempre sanscrito, rudhirá con il significato di "rosso" o "rosso sangue", il che collegherebbe questa divinità anche alle nuvole rosse della tempesta e al rumore del tuono. Alain Daniélou fa notareDanielou, Miti e Dèi dell'India, 2008, op. cit., p. 226. come in lingua tamil, lingua tuttora in uso presso gli Stati del sud dell'India, territori dove l'influenza dei conquistatori ariani fu minore, "rosso" è shev, lasciando quindi ipotizzare la possibilità di una genesi differente del nome Śiva.
L'animale associato a Rudra è il toro, simbolo, come la pioggia che lo accompagna grazie alla sua consorte Pṛśni (nome che indica un otre pieno d'acqua, con riferimento alla pioggia), della fertilità.
I quattro inni del Ṛgveda dedicati a RudraQuesti sono: VIII, 46, 3-4; II, 33, 14; I, 114, 1-6; II, 33, 2-4. lo descrivono come un potente deva elargitore di beni ma pronto alla collera e distruttivo, armato di arco e di frecce, dedito a ferire mortalmente chiunque.
Siva nelle Upaniṣad
È soltanto nelle successive Upaniṣad vedicheLe Upaniṣad sono testi filosofico-religiosi, commentari ai Veda, ma che in realtà costituiscono un punto di transizione dall'epoca vedica al successivo induismo. Le prime Upaniṣad vediche risalirebbero al IX secolo a.C., da quelle medie verso quelle più recenti, che Siva viene menzionato con importanza e frequenza crescente, fino ad apparire come una delle maggiori divinità, quale ad esempio è mostrato nella Śvetāśvatara Upaniṣad (IV-II secolo):
Questo, fa notare lo storico delle religioni Mircea EliadeEliade, 1996, op. cit., p. 236., non implica però che già prima, nell'epoca vedica o anche in quella precedente, Rudra-Śiva non avesse, in alcuni ambiti, una sua supremazia fra gli dèi, essendo sia i Veda che i Brāhmaṇa testi composti da un'élite, aristocratica e sacerdotale, che di proposito ignorava il comportamento degli strati più umili della popolazione, nei quali continuavano a sopravvivere elementi pre-ari.
Questa avversità sembrerebbe testimoniata, per esempio, da uno degli inni più antichi del Ṛgveda (VII, 21, 5), dove gli officianti invocano Indra affinché non consenta agli adoratori del fallo (Śiśnadeva) di accostarsi ai loro riti.Daniélou, Śiva e Dioniso, 1980, op. cit.. (Il liṅga, lett. "segno", ma anche "fallo", è, vedi oltre, uno degli attributi di Siva, simbolo tramite il quale il principio creatore del dio è rappresentato e venerato.)
Dunque, conclude Daniélou, è l'antico culto di questo dio che riemerge, superando l'ostracismo degli invasori ariani e imponendo le proprie idee filosofiche e tecniche rituali anche alle caste più elevate della popolazione indiana. È principalmente nei sistemi filosofici dello Yoga, del Tantra e del Sāṃkhya, le tre vie della realizzazione, che si riconosce l'impronta di questa precedente conoscenza:
Nella Kaivalya Upaniṣad, Siva è il «signore che tutto governa» (cap. 7); nella Taittirīya Upaniṣad è «colui dal quale tutti gli esseri nascono e vi ritornano» (cap. 3, 1); nella Muṇḍaka Upaniṣad è «il Sé interiore di tutti gli esseri viventi» (cap. 2, 1, 4), e le citazioni non si esauriscono con queste. Anche nel grande poema epico Mahābhārata, la cui stesura finale è comunque successiva alle Upaniṣad, Siva è riconosciuto come "Grande Dio "(Mahādeva), cui è dovuta venerazione da parte di tutti, umani e dèiVedi ad esempio: (X, 7), (XIII, 14, 3, 4), (XIII, 45, 313)..
Lo Śiva classico
Introduzione La figura di Siva come una delle principali divinità indù, Dio poliedrico, possessore di una elaborata mitologia e portatore di una metafisica sofisticata, prende corpo e si afferma infine coi PurāṇaRaffaele Torella, dall'introduzione a Vasugupta, Gli aforismi di Śiva..., 1999, op. cit.., quei testi religioso-filosofici che espongono cosmologia e filosofia indù attraverso le narrazioni delle storie, testi trascritti all'incirca fra il III ed il XII secolo.
Questo Siva è il risultato di una progressione lenta ma ininterrotta, un'evoluzione in cui le caratteristiche del dio hanno finito per inglobare quelle di molti altri dèi, come Agni, Dio del fuoco, o Indra, Re del pantheon vedico, ma anche un vasto numero di divinità minori e locali connesse con il sesso, la morte e la fertilità. La funzione distruttrice di Rudra si erge ora a dimensioni cosmiche: Siva non è più il collerico Rudra che nei Veda era implorato affinché non uccidesse uomini e bestiame: è il Grande Dio (Mahādeva) che distrugge l'intero universo, è Colui che salva il mondo ingoiando il veleno negli albori del tempo (Nīlakaṇtha), è Colui che domina i cinque elementi (Panchānana).
L'appellativo Mahādeva è frequente nel Mahābhārata, dove Siva appare come un dio che suscita inquietudine, il cui accedere al devoto è descritto non come semplice apparizione ma invasamento, possessione (āveśa, termine che poi ricorrerà nello scivaismo kashmiro).