Il Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno è un teatro a struttura lignea dell'Ottocento, con quattro ordini di palchi e un loggione.

Storia

La discussione sulla collocazione del nuovo teatro fu molto lunga. Con la chiusura del teatro San Matteo nel 1845 si sentì l'esigenza di realizzarne uno nuovo. I luoghi proposti dall'Intendente della Provincia in data 15 novembre 1843 furono due: il largo Santa Teresa e il largo della Barriera fuori Portanova, luogo che fu ritenuto più confacente e per cui fu redatto un progetto dalla spesa preventivata di 40.000 ducati. Il prezzo troppo elevato e la sordità del governo a richieste di copertura finanziaria, portò il Decurionato a ripiegare su un secondo progetto presentato il 1º agosto 1845 dall'architetto Ulisse Rizzi, meno costoso e realizzabile in entrambi i luoghi. L'approvazione dei primi lavori murari, da realizzare nell'area di Santa Teresa, tardò ad arrivare (solo dieci anni dopo vi fu la firma del sovrano), pertanto non vi fu il via libera alla costruzione. Nel consiglio comunale del 15 dicembre 1863, all'indomani della nascita del Regno d'Italia, prevalse la volontà del neosindaco Matteo LucianiIl sindaco Matteo Luciani era membro della Massoneria, pertanto, nella realizzazione degli stemmi della città di Salerno nel Teatro, fece rimuovere la figura di san Matteo che fu sostituita da una stella. che, grazie a fondi del governo centrale, fece avviare i lavori nell'area di Santa Teresa. Il vecchio progetto di Petrilli-De Luca fu rimpiazzato da una nuova ipotesi dell'ingegnere capo del genio civile Antonino D'Amora. I lavori iniziarono il 1º aprile 1864 con l'impresa di Vincenzo Fiorillo, a cui era stato confermato l'appalto, e diretti dallo stesso D'Amora e dall'architetto Giuseppe Menichini. Il nuovo progetto però mise in difficoltà economiche Fiorillo, che per contratto avrebbe dovuto accollarsi il costo delle varianti, costringendolo ad associarsi con due soci: Bonaventura della Monica e Antonio Avallone. Solo il 1º ottobre 1869 i locali furono consegnati a Fortunato e Gateano D'Agostino, che si aggiudicarono l'appalto per la parte decorativa. Dopo due anni e mezzo anche questi lavori furono completati e il 15 aprile 1872 il teatro fu inaugurato con il Rigoletto di Giuseppe Verdi.

L'intitolazione a Verdi avvenne solo alla morte del compositore nel 1901.

Per i primi anni il Verdi fu sempre più chiuso che aperto tanto che una delle penne più sottili del giornalismo locale, Ottavio de Sica, zio di Vittorio, ironicamente lo definì «lo schiavo di pietra», in riferimento alle catene che ne chiudevano il portico, sentenziando che «il Verdi era un'opera forse eccedente i bisogni angusti del popolo». La partecipazione popolare fu invece la più consistente: accadde infatti che Titta Ruffo, grande baritono agli esordi della sua carriera, dopo essere stato applaudito sulle scene del Municipale in Faust e La bohème, fece riascoltare la sua voce tra le imponenti navate del Duomo, durante il pontificale per la festa del santo patrono e dei vespri di quelle fatidiche giornate.

Tre le stagioni d'opera si ricordano La traviata del 1881 con debutto di Aurelia Cataneo Caruson (che sarà a Bologna la prima Isotta Italiana), le recite di Enrico Caruso agli inizi della carriera in opere come Puritani, Favorita, Carmen e Gioconda, di Titta Ruffo nel Rigoletto, in Valentino e Barnaba, di Antonio Cortis, di Stabile, di Dolores Frau, di Delfina Samoiloff, di Toti Dal Monte, di Hilde Monti, di Galliano Masini, di Gina Cigna, di Rosetta Pampanini, di Maria Pedrini, di Gigli, di Gobbi e di Paolo Civil (al Verdi ottenne i suoi maggiori successa italiani). Di particolare spicco l'edizione del 1932 del Lohengrin, unica opera di Richard Wagner rappresentata a Salerno. Tra i direttori attivi a Salerno: Alfredo Morelli, Vincenzo Lombardi, Paolo Bellucci, Alberto de Cristofaro, Arturo Sigismondo, Pierò Fabbroni, Ernesto Sebastiani, Manrico De Tura, Vincenzo Marini, Franco e Giuseppe Patané. Per la prosa e da ricordare la rappresentazione di Giovanna e i giudici di Thierry Maulnier nel 1951 con la regia di Guido Salvini, protagonista Vivi Gioi. Furono al Verdi anche Memo Benassi, Renzo Ricci ed Eva Magni, Salvo Randone, Achille Millo con la regia di Vittorio De Sica e Franco Parenti.

Il Teatro subì enormi danni anche durante il terremoto dell'Irpinia del 1980 quando rimase inagibile per circa 14 anni. La ristrutturazione, voluta e cominciata grazie al sindaco Vincenzo Giordano fu completata nel 1994, anno in cui fu reinaugurato in occasione del cinquantenario di "Salerno Capitale d'Italia" con un concerto dei Solisti Veneti. Il 22 gennaio 1997 la messa in scena del Falstaff, interpretato da Rolando Panerai, inaugura la Prima Stagione Lirica della storia recente del teatro.

Dal 2007 il direttore artistico è Daniel Oren. Da allora il teatro Verdi di Salerno si è affermato nel panorama lirico nazionale come teatro di eccellenza, con una programmazione selezionata e caratterizzata dalla presenza di artisti di fama mondiale, ponendosi, nonostante le dimensioni ridotte, al pari di grandi teatri nazionali quali l'Opera di Roma, il San Carlo di Napoli o la Scala di Milano. Infatti a seguito della rappresentazione della Tosca, del maggio 2011, ha ricevuto una lusinghiera recensione da parte dell'affermato critico lirico Enrico Stinchelli.

Hanno lavorato al teatro Verdi artisti come Marcelo Álvarez, Renato Bruson, la Royal Philharmonic Orchestra, Nikolaj Luganskij, la Wiener Kammerensemble, Alexei Volodin, Martina Serafin, la Sapporo Simphony Orchestra.

L'orchestra del teatro Verdi è stata scelta, nel 2011, per il tradizionale concerto di Natale del Senato a Palazzo Madama, riscuotendo un grandissimo successo e calorosi apprezzamenti dalle massime cariche dello stato, ivi presenti, grazie alla coinvolgente direzione del maestro Oren.

Dal 23 ottobre 2013 è annoverato tra i teatri italiani di tradizione.

Architettura

L'edificio concepito dal D'Amora è costituito da un corpo di fabbrica lungo 65 metri e largo 36 che presenta agli estremi corti due appendici simmetriche di 18x6.5, corrispondenti alla zona d'ingresso e al retropalco. Nelle facciate secondarie, il gioco chiaroscuro creato dei finestroni e da un loggiato a colonne disposto su due piani, riesce solo in parte ad attenuare l'eccessivo sviluppo longitudinale dell'edificio. Il prospetto frontale ripropone con linguaggio eclettico lo schema con positivo neoclassico del Teatro alla Scala di Milano e del San Carlo di Napoli.

Attraverso tre porte in ferro corrispondenti agli archi del portico, si accede ad un articolato sistema di scale che confluiscono nel vestibolo principale, sopraelevato di circa tre metri sul livello stradale. Nella parete di fondo di questo vasto salone, suddiviso da coppie di colonne, si aprono altri tre vani: i due laterali immettono ad altre rampe di scale dirette ai palchi superiori ed alla Casina, quello centrale ad un secondo vestibolo di dimensioni minori antistante la platea. Pur riprendendo in scala ridotta la pianta a ferro di cavallo del San Carlo, la curva della platea, presenta una forma più allungata giacché il D'Amora, per evitare «il cambiamento brusco nell'unione fra la parte circolare e le parti rettilinee» ritenne opportuno inserire «negli attacchi o passaggi un altro arco circolare di raggio maggiore». Un'altra particolarità è offerta dai camerini di servizio tra i palchi e i corridoi, introdotti, secondo quanto dichiarato dallo stesso progettista, per ottemperare ad una discutibile opinione del sindaco Luciani, il quale riteneva che «certi godimenti dovessero essere un privilegio di non molti».

L'aspetto più interessante è costituito dall'attrezzatura scenotecnica: un graticcio con i rocchetti per i tiri dei fondali e i tamburi per il sollevamento dei sipari, alcuni gruppi di tagli per lo scorrimento delle quinte e i relativi carrelli azionati dagli argani. Al di sotto della platea furono realizzati 18 magazzini da cedere in fitto. Un'area maggiore fu riservata agli ambienti necessari all'attività della Casina Sociale, sistemati su un doppio piano nella parte opposta del teatro. La casina sociale contribuì a caratterizzare la fisionomia del Verdi che fu uno degli ultimi esempi di teatro all'italiana.

Le decorazioni I lavori di decorazione partono nell'ottobre del 1869. Gaetano D'Agostino, pittore e decoratore, si occupa della direzione di questi lavori e, consapevole dell'onore che la commessa avrebbe portato alla sua impresa, sceglie di farsi affiancare dalle firme più prestigiose del mondo accademico partenopeo. All'impresa partecipano: Domenico Morelli, Pasquale Di Criscito, Ignazio Perricci, Giuseppe Sciuti e folto gruppo di salernitani: suo fratello Antonio, il cugino Ermenegildo Caputo, Matteo Amendola e lo scultore Giovan Battista Amendola.

Il foyer

Al centro di un'esedra in cui a nicchie con statue si alternano colonne di stucco decorate a finto marmo, viene collocata la statua in gesso dipinto del Pergolesi Morente di Giovanni Battista Amendola. L'artista elabora una scultura di impianto ancora storico-romantico nella quale già confluiscono i segni dello scientismo naturalista che troverà poi larga risonanza espressiva nel Caino e la sua donna del 1877.

«Smagrito, su una sedia a braccioli, la testa incassata nel petto ansante, Pergolesi stringe tra le mani nervosamente affilate le note dello Stabat Mater»: così Vittorio Spinazzola descrive l'opera che probabilmente riaccende l'interesse intorno alla figura del giovane e geniale musicista. Il Pergolesi morente è dunque un prologo, una sorta di nume tutelare del luogo, il segno di apertura del tempio nel quale Gioachino Rossini viene elevato alla stregua di divinità olimpica.

Il plafond

Nel plafond della sala Gioachino Rossini domina come un incontrastato signore al centro di una complessa metafora musicale. Il soffitto del teatro di Salerno è come afferma George Banu «un caso particolare, dove sopra una balaustra si appoggia Rossini, mentre intorno navigano le idee della musica». Le muse gli fanno da corona, procedendo dall'oscurità del fondo: avanzano tenendosi per mano, si lanciano in un coreografico carosello nel blu di Prussia del cielo. Progressivamente si denudano dalla leggerezza dei loro velo per mostrarsi, al fine, all'impassibile maestro e per mostrare agli occhi incantati degli spettatori le loro monumentali procacità giunoniche. Le muse salernitane scandalizzarono il pur coltissimo Francesco Saverio Malpica, fratello del più noto Cesare, che non comprese la vasta metafora che volevano interpretare, ritenendole indecenti e di cattivo gusto per un luogo pubblico. A Rossini è vicina l'allegoria della musicalità, che sboccia da una tunica blu, portando candidamente una mano all'orecchio; la Melodia, con le fattezze di un'eterna fanciulla che pizzica le corde di un mandolino; la potenza musicale, la cui allusa intensità è affidata al suono di una buccina cui dà fiato una sinuosa creatura marina. Alle spalle del maestro le sue opere più significative scritte in Italia: Il Mosè in Egitto, Almaviva o sia l'inutile precauzione, poi reintitolata Il barbiere di Siviglia. Rosina, Almaviva e Figaro sono resi con tocco lieve e con l'incisività di chi ha penetrato con intelligenza il godibilissimo intreccio di una sfolgorante commedia all'italiana. Segue l'Otello e l'Armida (Rossini), che il pittore rappresenta evocando i due protagonisti, mentre incrociano i loro destini in un magico bacio tra opalescenti vapori lunari. Più avanti una donna discinta in tunica rossa, accasciata sulle ginocchia, con le mani al volto in segno di disperazione, piange sul tragico epilogo che sta per abbattersi sul suo destino: si tratta di Amenaide. In basso a destra si colgono le figure, probabilmente personaggi del melodramma Semiramide. L'eden operistico del plafond è cinto da cornicione in trompe l'oeil scandito dal ritmico progredire dei mascherino anamorfosi. Ne è autore Matteo Amendola.