Figlio del nobile Celtillo, fu re degli Arverni, influente popolo gallico insediato nell'attuale regione dell'Alvernia. Nel suo disegno di respingere l'invasione romana, riuscì a coalizzare la maggioranza dei popoli gallici e dei loro comandanti. Fu uno dei primi capi in grado di federare una parte importante dei popoli gallici, vincendo le tradizionali divisioni storiche. Di fronte a uno dei più grandi strateghi di sempre, mise in mostra i suoi eccellenti talenti militari. Nel 52 a.C. fu sconfitto nell'assedio di Alesia da Gaio Giulio Cesare. Consegnatosi, fu imprigionato a Roma per cinque anni. Nel 46 a.C. fu trascinato in catene per ornare la celebrazione del trionfo di Cesare. Immediatamente dopo fu mandato a morte nel carcere Mamertino.
Nel XIX secolo la sua figura, similmente a quella di Ambiorige in Belgio, conobbe in Francia una riscoperta in chiave nazionalista. Con Napoleone III,Appassionato storico, autore anche di una Histoire de Jules César e promotore di un'archeologia nazionale. la sua figura di rappresentante della civiltà gallo-romana fu largamente messa in rilievo. In seguito, nel clima revanscista della rivalità franco-tedesca, ha incarnato la figura mitica di eroe nazionale per una parte importante della storiografia francese del XIX secolo. Negli anni dal 1870 al 1950, l'insegnamento della storia per generazioni di studenti lo presenterà come il primo capo dei francesi.
Biografia
Fonti primarie Le fonti storiche sulla sua vita sono scarse e frammentarie e necessitano perciò d'essere interpretate criticamente, particolarmente alla luce delle conoscenze archeologiche a nostra disposizione.Christian Goudineau, Le dossier Vercingétorix, Éditions Actes Sud, 2001. Le informazioni desumibili sulla sua figura sono riconducibili principalmente agli scritti d'autori antichi greci e romani, quali Strabone,Strabone, Geografia, iv. 2, 3. Plutarco,Plutarco, Vita di Cesare, xxv-xxvii su LacusCurtius. Floro (nella sua epitome di Tito Livio) Floro, Epitome di Tito Livio, . e Cassio Dione,Cassio Dione, Storia romana, xl, 41. i quali vissero - e per cui scrissero - ben dopo il condottiere gallico. La fonte antica però che meglio ne delinea un ritratto dettagliato, e perdipiù ad egli coevo, è senz'altro il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, originariamente scritto per fungere da resoconto delle operazioni belliche romane in Gallia per il Senato romano e che il celebre condottiero romano redasse nel corso delle sue campagne contro i Galli, compilandolo poi dopo la sua vittoria decisiva ad Alesia. Le menzioni relative a Vercingetorige sono tutte contenute nel libro settimo dell'opera.
Può risultare dunque sconfortante, nel tentar d'abbozzare il profilo di un personaggio storico, dover attingere proprio alle parole del suo principale avversario che, pur risultando abbastanza veritiero per buona parte dei suoi resoconti della vicenda che li vide entrambi legati, non si poneva certo lo scopo di riportarne la personalità ed il comportamento con la più meticolosa obiettività, anzi, non sono poche le volte in cui Cesare cerca di screditarne la progettualità politica in toto, comparandolo con personaggi della storia romana certamente non benvoluti dalle élite della Repubblica (in certi passi dei Commentarii il condottiero romano, richiamando quelli del De Catilinae coniuratione di Sallustio, lo pone implicitamente alla pari dello stesso Catilina infatti), e negandogli perciò qualsiasi forma di legittimazione.
Ciononostante, gli importanti progressi segnati dall'archeologia della Francia gallo-romana nel corso degli ultimi quarant'anni, hanno fornito numerosi elementi che hanno permesso di meglio tratteggiare il personaggio e il suo contesto.
Le origini di Vercingetorige Nascita Vercingetorige nacque senza alcun dubbio nell'Alvernia, una regione storica dell'odierna Francia centro-meridionale, lungo il territorio del Massiccio Centrale. Stando a quanto asserisce Strabone, la sua città natale sarebbe stata Gergovia«Gergovia, città arverna ubicata su un'altura e città natale di Vercingetorige». Geografia, iv. 2, 3. - ma è possibile prendere in considerazione anche la città di Nemosso (menzionata tra l'altro quale capitale della tribù degli Arverni da Strabone stesso)cit., iv. 3, 1: «Gli Arverni sono stanziati sulla riva della Loira. La loro capitale è Nemosso, che sorge sul fiume». -, identificata talvolta con l'attuale Clermont-Ferrand, benché gli scavi archeologici più recenti sembrerebbero farne propendere l'identificazione più corretta con la vicina città di Corent, nell'odierna zona di Limagne; a tal proposito, gli scavi attuali hanno rivelato infatti come la zona stessa fosse giunta a un livello d'urbanizzazione più che eccezionale, dimostrando lo sviluppo policentrico d'un vasto agglomerato urbano. Sembrerebbe perciò che ai tempi di Cesare l'oppidum fortificato di Gergovia coesistesse con quest'agglomerato individuato a Corent (ma questo campo potrebbe ancora riservare nuove scoperte).
La sua data di nascita non ci è pervenuta d'alcuna fonte a noi conosciuta, se non indirettamente per una deduzione dal testo di Cesare, in cui Vercingetorige viene definito «adulescens» nel 52 a.C.Con adulescentia si indicava l'età che precedeva l'esercizio delle magistrature: trent'anni era l'età alla quale nell'antica Roma si diventava realmente adulti, potendo accedere alle prime magistrature del cursus honorum., ossia, nel diritto romano, un uomo di meno di trent'anni. Si può dunque dedurre una data di nascita che s'aggiri intorno all'anno 80 a.C.Christian Goudineau, p. 278.
Vercingetorige era figlio di Celtillo, capo di uno dei clan principali degli Arverni, una delle tribù galliche più potenti e influenti, che sul finire del II secolo a.C. s'oppose a muso duro all'espansionismo sempre più incalzante dei romani in Gallia. Celtillo, che presso la propria tribù ricopriva inoltre la carica di vergobret (capo militare), sarebbe stato poi condannato a morte dalle stesse famiglie aristocratiche arverne per aver tentato di ristabilire a suo vantaggio il regime dinastico, abolito precedentemente su pressione romana, quando gli Arverni uscirono sconfitti dallo scontro con questi nel 121 a.C.; l'ultimo dei re d'Alvernia, Bituito, una volta sconfitto presso l'odierna Orange, fu infatti condotto a Roma in catene affinché trascorresse il resto dei suoi anni nel carcere ad Alba Fucens e, a seguito di ciò, alla monarchia si sostituì coattamente un regime aristocratico.Vincent Guichard, «Les Arvernes», in Le dossier Vercingétorix, p. 249. Questo netto rifiuto della monarchia rivelava senza dubbio il timore, in seno all'élite aristocratica arverna, che la restaurazione di Celtillo potesse preludere alla denuncia dei trattati stipulati con Roma, decretando così la fine di quel periodo di pace e di prosperità che essi avevano garantito per decenni.Christian Goudineau, cit., p. 277.
Il nome di Vercingetorige
L'origine del suo nome è stata a lungo un mistero. Plutarco, nella biografia di Cesare contenuta nelle sue Vite parallele,Plutarco. Vita di Cesare, xxv su LacusCurtius. deforma il suo nome in (Ouergentorix); Strabone lo cita sotto un'altra forma. Ma sia lo stesso Cesare sia numerose monete fanno fede del suo nome: le monete precisano l'esatta onomastica in VERCINGETORIXS.D. et Y. Roman, Histoire de la Gaule, Fayard, Paris, 1997, p. 65 et n. 165 p. 651. Per lo storico romano Floro il suo «stesso nome sembrava fatto per incutere terrore».Floro iii, 11.
Per lungo tempo, dopo la riscoperta ottocentesca dei Galli e di Vercingetorige, gli autori si sono interrogati per scoprire se la parola «Vercingetorige» fosse realmente un nome proprio di persona, o se esso volesse semplicemente dire «il capo» in lingua gallica.Suzanne Citron, L'Histoire de France autrement, Éditions de l'Atelier, 1995, p. 14: è davvero possibile che «Vercingetorige», più che un nome proprio, fosse un titolo dal significato di «re potentissimo» o «super-re guerriero». Così Jules Michelet, nella sua Histoire de France lo chiama «il Vercingetorige» («le Vercingétorix»).Il catalogo dell'esposizione "Vercingétorix et Alésia" (1994), a pagina 201, precisa: "Nella seconda edizione della sua storia di Francia, pubblicata nel 1869, Jules Michelet, parlava ancora "del Vercingetorige degli Arverni ("du Vercingétorix des Arvernes"). Vi sarebbero quindi vari re così denominati nella storia della Gallia, il che darebbe ragione alla relativa abbondanza e distribuzione dei pezzi monetali gallici recanti questa iscrizione. Tuttavia la difficoltà resta dal momento che «il» Vercingetorige portava già quel nome prima ancora che gli venisse conferita la responsabilità suprema.
Etimologia Oggi è comunemente accettato quello che i filologi vanno scrivendo da tempo: il nome di per sé non riporterebbe nient'altro che un titolo onorifico, ricavato dai termini gallici Ver- (da pronunciarsi «uer»), che si tratta d'una forma di superlativo,Dal protoceltico *uɸor, affine etimologicamente, per via della comune radice protoindoeuropea *uper, al latino super o al greco antico hyper (si confronti a tal proposito col cornico e gallese gor- e l'irlandese for- ma anche, pur trattandosi d'un idioma germanico, con l'inglese over). -cingeto- (da pronunciare verosimilmente «chinghéto»), traducibile grossomodo come "guerriero",Dal protoceltico *kengeto-, riconducibile alla radice protoindoeuropea *keng-o-, letteralmente "camminare, percorrere", in riferimento forse alla figura del fante (si confronti ad esempio l'irlandese antico cingid). e -rix, letteralmente "re",Vedasi ad esempio il gallese rhi. equivalente del latino rex, un suffisso presente peraltro in molti nomi di condottieri e sovrani celtici (nel suo De bello Gallico, ad esempio, Cesare menziona due capi celtici di nome Cingetorige).Un Cingetorige fu a capo del popolo britanno dei Cantii (v, 22); un altro Cingetorige lo troviamo a capo invece del popolo gallico dei Treveri, alleato di Cesare e avversario di Induziomaro (v, 3-4 e 56-57).
Lo si può tradurre perciò come «Il grandissimo re dei guerrieri» oppure, più alla lettera, «Il grandissimo re guerriero»Venceslas Kruta, Les Celtes, Paris, 2000, p. 856.
Iconografia Non vi è alcun ritratto di Vercingetorige censito nella scultura dell'epoca. Nel XIX secolo, scultori, pittori e illustratori, rappresenteranno Vercingetorige secondo i canoni e i criteri dell'epoca, ispirandosi alle descrizioni letterarie degli autori antichi, tra cui Cesare,Oltre a Cesare sono da ricordare Virgilio (Eneide VIII), Diodoro Siculo (I secolo d.C.) e Arriano (II secolo d.C.). che ci presentano i Galli, grossi, capelluti, baffuti. Questa rappresentazione fu utilizzata ad esempio da scultori come Frédéric Bartholdi.
In realtà, non ci si può basare su null'altro se non sulle monete ritrovate. Grazie ai lavori di Jean-Baptiste Colbert de Beaulieu, che rivoluzioneranno la numismatica della Gallia negli anni cinquanta e sessanta del XX secolo,Colbert de Beaulieu (J.B.) Lefevre (G.). Les monnaies de Vercingétorix, Gallia, 21, 1963. sono stati censiti 25 stateri aurei e due di bronzo, mentre restano dubbi su un altro segnalato nel XIX secolo e poi sparito. Questi pezzi sembrano provenire tutti dal tesoro di Pionsat. A partire da questi esemplari, sono stati identificati 11 diversi conii sul dritto e 10 sul rovescio, da cui si può dedurre che almeno pezzi d'oro devono essere stati battuti. Le monete d'oro sono leggere e con un titolo millesimale molto basso.Circa il 40% d'oro su un peso medio totale di 7,30 g., contro una norma di 8 g. (Brigitte Fischer). I due pezzi in bronzo sono stati trovati ad Alesia e rappresentano delle monete ossidionali, coniate d'urgenza durante le fasi dell'assedio.Catalogue Vercingétorix Alésia, RMN, 1994 (pp. 206-207). Queste monete sono interessanti perché esibiscono un ritratto sottolineato dalla legenda come Vercingetorixs.