Il concordato del 1801 fu un accordo siglato tra Napoleone Bonaparte e papa Pio VII al fine di riappacificare i rapporti, molto tesi dopo la morte di Pio VI avvenuta in prigionia in Francia, tra quest'ultima e la Santa Sede.
Il concordato venne abrogato unilateralmente dal governo francese nel 1905, quando venne approvata la legge di separazione tra Chiese e Stato, suscitando la reazione contrariata di papa Pio X che protestò con l'enciclica Vehementer Nos. Attualmente è in vigore unicamente nei territori francesi dell'Alsazia e della Mosella.
Premesse Napoleone Bonaparte, in linea con le idee rivoluzionarie, non vide di buon occhio la Chiesa cattolica, alla quale ebbe modo tra l'altro di sottrarre numerosi territori, tra cui Avignone, durante la prima campagna d'Italia. Non solo: egli imprigionò papa Pio VI che morì in cattività a Valence.
Dopo il colpo di stato del brumaio, nonostante il nuovo governo fosse ancora composto da vecchi termidoriani, furono revocati i decreti di deportazione, vennero messe a disposizione per le celebrazioni alcune chiese e l'osservanza delle decadi restava obbligatoria solo per i funzionari pubblici. Il giuramento di odio verso la monarchia venne abolito, ma venne introdotta per i ministri di culto la promessa di fedeltà alla Costituzione. Alcuni cattolici capeggiati da Émery si dichiararono a favore per garantire quanto prima il ritorno al culto e per non abbandonare ulteriormente i fedeli. D'altra parte, i più intransigenti insistevano sul sistema delle missioni in attesa del ritorno del Rex Christianissimus, legittimo detentore del potere. Questa posizione trovava terreno fertile negli emigrati e in quelle regioni dove il connubio tra scrupolo religioso e fedeltà alla corona persisteva. Napoleone pertanto sollevò da tale impegno i ministri delle regioni dell'ovest dove il problema della chouannerie non era ancora completamente risolto: questo fu il primo passo in vista dell’armistizio del 1801. La divisione tra gli ortodossi fu aggravata dalla mancanza di vescovi sul suolo francese e dall'assenza di seminari per reclutare nuovi sacerdoti. Inoltre, nei dipartimenti in cui si proibiva di eseguire la promessa, le chiese venivano assegnate ai costituzionali, che acquisivano così sempre più affidabilità agli occhi del governo e maggior forza dopo la convocazione di un nuovo Concilio.
Napoleone era ben consapevole che la Francia era rimasta e voleva rimanere cattolica nonostante i tentativi di decristianizzazione. Era convinto che nell'ovest la pacificazione fosse impossibile senza les bons prêtres e riconosceva la facilità con cui l’ordine veniva ristabilito nel momento in cui venissero loro concesse maggiori garanzie. Era di fondamentale importanza accattivarsi le simpatie del clero ortodosso, l'unico che avesse realmente presa sul popolo e che aveva ostacolato la coscrizione e la raccolta delle imposte. La situazione poneva due alternative: la costrizione, strada che il Direttorio aveva già tentato di intraprendere tramite le leggi di separazione rischiando di perdere la Repubblica, oppure il compromesso con un’autorità superiore in grado di far accettare le novità fondamentali della rivoluzione e a cui gli stessi costituzionali si erano rivolti sempre più frequentemente per ricevere direttive dottrinali e disciplinari. Le ragioni del Concordato non possono poi veramente essere apprezzate se non osservate da una prospettiva europea. Infatti la pacificazione col Papato sarebbe risultata più efficace di un'alleanza tra lo stesso Napoleone e il clero costituzionale o la fazione protestante, per consolidare la propria legittimità e quella della Rivoluzione anche nei territori conquistati, come Belgio, Renania e Italia settentrionale (dove l'autorità era riconosciuta solo quando consacrata dalla religione). Essa avrebbe anche potuto allineare alla propria causa tutti gli altri Stati italiani e la cattolica Spagna in chiave antinglese. In tal senso, non appena fu restaurata la Repubblica Cisalpina a Milano nel 1800, si affermò esplicitamente che non sarebbero rientrate in vigore le leggi giacobine di contenuto ateista.
Dal punto di vista del neoeletto Pio VII le sorti della cattolicità dipendevano dall'attitudine che avrebbe adottato la Francia. Infatti le altre potenze cattoliche erano considerate inaffidabili, in quanto sempre pronte a sottrarre alla Santa Sede lembi di terra oppure parte delle sue prerogative, in linea con l'ormai diffuso pensiero giuseppinista. Inoltre la Santa Sede non avrebbe mai accettato di legare la sua causa a un'alleanza esclusiva per non sacrificare la libertà apostolica e mantenere la sua vocazione universalistica. Nonostante ciò, la migliore prospettiva che apparentemente veniva offerta dalla Francia spingeva l'ambiente curiale a cercare un accordo con Napoleone. Questo eventuale accordo doveva però poggiare su due cardini. La libertà del culto, intesa come riconoscimento del cattolicesimo come religione di Stato o almeno religione dominante che avrebbe costretto il potere civile a rispettare la sua disciplina e a non promuovere leggi contrarie alla sua morale, e secondariamente la fine dello scisma costituzionale. In cambio il Papa era disposto a fare concessioni che non fossero però contrarie al dogma. Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, fu dunque inviato a Roma per trattare con il Papa.
Contenuti I primi concreti segnali di riavvicinamento si ebbero a febbraio, quando fu inviato al papa un primo progetto di concordato; in questa stessa occasione venne anche restituito un antico simulacro di Nostra Signora di Loreto, che era stato preso dai francesi durante il saccheggio della chiesa di Loreto nel 1797. Dopo alcuni mesi di trattative si giunse alla firma del Concordato il 15 luglio 1801, ratificato da entrambe le parti —rappresentate dal cardinale segretario di Stato, Consalvi e da Giuseppe Bonaparte— il 14 agosto dello stesso anno. Un anno dopo Napoleone, per dimostrare la sua volontà di riappacificazione, partecipò ad una messa tenuta a Notre-Dame (Te Deum) insieme a venti vescovi e al cardinale Giovanni Battista Caprara Montecuccoli.
Secondo le disposizioni concordatarie la Francia riconosceva il cattolicesimo come maggiore religione della nazione e ripristinava alcuni diritti civili tolti alla Chiesa dalla costituzione civile del clero del 1790. Il documento fu redatto dal segretario di stato Ercole Consalvi e stabilì che la Chiesa rinunciava ai beni incamerati dallo stato francese in seguito alla rivoluzione, mentre riceveva il diritto di deporre i vescovi, che però continuavano ad essere eletti dallo Stato. Non c'è menzione degli ordini religiosi soppressi durante la rivoluzione, che rimanevano, dunque, in una situazione scoperta.
Il testo Il documento incomincia con due dichiarazioni. Nella prima il governo della Repubblica francese riconosce la religione cattolica, apostolica e romana come quella della gran maggioranza dei cittadini francesi: in questo modo si ammette il fallimento del processo di decristianizzazione sostenuto della Rivoluzione e la rinuncia a istituire in Francia una religione nazionale (il progetto quindi della costituzione civile del clero viene implicitamente rigettato). Inoltre, in cambio della concessione di diritti e prerogative esposti nel Concordato, si richiede a Napoleone una professione di fede. Nella seconda dichiarazione il Papa auspica una completa libertà di esercizio del culto cattolico. L’articolo 1 afferma due principi fondamentali: la libertà della religione cattolica e la pubblicizzazione del culto. Questi avrebbero comportato l’abbandono di ogni legge di carattere restrittivo promulgata precedentemente. Consalvi riuscì a ottenere l’intervento della polizia solo per assicurare la tranquillità pubblica, a titolo eccezionale o in casi di forza maggiore. Gli articoli dal 2 al 5 riguardano la nuova suddivisione delle diocesi e le nomine episcopali. A Napoleone spetta il diritto, in linea con la tradizione regaliana e del Concordato del 1516, di nomina dei nuovi vescovi, mentre il Papa avrebbe conferito l’istituzione canonica. L’episcopato, secondo le volontà di Napoleone, venne completamente rinnovato e il Papa esortò i titolari ad abbandonare le loro sedi. Inoltre, il giuramento di fedeltà alla figura del primo console era al centro di una battaglia che vedeva da una parte Napoleone stesso e dall’altra gli ambienti cattolici già ostili a un simile atto a causa degli avvenimenti precedenti. Di qui gli articoli dal 6 all'8, che prevedono l’obbedienza da parte di tutti gli ecclesiastici al governo, quindi non più alla Convenzione o alle leggi. In cambio di questa concessione i preti avrebbero denunciato alle autorità i sospetti di attività contro lo stato e avrebbero accettato il canto “Domine salvam fac rem pubblicam, salvos fac consules” da recitare al termine della messa. Gli articoli dal 9 al 12 regolano l’organizzazione interna delle diocesi. I vescovi avrebbero redatto una nuova circoscrizione delle parrocchie, nominato i parroci e avuto un capitolo e un seminario. Gli accordi riguardanti la vendita dei beni nazionali vengono regolati negli articoli dal 13 al 15. Napoleone rifiutò ogni mezza misura perché intuiva che la pace sociale e la stabilità politica sarebbero dipese proprio dalla garanzia sulle transazioni operate sui beni nazionali. Dal canto suo la Santa Sede desiderava salvare il principio dell’inviolabilità delle proprietà della Chiesa e spingeva per una promessa di compensazione volta al mantenimento materiale del culto. Questa sorta di trattamento venne concesso, ma solo a un numero limitato di ecclesiastici, titolari di diocesi e parrocchie.
Il testo termina infine con un impegno in cui il Papa riconosce ai capi di governo, a patto di professare la religione cattolica, i diritti e le prerogative di cui fruivano prima della rivoluzione sia in ambito diplomatico sia di intervento nella creazione di cardinali. Inoltre, viene pronunciata la decadenza della dinastia dei Borboni e l’attribuzione delle prerogative del Rex Christianissimus al capo del governo.
Interpretazione In realtà ogni articolo contiene ambiguità più o meno calcolate. Questo perché la situazione richiedeva di trovare urgentemente una maniera di coabitazione di due sistemi dottrinali divergenti: quello politico rivoluzionario da una parte e quello di una dottrina considerata immutabile dall’altra. A un primo sguardo il negoziato sembra riportare un trionfo della politica del Primo Console, dal momento che molte conquiste maggiori della Rivoluzione vengono mantenute: nessuna religione dominante (il principio della libertà dei culti non veniva intaccato) e il clero che non costituisce un ordine, con proprietà indipendenti, privilegi amministrativi e giudiziari. Tuttavia, il Concordato sancisce la riconquista di sicurezza e libertà d’azione della Chiesa cattolica in Francia, nazione che rientra quindi nell’unità romana. Infine, rappresenta il naufragio dei tentativi scismatici di tradizione gallicana che erano stati intrapresi del decennio precedente, siglando un trionfo senza precedenti della giurisdizione pontificale.
Il difficile processo di ratificazione e gli Articoli organici