I dialetti salentini (Salentinu) costituiscono un insieme omogeneo di idiomi romanzi appartenenti al gruppo meridionale estremo e suddivisi in tre principali varianti: settentrionale, centrale e meridionale. Le tre varianti, pur presentando delle fisiologiche peculiarità che le distinguono tra loro, non differiscono abbastanza da compromettere la mutua comprensibilità; essi però si discostano piuttosto nettamente dai dialetti pugliesi propriamente detti, parlati nella Puglia centro-settentrionale e facenti parte del gruppo meridionale intermedio.
L'area dei dialetti salentini comprende l'intera provincia di Lecce, gran parte del territorio della provincia di Brindisi e la porzione sud-orientale della provincia di Taranto.
Storia
La storia dei dialetti salentini, di sostrato greco, è molto complessa ed articolata, presentando, come qualsiasi altra varietà linguistica, influenze di adstrato derivanti, oltre che dal resto della continuità italo-romanza, anche da altre continuità linguistiche neolatine più distanti (come quelle gallo-romanze ed ibero-romanze) e da continuità non romanze (principalmente ellenofone); di tali influenze di adstrato abbiamo testimonianze soprattutto a livello lessicale e nell'onomastica (specialmente derivanti dal greco antico e dal greco bizantino).
Varie sono le teorie sostenute circa lo sviluppo di tale lingua, ma tanti sono anche i disaccordi tra gli studiosi, che spesso non hanno un quadro ben definito della situazione. Di una cosa, però, si è certi: si tratta di un dialetto derivante da un bilinguismo ben radicato tra lingua romanza (latina) e greca bizantina, di cui abbiamo ancora testimonianza nell’area della Grecìa salentina, l’attuale colonia di ellenofoni intorno a Calimera e Zollino.
Già nel periodo della Magna Grecia, con l'importanza sempre maggiore dell'agricoltura rispetto all'industria, le zone fino ad allora rurali acquisiscono importanza urbana; di conseguenza, si assiste ad una ristrutturazione dei ceti sociali che comporta un riassetto anche a livello linguistico: il greco antico, lingua volgare parlata solo nelle zone rustiche, entra a far parte della vita urbana, affiancando così il latino (lingua ufficiale) e influenzandolo a livello fonetico, lessicale e morfosintattico. Tale processo di radicamento linguistico prosegue con l'avvento dell'Impero bizantino, a partire dal sec. VI. Nascono così il salentino romanzo e il salentino greco-bizantino, frutto di prestiti reciproci delle antecedenti parlate della zona (latine e greche) e dirette ascendenti degli attuali dialetti salentini.
Persistono i prestiti e le influenze reciproche tra una lingua romanza e lingua bizantina durante buona parte dell'Alto Medioevo e, secondo quanto afferma il Fanciullo (1996), e possibile notare, in determinati periodi, una maggiore influenza del greco sul latino, come ci viene dimostrato con l'esempio del vocalismo tonico siciliano, molto caro allo studioso, il quale, rispetto al vocalismo tonico romanzo, costituito da 7 vocali e 4 gradi (alto, medio-alto, medio-basso, basso: /i/, /u/, /e/, /o/, /ɛ/, /ɔ/, /a/), confonde le vocali medie ed è quindi caratterizzato da 5 vocali e 3 gradi, avendo così la chiusura di tutte le /e/ in /i/ e le /o/ in /u/, tipica della parlata salentina. Il vocalismo tonico siciliano è prova chiara e diretta dell'influenza bizantina sul romanzo, in quanto era proprio il bizantino ad avere tali caratteristiche.
In un articolo scritto da R. Coluccia: “Migliorini e la storia linguistica del Mezzogiorno”, inoltre, si afferma che in molti testi salentini del Quattrocento sono presenti tratti grafici propri di altre regioni del Sud estremo; ancora, testi romanzi venivano scritti utilizzando l'alfabeto greco. Questa è un'ulteriore testimonianza della compresenza di diverse tradizioni linguistiche e non romanze all'interno della regione, il che comporta anche un processo di affermazione della grafia italiana più lento e difficile rispetto ad altre regioni.
Le prime tracce scritte della lingua salentina, a noi pervenute, risalgono all'XI secolo: si tratta di 154 glosse, scritte con caratteri ebraici, contenute in un manoscritto conservato a Parma, la cui datazione si fa risalire intorno al 1072, proveniente da una accademia talmudica di OtrantoL. Cuomo, Antichissime glosse salentine nel codice ebraico di Parma, De Rossi 138, «Medioevo Romanzo» IV (1977), pp. 185-271.. Il salentino usato nelle glosse è ancora in bilico fra latino e volgare, con parecchi grecismi. Alcune di esse specificano nomi di piante, talora chiaramente identificabili (lenticla nigra, cucuzza longa, cucuzza rutunda, ecc.), talora no (tricurgu, scirococcu, ecc.). Altre glosse specificano le diverse operazioni che si possono fare nella coltivazione (pulìgane: "tagliano le sporgenze dell'albero"; sepàrane: "staccano le foglie secche"; assuptìgliane: "coprono di terra fine le radici che si sono scoperte")Luisa Ferretti Cuomo, Sintagmi e frasi ibride volgare-ebraico nelle glosse alachiche dei secoli XI-XII, pp. 321-334 in Lingua, Cultura E Intercultura: l'italiano e le altre lingue; atti del VIII convegno SILFI, Società internazionale di linguistica e filologia italiana (Copenaghen, 22-26 giugno 2004), a cura di Iørn Korzen, Copenaghen: Samfundslitteratur, 2005..
Una delle fonti letterarie più importanti ed utili allo studio del dialetto salentino è il Libro di Sidrac otrantino, ossia il volgarizzamento salentino del Libro di Sidrac. È uno dei testi presenti nel volumetto “Testi non toscani del Quattrocento”, raccolta di brani provenienti dalle varie regioni d'Italia, e presenta caratteristiche proprie del Salento centromeridionale, oltre ad alcuni tratti settentrionali.
Caratteristiche generali
Fonetica Per quanto riguarda il vocalismo, si evidenziano alcuni aspetti particolari: la vocale A tonica, in ogni posizione, dà sempre a (ala per “ala”; mare per “mare”; ecc.), come quella atona finale. Per il suffisso latino -ARIU si ha, normalmente, -aru; ad esempio, ci viene citato da G.B. Mancarella (1974) il vocabolo salentino Scenaru per il latino JANUARIU, o ancora, cranaru per GRANARIU.
Un'altra particolarità fonetica è data dalle vocali O e U pretoniche che normalmente danno sempre u (puddicaru per POLLICARIU oppure puddara per PULLARIA), tranne per alcune eccezioni, in cui possono trasformarsi in a (brindisino canoscu per COGNOSCO o otrantino caniatu per COGNATU) o in i dovuto a dissimilazione (brindisino diluri per DOLORES). Le stesse vocali O e U atone finali, invece, danno sempre un solo esito e si fondono in u: così, abbiamo manu per “mano” o liettu per “letto”.
Rispetto al consonantismo, il salentino è caratterizzato dalla presenza di alcuni suoni dovuti a particolari gruppi consonantici e che non esistono nella lingua italiana. Primo fra tutti, è l'esito cacuminale o retroflesso del gruppo -LL-, che dà il suono ḍḍ ([ɖ] in IPA) in tutto il Salento centro-meridionale (mentre nelle regioni più settentrionali e in parte in quelle meridionali si ha solo un esito dentale, ma non retroflesso: dd). In questo modo, “cavallo” diventa cavaḍḍru nel leccese, otrantino, gallipolino, ecc. (cavaddu nel brindisino). Lo stesso esito è dato dal gruppo -TR-, che diventa ṭṛ in tutto il Salento centro-meridionale (mentre rimane dentale nel Nord del Salento): “pietra” diventa così peṭṛa (petra in brindisino).
Un'altra caratteristica importante è la palatalizzazione intensa del gruppo -STR- intervocalico, per cui si ha il suono šš ([ʃ:] in IPA): noššu (“nostro”), finešša (“finestra”), ecc.
L'assimilazione di -ND- e -MB- analizzata dal D'Elia (1957) è un dato altresì peculiare della lingua salentina e non è resa uniformemente in tutto il Salento: in alcune località, infatti, tale assimilazione non compare assolutamente, sicché i due gruppi consonantici si mantengono (kuandu “quando”, kiumbu “piombo”). È questo il caso di Gallipoli, Alezio, Tuglie, Sannicola, Aradeo, Seclì, Galatone, Cutrofiano, Soleto, Galatina, Noha, Sternatia, Zollino, Martano, Martignano, Calimera. Diversamente, in località come Lecce, Squinzano, Carmiano, Surbo, Collepasso, Parabita, Galugnano, Strudà, Lizzanello, Cavallino, S. Pietro Vernotico, Torchiarolo l'assimilazione avviene solo con -MB- che diventa -mm- (kiummu). Infine, a Castrignano del Capo, Alliste, Racale, Taviano, Ugento, Ruffano, Francavilla Fontana, Melendugno, Trepuzzi, Casarano, Muro, S. Vito dei Normanni, Lizzano, Manduria, Presicce, Acquarica del Capo, Gagliano, Galugnano, Melissano, Palmariggi, Vernole, S. Cesario, Surano, Nociglia l'assimilazione si ha con entrambi i gruppi -ND- e -MB- (kuannu, kiummu).
Un ultimo caso su cui soffermarsi è quello di alcune occlusive: in particolare, la dentale sonora -D- in posizione intervocalica diventa sorda (pete < PEDE, nutu < NUDU). La bilabiale sonora -B-, invece, passa a una fricativa sonora -v- (vašu < BASSU, freve < FEBRE) oppure cade (ucca < BUCCA, tàula < TABULA).
Suoni non presenti in italiano:
Grafema IPA Descrizione š // Fricativa postalveolare sorda di grado semplice (esempio: oše //, oggi). La fricativa postalveolare sorda di grado doppia, ossia il suono sci / sce italiano, si scrive šš (esempio: ošše //, vostre) ḍ /ɖ/ Occlusiva retroflessa sonora: suono postalveolare che presenta una retroflessione della lingua. Nel salentino, solitamente si presenta geminata (esempio: beḍḍa //, bella) o di grado medio, ma associata a fenomeni di affricazione (es: ḍṛoca //, droga). ṭ/ʈ/ Occlusiva retroflessa sorda: suono postalveolare che presenta una retroflessione della lingua associata a fenomeni di affricazione (es: ṭṛenu //, treno).ṛ/ɽ/Vibrante retroflessa.
Sintassi A livello sintattico, il salentino è caratterizzato da alcuni esiti in cui il Rohlfs (1969) individua un'influenza greca. Fra questi, l'infinito dipendente solo dal verbo “potere” (pozzu šire “posso andare”), ma sostituito negli altri casi da altri costrutti (m'ha dittu ku bbau “mi ha detto di andare”, senza ku mminti “senza mettere”). Inoltre, importante è anche la distinzione di due congiunzioni che introducono una subordinata: si utilizza ku se si tratta del verbo “volere” (oju ku bbau “voglio andare”) o se introduce una preposizione volitiva (pensa ku bbai “vedi di andare)”; altrimenti, si utilizza ka (pensu ka egnu “penso che verrò”).
Sempre di influenza greca è il periodo ipotetico costruito con l'indicativo imperfetto. Un esempio può essere dato dalla frase “se avessi fame, mangerei”, che viene resa con ĉi tinìa fame, manĝava.
Altra caratteristica di provenienza greca è la tendenza a inserire il verbo in posizione finale di frase: “ecco, è il dottore!” in salentino diventa na', lu tuttore ete!. I tempi progressivi vengono poi costruiti utilizzando l'indicativo al posto del gerundio (sta bbae “sta andando”, sta ššìa “stava andando”) oppure nella zona di Surano, Nociglia, Spongano, San Cassiano e Botrugno, si usa (sta vaje).
Nella lingua salentina, infine, non esiste il tempo futuro. Per indicare un'azione futura, vengono utilizzati due costrutti in particolare: la preposizione "sta" o "aci" + indicativo, come nel caso dei tempi progressivi (kagnàtuta sta bbene krai/"kagnavata aĉi vene krai" “tuo cognato verrà domani”); oppure il verbo “avere” + infinito (kagnàtuta ha bbinire krai).
Morfologia Morfologicamente parlando, il salentino presenta una vastissima gamma di particolarità. Qui cercheremo di analizzare gli aspetti più diffusi e condivisi nell'intera area del Salento.