Fu eletto capo provvisorio dello Stato dall'Assemblea Costituente il 28 giugno 1946 e ricoprì tale carica dal 1º luglio dello stesso anno al 31 dicembre 1947. Il 1º gennaio 1948, a norma della prima disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, esercitò le attribuzioni e assunse il titolo di Presidente della Repubblica Italiana, mantenendoli fino al successivo 12 maggio.

Da presidente della Repubblica Italiana conferì l'incarico a un solo presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi. Non nominò alcun senatore a vita nel suo breve mandato.

De Nicola ricoprì, inoltre, numerosi altri incarichi pubblici: in particolare, è l'unico ad aver ricoperto sia la carica di presidente del Senato della Repubblica sia quella di presidente della Camera dei deputati. Nella sua vita è stato anche il primo presidente della Corte costituzionale, trovandosi così ad aver ricoperto quattro delle cinque maggiori cariche dello Stato.

Biografia Giovinezza e formazione culturale De Nicola nacque a Napoli da Angelo e Concetta Capranica. Dopo aver compiuto gli studi secondari al liceo classico Antonio Genovesi, si laureò in giurisprudenza nel 1896 presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II e divenne ben presto avvocato penalista di notorietà nazionale; fu anche redattore del quotidiano Don MarzioCamera dei deputati. Portale Storico: Presidenti. Enrico de Nicola.

Deputato e Sottosegretario

Politicamente di area liberale giolittiana, De Nicola ebbe la sua prima esperienza amministrativa nel Consiglio comunale di Napoli (1907). Nel 1909 fu eletto per la prima volta deputato, nel collegio di Afragola, per la XXIII legislatura e, quindi, confermato nelle elezioni politiche del 1913 (XXIV legislatura). Ricoprì, per brevi periodi, incarichi di governo: fu due volte sottosegretario di Stato, al Ministero delle colonie nel governo Giolitti IV (1913-1914) e al Ministero del Tesoro nel governo Orlando (1919).

Alle elezioni del 1919 fu capolista del Partito Democratico Costituzionale e venne eletto nel collegio di Napoli.

Presidente della Camera Il 26 giugno 1920 fu eletto Presidente della Camera dei deputati, a seguito delle dimissioni di Vittorio Emanuele Orlando. In qualità di presidente della giunta elettorale, promosse la riforma dei regolamenti, con l'inserimento del sistema delle commissioni permanenti (fissate in numero di nove) e la disciplina dei gruppi parlamentari.

Venne rieletto nel 1921 e confermato alla Presidenza della Camera. Nel giugno dello stesso anno, fu indicato da Giolitti, insieme con Ivanoe Bonomi, per la formazione del nuovo governo che avrebbe dovuto succedergliCarlo Sforza, L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Mondadori, Roma, 1945, p.114, ma preferì rinunciare. Il 3 agosto 1921, venne scelto come garante di un "patto di pacificazione" tra socialisti e fascisti, firmato nel suo ufficio di Presidenza ma poi abortito.

Anche con la crisi del Governo Bonomi (febbraio 1922), De Nicola fu in predicato per la Presidenza del Consiglio, che poi venne assunta da Luigi Facta.

Dopo l'incarico di formare il governo, conferito a Mussolini, il 31 ottobre 1922 De Nicola si ritrovò a presiedere la Camera il giorno del discorso di insediamento, detto "del bivacco". Appoggiò, quale misura eccezionale, la riforma elettorale nota come "legge Acerbo" (novembre 1923) e mantenne la presidenza della Camera fino al conseguente scioglimento della stessa (25 gennaio 1924). Periodo fascista e crisi istituzionale

Alle elezioni politiche del 6 aprile 1924, accettò di candidarsi a Napoli nel listone fascista, ma sebbene rieletto nelle votazioni che decretarono la vittoria del fascismo, decise di non prestare giuramento e la sua elezione non venne convalidata. Si ritirò quindi dalla vita politica e riprese a tempo pieno l'attività professionale.

Nel marzo 1929 fu però nominato dal Re senatore del Regno su proposta dell'alto commissario di Napoli, e giurò il 15 maggio di quell'anno. Non prese parte ai lavori assembleari, se non per dare il suo voto favorevole ai voto favorevole ai Patti lateranensi, ma solo a quelle di alcune commissioni giuridiche. Lo stesso anno, in pieno regime fascista, Ciaramella, podestà di Afragola, che era stata il suo primo collegio elettorale, ottenne dall'alto commissario per la provincia di Napoli l'autorizzazione a intitolargli una strada pur essendo ancora in vita. Alla cerimonia inaugurale intervenne anche l'interessato, al quale fu conferita la cittadinanza onoraria.

Negli anni trenta, ebbe come collaboratori, nel suo studio legale, il futuro Presidente della Repubblica Giovanni Leone, nonché l'azionista, poi leader socialista, Francesco De Martino.

Dopo l'armistizio di Cassibile e il trasferimento a Brindisi di Vittorio Emanuele III, s'incontrò con Benedetto Croce e Carlo Sforza per trovare una soluzione finalizzata alla formazione di un governo politico non responsabile verso l'attuale sovrano, troppo compromesso con il regime fascista e al superamento della crisi istituzionale. De Nicola propose di ricorrere alla figura del Luogotenente del Regno, da affidare all'erede al trono, il principe Umberto e si assunse la responsabilità di parlarne con il Re. L'incontro avvenne a Ravello il 19 febbraio 1944 e, dopo un drammatico colloquio, Vittorio Emanuele accettò, a decorrere dalla liberazione di RomaPiero Craveri, De Nicola, Enrico, in: Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 38 (1990)..

Fu chiamato per il Partito liberale, il 12 settembre 1945, nella Consulta Nazionale, presiedendo fino al giugno 1946 la commissione giustiziaConsulta Nazionale. Scheda di Enrico de Nicola.. Rifiutò però di candidarsi alle elezioni del 2 giugno 1946 per l'Assemblea costituente.

Elezione a capo provvisorio dello Stato

L'elezione di De Nicola a capo provvisorio dello Stato fu il frutto di un lungo lavoro "diplomatico" fra i vertici dei principali partiti politici, i quali avevano convenuto che si dovesse eleggere un presidente capace di riscuotere il maggior gradimento possibile presso la popolazione affinché il trapasso al nuovo sistema fosse il meno traumatico possibile. Si convenne perciò che dovesse scegliersi un meridionale, a compensazione della provenienza settentrionale della maggioranza dei leader politici e che, stante il risultato del referendum istituzionale, dovesse trattarsi di un monarchico.

L'iniziale contrapposizione delle candidature di Vittorio Emanuele Orlando (proposta da DC e destre) e di Benedetto Croce (proposta dalle sinistre e dai laici) si protrasse sterilmente e tardò a essere composta, per evolvere infine nella comune indicazione di De Nicola, grazie principalmente all'incessante opera di convincimento condotta da De Gasperi. Successivamente anche dall'interessato venne un supplemento di ritardo, esasperante per l'alternanza di orientamenti, ora positivi, ora negativi, che pareva esternare. Di fronte alle difficoltà si chiese all'avvocato e senatore napoletano Giovanni Porzio di convincere De Nicola, essendone amico personale; alla fine, il candidato accettòNadia Gallico Spano. Audio originale in Rai Storia - Q verso il Quirinale, Rai, 23 marzo 2013..

Fu eletto dall'Assemblea Costituente capo provvisorio dello Stato al primo scrutinio, il 28 giugno 1946, con 396 voti su 501 votanti e 573 aventi diritto (69,1%), e assunse la carica il 1º luglio. Il 15 luglio, inviò all'Assemblea il suo primo messaggio, che toccò le corde del patriottismo e dell'unione nazionale:

Primo Capo dello Stato repubblicano

Ai sensi dell'art. 2, comma 2, d.l.lgt. n. 98/1946Decreto legislativo luogotenenziale nº 98 del 16 marzo 1946., il governo De Gasperi I presentò le proprie dimissioni nelle mani del neoeletto capo provvisorio dello Stato. De Nicola, successivamente conferì ad Alcide De Gasperi l'incarico di formare il primo governo della Repubblica Italiana, che fu composto da esponenti della Democrazia Cristiana, del Partito Comunista Italiano, del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e del Partito Repubblicano Italiano, oltre al liberale Epicarmo Corbino, a titolo personale.

Il 20 gennaio 1947, in seguito alla scissione socialista di Palazzo Barberini, i ministri socialisti e, successivamente, anche quelli repubblicani dettero le dimissioni, che furono seguite da quelle dell'intero governo. De Nicola conferì nuovamente a De Gasperi l'incarico di formare il governo, che risultò un tripartito DC-PCI-PSIUP, con il repubblicano Carlo Sforza, a titolo "tecnico", agli affari esteri.

Una delle questioni più scottanti sottoposte all'attenzione del capo provvisorio fu quella relativa alla sorte degli autori della strage di Villarbasse che avevano ucciso dieci persone a scopo di rapina: i tre autori del massacro catturati, una volta condannati a morte, gli inoltrarono una richiesta di grazia ma De Nicola, considerando l'efferatezza del delitto, la rifiutò. La sentenza, eseguita il 4 marzo 1947, fu l'ultima pena di morte per delitti comuni eseguita in ItaliaPena di morte quell'ultima volta nell'Italia '47..

Nel maggio del 1947, il presidente del Consiglio De Gasperi constatò l'impossibilità di proseguire con un'unità di indirizzo la collaborazione con i partiti della sinistra social-comunista e rassegnò le dimissioni. De Nicola tentò di salvare l'esperienza governativa derivante dalla lotta antifascista incaricando prima Vittorio Emanuele Orlando e poi Francesco Saverio Nitti. Non essendo riusciti i due ex Presidenti dell'Italia liberale, conferì ancora l'incarico ad Alcide De Gasperi, che risolse la crisi formando un governo centrista sostenuto da DC, PSLI, PRI e PLI.

Il 25 giugno 1947 De Nicola rassegnò le dimissioni da capo dello Stato, adducendo motivi di salute ma, in realtà, in polemica con le scelte effettuate dal presidente del Consiglio. La rinuncia dell'incarico non poteva essere respinta dalla Costituente, che però lo rielesse il giorno dopo con 405 voti a favore su 431 votanti e 556 aventi diritto (72,8%).

Un momento di attrito fra capo dello Stato e governo si ebbe all'atto della firma dello strumento di ratifica del Trattato di pace fra l'Italia e le potenze alleate, approvato dalla Costituente il 31 luglio 1947. De Nicola, che non condivideva il trattato, opponeva la giustificazione che il rappresentante italiano Antonio Meli Lupi di Soragna aveva espressamente dichiarato che l'efficacia dell'adesione dell'Italia fosse subordinata alla ratifica da parte dell'Assemblea Costituente e non del capo dello Stato. Invano il presidente De Gasperi e il ministro degli esteri Sforza tentarono di spiegare al giurista napoletano che i "quattro grandi" non avrebbero accettato nulla di meno della firma del capo dello Stato per la ratifica dell'accordoLivio Zeno, Ritratto di Carlo Sforza, Le Monnier, Firenze, 1975, p. 269.: in un accesso d'ira, De Nicola, rosso in faccia, buttò all'aria tutti i documenti dalla sua scrivaniaMario Cervi, Indro Montanelli, L'Italia della Repubblica, Rizzoli, Milano, 1985.. Finalmente, il consulente storico del Ministero degli esteri, Mario Toscano, riuscì a convincerlo che la sua firma non avrebbe avuto il valore giuridico della "ratifica" bensì quello di mera "trasmissione" della stessaMario Toscano, Ricordo della ratifica del Trattato di pace, in: Nuova Antologia, fasc. 2001, 1967, p. 3 e succ.. Il capo dello Stato comunque, essendo superstizioso, volle far trascorrere almeno la giornata di venerdì, prima di apporre la sua firma alla ratifica del Trattato di pace, il 4 settembre 1947.

Il 27 dicembre dello stesso anno, De Nicola promulgò la Costituzione della Repubblica Italiana. Con l'entrata in vigore della Carta costituzionale, il 1º gennaio 1948, esercitò le attribuzioni e assunse il titolo di presidente della Repubblica Italiana, a norma della prima disposizione transitoria della stessa.