Il palladianesimo o architettura palladiana è uno stile architettonico ispirato alle opere e ai disegni dell'architetto veneto Andrea Palladio (1508–1580). Sebbene il termine palladiano si riferisca sia all'opera del maestro veneto sia agli stili da questo derivati, il palladianesimo (o più propriamente neopalladianesimo) è un'evoluzione delle idee originali di Palladio. Lo sviluppo del palladianesimo come stile autonomo ebbe inizio nel XVI secolo e continuò fino alla fine del XVIII secolo, durante il quale influì notevolmente sull'architettura neoclassica. In breve tempo, il palladianesimo si estese dal Veneto a tutta l'Europa e ad altre parti del mondo.
Nel Regno Unito il neopalladianesimo cominciò a essere molto popolare a metà del XVII secolo, dove arrivò con le opere di Inigo Jones. In Gran Bretagna rimpiazzò il barocco come formula di rinnovamento del lessico architettonico utilizzato nell'antichità. All'inizio del secolo successivo questo stile diventò di moda, non solo in ambito britannico, ma anche nella maggioranza dei paesi nordeuropei. Più tardi, quando cominciò il suo declino in Europa, lo stile riscosse un grande successo nell'America settentrionale, con esempi di altissimo livello negli edifici disegnati da Thomas Jefferson.
Architettura di Andrea Palladio
Per comprendere lo sviluppo del Palladianesimo è necessario analizzare l'opera di Palladio e i suoi fondamenti costruttivi.
Caratteristiche principali
La quasi totalità dell'opera di Andrea Palladio si trova nel Veneto: fra queste, vanno segnalate alcune ville di Vicenza (tra le quali Villa Almerico Capra detta la Rotonda, uno dei suoi capolavori), Villa Badoer e la Chiesa del Redentore di Venezia. Tanto nei suoi trattati quanto negli edifici che progettò, Palladio seguì i principi dell'opera dell'architetto romano Vitruvio, sviluppati da Leon Battista Alberti nel XV secolo: fondamentale è il rispetto delle proporzioni matematiche e della ricchezza degli ornamenti che caratterizzano l'architettura romana e che successivamente, nel XVI secolo, furono ripresi dall'architettura rinascimentale..
Palladio combinò liberamente molti degli elementi del linguaggio classico, rispettando le esigenze derivanti dalla posizione dell'edificio e dalle sue necessità funzionali. Da questo punto di vista, in particolare, lo si può considerare un architetto manierista, anche se allo stesso tempo Palladio rispettò la ricerca rinascimentale delle proporzioni armoniche, conservando nelle facciate che disegnò un'eccezionale eleganza basata sulla semplicità (anche austera) e sulla serenità compositiva.
Palladio progettava sempre le sue ville in funzione dell'ubicazione. Se l'edificio doveva sorgere su una collina, come ad esempio nel caso di villa Almerico Capra, le facciate venivano disegnate in modo da permettere a chi vi risiede di godere di un buon panorama da qualunque angolo della casa. Allo stesso tempo, però, in questi casi nelle sue opere veniva spesso moltiplicato l'uso del pronao, utilizzato a villa Almerico Capra su tutte le quattro facciate, per permettere agli occupanti di guardare il paesaggio restando al riparo dal sole, come succede ancora con alcuni portici utilizzati nell'architettura contemporanea nordamericana. In alcuni altri casi, Palladio usava la “loggia aperta” in sostituzione dei portici. La loggia palladiana può essere descritta come un portico incassato, una stanza autonoma le cui pareti sono aperte verso gli altri elementi e si concludono sul frontone. In alcuni casi un'altra tribuna veniva posta su un secondo piano, sopra la loggia d'ingresso, creando così l'elemento noto come “doppia loggia”. In certi casi le logge o le tribune trovavano posto sulla facciata per mezzo di un basamento. Nell'edificio centrale di Villa Godi la loggia è usata come punto focale al posto del portico, che talvolta in altre situazioni si chiude con due arcate simmetriche ai lati..
Palladio era solito usare come modello per le sue ville il prospetto dei templi romani. Ma l'influenza di questo tipo di edificio classico non si limita unicamente a questo: la pianta cruciforme, utilizzata ad esempio a Villa Almerico Capra, era ricavata dall'architettura romana e successivamente è stata considerata un “marchio di fabbrica” del maestro veneto. Le ville palladiane, in genere, erano costruite su tre livelli: un basamento rustico che conteneva le stanze della servitù e gli appartamenti secondari al livello inferiore; un piano nobile al quale si arrivava passando attraverso il portico, con scale esterne che davano accesso all'atrio e agli appartamenti principali; un mezzanino con camere secondarie e il resto delle camere da letto. Le dimensioni interne delle ville erano studiate su semplici proporzioni matematiche come 3:4 o 4:5, alle quali si adeguavano i rapporti di tutte le stanze. In precedenza altri architetti avevano utilizzato queste formule matematiche per dotare gli edifici di equilibrio interno e per raggiungere la simmetria nelle facciate, ma Palladio, nei suoi progetti, utilizzò per primo questa formula per la struttura dell'intero edificio, per evitare che gli elementi stridessero e che le ville, generalmente quadrate, mancassero di armonia. Le proporzioni non erano insomma solo un mezzo per risolvere un problema architettonico, ma anche la base per un sistema organizzato di disposizione delle strutture delle abitazioni private.
Queste strutture simmetriche e modellate sulla forma di un tempio presentavano inoltre due ali laterali ugualmente simmetriche, ma più basse, che partivano dall'edificio centrale: le barchesse, che venivano utilizzate per alloggiare cavalli o altri animali e per conservare i prodotti in magazzini o granai. Palladio infatti credeva fermamente nella doppia finalità delle ville, che al tempo stesso dovevano assolvere alla funzione di struttura agricola e a quella di abitazione dell'alta borghesia e dell'aristocrazia, dunque anche con funzioni di rappresentanza. Le barchesse tuttavia, spesso staccate e collegate alle ville da colonnati, non erano concepite solo come complementi funzionali: nei progetti di Palladio queste strutture erano studiate anche per fungere da elemento decorativo, di accentuazione della villa, anche se in nessun caso venivano considerate parte integrante dell'edificio principale. Questa tendenza fu sviluppata in seguito dai seguaci di Palladio, che fecero diventare le barchesse uno degli elementi del corpo centrale..
Trattati di Palladio Non c'è dubbio che lo studio degli edifici di Palladio sia stato fondamentale per la successiva evoluzione del palladianesimo. I suoi scritti hanno evidentemente influito sulla rapidità della diffusione delle sue teorie nel resto d'Europa e in Nordamerica. Gli architetti palladiani che non avevano visitato l'Italia avevano in tal modo a disposizione uno strumento di lavoro originale sul quale modellare le proprie concezioni.
Le due opere fondamentali di Andrea Palladio sono: Le antichità di Roma (Venezia 1554): studio sulla struttura urbana dell'Antica Roma. I quattro libri dell'architettura (Venezia 1570): trattato che ottenne un notevole successo e fu diffuso in numerose ristampe e traduzioni nei due secoli successivi. L'opera è così suddivisa: I libro: tratta la scelta dei materiali, il modo di costruire, le forme degli ordini architettonici in tutte le loro parti II libro: riporta i disegni delle costruzioni realizzate da Palladio. Tali raffigurazioni talvolta si discostano dall'edificio costruito, perché risentono di un processo di idealizzazione e adeguamento al linguaggio maturo del maestro III libro: descrive la maniera di costruire strade, ponti, piazze e basiliche IV libro: contiene i rilievi di un gran numero di edifici antichi
Le finestre palladiane
Le finestre palladiane, serliane o veneziane furono utilizzate ampiamente nelle opere giovanili di Palladio. Consistono in una grande finestra centrale sovrastata da un arco semicircolare retta da piccoli capitelli che fanno da base a una trabeazione e si trovano sopra i pilastri, che racchiudono a loro volta altre due finestre più piccole. Nella Biblioteca Marciana di Venezia, una variante di Jacopo Sansovino rimpiazza i pilastri con due colonne.
In realtà, però, definire “palladiane” o “veneziane” queste finestre non è corretto: la prima traccia di questo elemento nell'architettura risale a Donato Bramante e successivamente Sebastiano Serlio (1475–1554) le citò nel suo trattato in sette tomi Tutte l'opere d'architettura et prospetiva, nel quale studia gli ideali stilistici di Vitruvio e dell'architettura romana e ne valuta l'applicabilità all'architettura rinascimentale. L'uso che ne consiglia Serlio è una galleria di grandi finestre affiancate da aperture minori rettangolari, un motivo apparso per la prima volta negli archi trionfali dell'Antica Roma.
Palladio usò questo elemento in numerosi edifici, fra i quali va segnalato il caso della Basilica Palladiana (nome con cui è oggi noto il Palazzo della Ragione di Vicenza). Le finestre palladiane caratterizzano anche gli ingressi di Villa Godi e Villa Forni Cerato, e si deve probabilmente all'uso estensivo di questo elemento nel Veneto l'uso del termine “finestra veneziana”, o più semplicemente “veneziana”. Ad ogni modo, questo motivo è probabilmente diventato la caratteristica dell'architettura palladiana più frequentemente ripresa dagli stili architettonici successivi derivati dal palladianesimo. Andrea Palladio, Caroline Constant. The Palladio Guide. Princeton Architectural Press, 1993. Pagina 42.
Diffusione del palladianesimo
L'influenza di Palladio nell'architettura occidentale è stata enorme. In particolare, il palladianesimo è stato determinante nella tradizione anglosassone, con la conseguenza che tanto nell'architettura coloniale nordamericana che in quella inglese, in territori ai quattro angoli del mondo come India, Cina e Australia, si possono trovare progetti derivati da quelli dell'architetto veneto.
Un ruolo rilevante nella diffusione dello stile palladiano tra gli architetti nordeuropei la ebbe anche il trattato L'idea dell'architettura universale (1615) di Vincenzo Scamozzi, colto architetto e teorico, figura più importante dell'architettura nell'area veneziana dopo la morte del maestro. Scamozzi terminò varie opere lasciate incompiute da Palladio, come il Teatro Olimpico, spesso modificandole (es. la cupola di Villa Almerico Capra detta la Rotonda), ma non si limitò a questo: ad esempio con il suo progetto per Villa Pisani detta la "Rocca Pisana", riprendendo la tipologia della Rotonda, Scamozzi fa una puntuale critica al progetto di Palladio, rivendicando così un ruolo autonomo e non di semplice imitazione. Quella di Scamozzi intende essere un'evoluzione dello stile inaugurato da Palladio dotandolo di più rigore e abbandonandone gli effetti plastici e chiaroscurali. Nel Settecento fu Ottone Calderari (1730-1803) il più importante architetto vicentino a portare avanti lo stile palladiano, ormai ai confini col Neoclassico, assieme a Ottavio Bertotti Scamozzi (1719-1790) che ne fu anche un attento studioso e divulgatore con i suoi trattati; mentre nell'Ottocento l'ultimo esponente fu Bartolomeo Malacarne (1782-1842), autore del Cimitero Monumentale di Vicenza.
Dopo la pubblicazione nel 1570 de I quattro libri dell'architettura, durante il XVII secolo, XVIII secolo e XIX secolo molti architetti di tutta Europa visitarono l'Italia per analizzare sul posto l'opera di Palladio. Quest'influenza si tradusse in opere quando questi architetti tornarono nei propri Paesi di origine, adattando lo stile palladiano alle differenti condizioni climatiche e topografiche e alle richieste dei committenti. Così l'ideale palladiano si diffuse in ogni parte d'Europa, raggiungendo l'apice della popolarità nel XVIII secolo, prima in Inghilterra e in Irlanda e successivamente negli Stati Uniti.. Allo stesso tempo, servì da base per il neoclassicismo della fine del XVIII secolo e dell'inizio del XIX.