Sono dette policorali tutte le composizioni scritte per un organico distribuito in due o più gruppi vocali e strumentali denominati cori. Ciascun coro di una composizione ha una propria autonomia armonica, in modo che nel momento dell'esecuzione essi possano essere posizionati distanti tra loro, in modo da sonorizzare meglio un ambiente di grandi dimensioni.

Le origini della policoralità La pratica di suddividere i cantori in due cori è molto antica e va connessa al canto di preghiere (salmi, Magnificat ecc.) in forma antifonica vale a dire distribuendo il canto dei versetti tra due semicori che si alternavano. Lo stile policorale va distinto da quello dei cori spezzati, che pure ne fu all'origine. Il termine spezzati si riferiva originariamente alla pratica di cantare un salmo o un Magnificat a versetti alternati tra due cori, uno in canto figurato (polifonia) e l'altro in canto piano (gregoriano). Successivamente nel corso del Cinquecento l'alternanza fu realizzata affidando a due o più cori in polifonia il canto dei salmi durante i vespri. Le prime testimonianze di musiche a cori spezzati sono documentate dalla fine del XV secolo, in particolare nel nord dell'Italia e soprattutto in alcuni importanti centri del territorio della Repubblica di Venezia, come Treviso, Padova e Bergamo. I primi esempi si possono cogliere nella produzione di musicisti come frà Ruffino Bartolucci da Assisi e Giordano Pasetto, maestri di cappella della cattedrale di Padova, Francesco Santacroce e Nicolò Olivetto, al duomo di Treviso, Gasparo De Albertis, in Santa Maria Maggiore a Bergamo. Nelle loro opere si nota che i due cori non limitano soltanto ad alternarsi, ma possono dialogare o sovrapporsi, e riunirsi nella dossologia conclusiva.Dilva Princivalli, Polifonie, cori spezzati e concerti policorali a Padova e nel Veneto durante il sec. XVI: da Ruffino Bartolucci d’Assisi a Giovanni Croce, Venezia, Fondazione Levi, 2009

Le pratiche policorali erano destinate alle grandi occasioni: se il caso più antico tra quelli documentati è quello di un matrimonio, gli altri casi non si riferiscono a occasioni di minore sollenità, nelle quali costituiva una finalità politica mostrare la potenza di uno stato o di un sovrano, anche attraverso il dispiego di grandi organici vocali e strumentali. La basilica di San Marco a Venezia offre interessanti esempi di questa pratica, in risposta alle esigenze cerimoniali delle grandi occasioni ordinarie e straordinarie, per ragioni politiche di autocelebrazione della Repubblica veneziana. A questo proposito, James Carver ha osservato che sui duecento giorni in cui la cappella musicale cantava nella basilica di San Marco, in trentacinque casi essa era impiegata per l'esecuzione di musica policorale per cori separati.

La diffusione della musica policorale in risposta all'esigenza del sonorizzare meglio i vasti ambienti ecclesiastici, come cattedrali e basiliche, è testimoniata già a metà del XVI secolo nei trattati musicali di due dei maggiori teorici coevi, Nicola Vicentino e Gioseffo Zarlino. Ne L’antica musica ridotta alla moderna pratica (Roma, 1555) Nicola Vicentino dedica il capitolo XXVIII allOrdine di comporre a due cori psalmi e dialoghi, e altre fantasie:

Nelle Istitutioni harmoniche (Venezia, 1561) Gioseffo Zarlino dedica un passaggio alla composizione della musica policorale, offrendone qualche dettaglio inerente alla sua prassi:

Zarlino riteneva che i cori spezzati fossero un'innovazione dovuta ad Adrian Willaert, suo maestro, e per molto tempo questa affermazione fu presa come base di partenza per lo studio della musica policorale veneziana. In realtà lo stesso Zarlino non parlava di innovazione ma piuttosto affermava "questa pratica fu rinnovata dal più eccellente Adriano", dove con rinnovata si intendeva chiaramente non un'invenzione ma un perfezionamento di una tecnica compositiva preesistente. Ricerche effettuate nel corso del Novecento hanno la potuto evidenziare che le origini della tecnica policorale sono precedenti a Willaert. Giovanni D'Alessi, infatti, sulla base di prime scoperte effettuate da Raffaele Casimiri, indicò Padova come primo centro di diffusione della pratica policorale e nella figura di Rufino Bartolucci, maestro di cappella alla Cattedrale di quella città dal 1510 al 1520, il primo sperimentatore della tecnica., sviluppata poi da Gaspare de Albertis (Padova, 1480-Bergamo, 1560) e Francesco Patavino Santacroce (Padova 1487 ca.-Loreto ?, 1556), maggiori rappresentanti della pratica a cori spezzati precedenti a Willaert. La presenza di Rufino Bartolucci e Francesco Patavino Santacroce (o Antonio Stringari) potrebbe essere un segnale del fatto che la policoralità non si limitò al nord Italia, ma che potrebbe essere stata una pratica diffusa anche nel centro della penisola. Le prime tracce della tecnica policorale non sono dunque legate a compositori di primo piano, e i loro nomi si ricordano unicamente perché legati alle prime attestazioni di tale tecnica. Viceversa, l'attribuire a Willaert l'invenzione della musica policorale a cori spezzati evidenzia l'urgenza, avvertita già a metà del Cinquecento, di creare la figura mitica di un compositore famoso, così da valorizzare quello stile e tutte le sue possibilità che avrebbe dispiegato. Va osservato poi che i primi compositori di musica a cori spezzati non erano attivi a Venezia, ma nel territorio della Serenissima Repubblica e in centri norditaliani. Studi più recenti, come quelli di Anthony Carver, hanno perciò escluso che Willaert, e di conseguenza anche i suoi predecessori, fossero gli inventori della tecnica del coro spezzato. Sebbene in passato i trattati di Vicentino e più ancora di Zarlino avessero indotto la musicologia storica a vedere Venezia e l'area veneta al centro della nascita della musica policorale, studi più recenti hanno mostrato la contemporanea fioritura di pratiche policorali in altre aree italiane. A Firenze, durante il XVI secolo, l'uso di pratiche policorali, con voci e strumenti, nelle cerimonie civili e religiose andò crescendo di pari passo con il consolidamento del potere dei Medici sulla città e poi sul granducato. Straordinario quanto precoce esempio è la Messa sopra Ecco sì beato giorno a 40 voci in 5 cori di Alessandro Striggio, donata dai Medici all'imperatore e ad Alberto V di Baviera nel 1566, ma doveva essere stata composta in precedenza sull'omonimo madrigale a 40 voci, eseguito per l'ingresso a Firenze del cardinale Ippolito d'Este, che andava come legato papale in Francia.Bettina Hoffmann, O fortunato giorno. La policoralità nella politica dei Medici, «Bruniana & Campanelliana» 25/I (2019), pp. 167-168.. L'impiego di musiche policorali è testimoniato tanto in ambito teatrale, in occasione dell'allestimento di fastosi intermedi, sia in ambito ecclesiastico, con i cori di voci e strumenti disposti separatamente all'interno dello spazio architettonico. A Roma la pratica della musica policorale a 2, 3, 4 e 5 cori è abbondantemente testimoniata almeno dalla metà del XVI secolo nella produzione dei principali compositori attivi nella città, fra cui Palestrina e Giovanni Animuccia, maestri della cappella Giulia in San Pietro, Luca Marenzio e Annibale Zoilo.Noel O’Regan, Sacred Polychoral Music in Rome, 1575-1621, tesi dottorale, University of Oxford, St. Catharine’s College, 1988.

Stile policorale veneziano

Negli anni '80-90 del Novecento alcuni musicologi hanno seriamente messo in discussione l'ipotesi per cui l'architettura della basilica di San Marco avrebbe favorito la nascita della tecnica veneziana. Dall'analisi del Ceremoniale del 1564 risulta infatti che in nessun caso i cantori erano assegnati alle cantorie degli organi, dato che il luogo deputato ai cantori era il cosiddetto pulpitum magnum (o bigonzo), un pulpito ottagonale addossato alla parete esterna dell'iconostasi.David Bryant, The ‘Cori Spezzati’ in St. Mark’s: Mith and Reality, «Early Music History», I (1981), pp. 165-186., una prassi testimoniata ancora in un celebre disegno di Canaletto del 1766. All'esecuzione su questa particolare cantoria erano destinati i salmi a doppio coro composti da diversi maestri e organisti della basilica marciana a partire da Adrian Willaert, e ancora nel XVII secolo Giovanni Croce, Alessandro Grandi, Marcantonio Negri, Giovanni Rovetta, Francesco Cavalli. A San Marco la pratica policorale con gruppi di voci e strumenti dislocati su postazioni distanziate fra loro trae origine dal consolidarsi della nuova prassi dei concerti sugli organi , vale a dire dell'esecuzione di mottetti in occasione di importanti feste religiose e di stato, con un organico formato da voci, strumenti (violini, cornetti, tromboni) e organo, a partire dagli anni Sessanta del Cinquecento. L'organizzazione, la direzione e la composizione di tali concerti erano affidate agli organisti della basilica, primo fra tutti Andrea Gabrieli e dagli anni Ottanta il nipote di questo Giovanni Gabrieli. Quest'ultimo fu autore di numerose composizioni a 8, 10, 12, 16 voci a 2, 3, 4 cori. Per quel che hanno dimostrato su basi documentarie recenti ricerche, nelle maggiori festività cantori e strumentisti erano disposti su tre postazioni: le due cantorie degli organi e un palco al centro del presbiterio. Da notare che la prassi dei concerti sull'organo non fu peculiare della sola basilica di S. Marco, dove pure ebbe grande sviluppo, ma fu diffusa anche in altre chiese veneziane e in altri centri dell'Italia del Nord e del centro, come pure nei paesi dell'area austriaca e germanica.Rodolfo Baroncini, Giovanni Gabrieli, Palermo, L'Epos, 2012, pp.233-305. Lo stile policorale veneziano per quel che vediamo nelle opere di Gabrieli composte negli ultimi due decenni del Cinquecento e nei primi anni del Seicento, è caratterizzato dall'impiego di cori di diversa tessitura (coro acuto / coro grave), in cui alcune parti sono sostenute da voci e altre dagli strumenti (violino, cornetto, trombone). In questo genere di brani policorali i cori procedono in un serrato dialogo, esaltato dal gioco acuto/grave, contrassegnato da passaggi imitativi e omofonici, e talvolta da effetti d'eco, che sfocia nel grandioso momento della riunione di tutti coriBaroncini, Giovanni Gabrieli, cit., pp. 272-285..