La reale cappella del Tesoro di san Gennaro è una cappella barocca del duomo di Napoli fatta edificare su volontà dei napoletani per un voto a san Gennaro.

Si tratta di una delle massime espressioni artistiche della città,. sia per la concentrazione ed il prestigio delle opere in esso custodite, sia per il numero di artisti di fama internazionale che hanno partecipato alla sua realizzazione. Le decorazioni pittoriche e ad affresco dell'interno, eseguite prevalentemente dal Domenichino e dal Lanfranco, fanno della cappella l'epicentro della pittura barocca emiliana a Napoli.

Grazie a diverse bolle pontificie, la reale cappella non appartiene alla curia arcivescovile, bensì alla città di Napoli rappresentata da un'antica istituzione civica, ancora oggi esistente, la Deputazione, e dai sedili di Napoli.

Dal 2003 alcuni ambienti adiacenti alla cappella ospitano il Museo del Tesoro di san Gennaro, esponendo ex-voto e donazioni offerte al santo nel corso di circa sette secoli da parte di re, papi e illustri personalità dell'aristocrazia napoletana ed europea.

Storia La Deputazione del Tesoro

La nascita della cappella è legata agli anni difficili che visse Napoli durante la prima metà del XVI secolo, caratterizzato per l'appunto da conflitti bellici oltre confine ed interni, crisi di pestilenza ed eruzioni vulcaniche.

I conflitti interni avvennero intorno al 1527, quando il pretendente angioino, approfittando anche dell'assenza del viceré di Napoli, impegnato con le truppe di Carlo V, e della morte del suo luogotenente Andrea Carafa conte di Santa Severina, tentò di riconquistare il Regno di Napoli sbarcando coi suoi soldati a Gaeta e a Salerno. A seguito di questi eventi, il generale Lautrec, al comando dei francesi, arrivò alle mura di Napoli e la cinse in assedio, impedendo il rifornimento delle derrate alimentari e, secondo alcuni storici tra cui Pietro Giannone, avvelenando anche le acque che abbeveravano la città. Ciò provocò una recrudescenza della pestilenza che stava già decimando i napoletani giungendo sino a circa 250.000 morti.

Nello stesso periodo anche il Vesuvio contribuì a devastare la città con una eruzione accompagnata da una serie di terremoti quotidiani che la dilaniarono.

A seguito di questi eventi il popolo napoletano decise di rivolgersi al proprio santo protettore e il 13 gennaio del 1527, anniversario della traslazione delle ossa di San Gennaro da Montevergine a Napoli, fecero voto di erigergli una nuova e più bella cappella nel duomo, in quanto la vecchia era relegata in una torre angusta posizionata a sinistra dell'entrata della cattedrale. L'impegno fu assunto solennemente e per dare ancora più valenza al voto i napoletani redassero il documento, sottoscritto dagli "eletti di città", davanti a un notaio, sull'altare maggiore della cattedrale con pubblico istrumento rogato da notar Vincenzo de Bossis.Lo storico documento, datato 13 gennaio 1527 è oggi conservato ed esposto nel Museo del Tesoro di san Gennaro: Die XIII Ianuarii 1527, Neapoli.

In questo modo, per ottenere la liberazione dai tre flagelli, i rappresentanti dei cinque sedili di Napoli nobili (Capuano, Nido, Montagna, Portanova e Porto) più il rappresentante del sedile del Popolo fecero voto di offrire mille ducati per il tabernacolo eucaristico e diecimila per la costruzione di una nuova cappella in onore di San Gennaro.

Il 5 febbraio del 1601, gli "eletti della città" nominarono una commissione laica di dodici membri, denominata "Deputazione", composta da due rappresentanti per ognuno dei seggi cittadini ed a cui venne affidato il compito di promuovere e curare la costruzione e la decorazione della nuova cappella di San Gennaro.

Il finanziamento dell'opera inizialmente prevedeva lo stanziamento di 10.000 scudi; tuttavia il fondo raggiunse la cifra di oltre 480.000, senza ottenere alcun contributo dalle istituzioni ecclesiastiche.

Vicende legate agli incarichi pittorici La costruzione della cappella, iniziata l'8 giugno del 1608, fu affidata all'architetto Francesco Grimaldi, già molto noto a Napoli per aver progettato altri edifici come la chiesa di Santa Maria della Sapienza, la basilica di San Paolo Maggiore, la chiesa di Sant'Andrea delle Dame ed altre ancora. Per realizzare l'opera architettonica furono demoliti diversi complessi preesistenti, come un oratorio, la piccola chiesa di Sant'Andrea, tre cappelle gentilizie del duomo di Napoli (dei Filomarino, Capace e Cavaselice) ed alcune abitazioni civili. Alla morte del Grimaldi, avvenuta nel 1613, gli successero alla direzione del cantiere dapprima Ceccardo Bernucci e poi Giovan Giacomo di Conforto, che li condusse fino al completamento.

I controversi incarichi pittorici legati alla cappella, accompagnati anche da un contesto cittadino complesso consistente in minacce ed attentati da parte di pittori locali (Belisario Corenzio, Battistello Caracciolo e Jusepe de Ribera) a scapito dei forestieri per disincentivare loro l'accettazione dell'incarico, fenomeno conosciuto dalla storiografia ufficiale come cabala di Napoli, hanno determinato tuttavia un rallentamento della conclusione dei lavori, che avvenne definitivamente solo nel 1646. Intrapresi infatti in un primo momento (1618) i contatti con il Cavalier d'Arpino per l'esecuzione del ciclo di affreschi della reale cappella, che avrebbero riguardato le Storie sulla vita di San Gennaro e l'affresco del Paradiso nella cupola, a causa di un avvio a singhiozzo, dovuto probabilmente anche al fatto che il pittore era in quel periodo ancora a Roma per il completamento di altre sue opere, la scelta della Deputazione ricadde successivamente (1620) su Guido Reni, già attivo a Napoli. La Deputazione, indirizzando le proprie scelte sul pittore emiliano, ribadì così la propria intenzione di affidare i lavori, probabilmente i più importanti di quel periodo in città, legati inoltre ad un luogo particolarmente devoto al popolo napoletano, a pittori non locali. Conseguenza di questa decisione fu che il movimento intimidatorio intrapreso dai tre pittori napoletani, su tutti il Corenzio, si attivò con così tanta prepotenza da organizzare un agguato ad un collaboratore del Reni, portandolo al ferimento. A questo punto, lo spavento dall'accaduto portò il Reni a rifiutare l'incarico e così la Deputazione si dovette mobilitare nuovamente nella ricerca del pittore a cui affidare l'incarico. Questa volta la ricerca vide allargare l'orizzonte decisionale della Deputazione, volgendo lo sguardo anche ad artisti partenopei come Fabrizio Santafede e il Caracciolo. Tuttavia le loro bozze presentate all'istituzione non piacquero e così, al 1628, il cantiere per il ciclo pittorico non riuscì ancora a partire.

Due anni dopo, il Domenichino, altro pittore emiliano, riuscì invece a convincere l'organo civico con i propri test e finalmente iniziarono le decorazioni delle volte, compiendo nel 1633 dapprima quelle dei sottarchi degli altari, poi completando per il 1641 gli affreschi dei quattro pennacchi e infine, nello stesso anno, compiendo cinque dei sei oli su rame (uno risultò però essere incompleto) che decorano la fascia inferiore della cappella. Il Domenichino eseguì quindi la maggior parte degli affreschi commissionatigli fino alla sua morte improvvisa, avvenuta nel 6 aprile del 1641, probabilmente avvelenato dai tre pittori napoletani appartenenti alla cabala. Dopo due giorni, venne a sostituirlo nei lavori interni alla cupola un altro pittore natio e di scuola emiliana, Giovanni Lanfranco, che si occupò di compiere la scena del Paradiso completandola nel 1643.F. Strazzullo La Real Cappella del Tesoro di S. Gennaro: documenti inediti, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1978, p. 85 n. 265

Le opere che a quel punto erano incompiute risultavano essere due oli su rame, uno nel primo pilastro di destra, che il Domenichino non fece in tempo ad ultimare, e l'altro nell'altare di destra, mai iniziato. Così il 6 giugno del 1646 la Deputazione decise, per la prima volta dall'inizio dei lavori, di affidare a un pittore napoletano, Massimo Stanzione, la realizzazione di un'opera. Si trattava del rame raffigurante il Miracolo dell'ossessa, sul primo pilastro a destra, che aveva l'obiettivo di sostituire la versione non ultimata del Domenichino. Il quadro realizzato da Massimo Stanzione dapprima sostituì l'incompiuto del Domenichino, che fu sistemato nella sagrestia dell'Immacolata, oggi parte del complesso museale del Tesoro di san Gennaro, poi la Deputazione intorno 1826-1831 decise di invertire le due opere in quanto il quadro dello Stanzione non si uniformava al tema pittorico del Domenichino presente e prevalente nella cappella, la quale a quel punto contava del pittore emiliano cinque dipinti su sei nella fascia inferiore e gli affreschi nelle lunette degli archi e nei pennacchi della cupola, nella cui calotta vede l'opera del Lanfranco. L'ultimo olio su rame che rimaneva da realizzare fu definito solo nel 1646, con il pittore spagnolo (ma di scuola napoletana) Jusepe de Ribera, che eseguì la pala dell'altare di destra raffigurante San Gennaro esce illeso dalla fornace, considerata dalla critica una delle più belle opere del pittore per la plasticità dei personaggi, per la cura dei particolari e per la straordinaria capacità espressiva.

Con l'opera del Ribera, che di fatto è l'unica artisticamente "napoletana" all'interno della cappella, si poterono definire conclusi i lavori all'ambiente religioso.

I rapporti con la Santa Sede ed il diritto alla laicità Istituita la "Deputazione della reale cappella del Tesoro", sin dal principio l'organismo ha tenuto ad affermare e a difendere il diritto di patronato della città di Napoli sulla cappella proprio perché questa era diretta espressione della volontà dei napoletani e quindi espressione della laicità, autonomia ed indipendenza rispetto alla curia arcivescovile.

Nel 1605 la Deputazione, infatti, ottenne la bolla di fondazione da papa Paolo V e dopo tre anni, l'8 giugno 1608, iniziarono i lavori di costruzione del luogo sacro.

I primi problemi, però, arrivarono in corso d'opera con il cardinale arcivescovo Francesco Boncompagni che si oppose fermamente all'esenzione della Deputazione dalla giurisdizione dell'ordinario diocesano. La questione tuttavia venne superata sia dalla bolla di fondazione sia dalla protezione reale che le concesse il rango e i privilegi di cappella reale palatina.

Ulteriori problemi si ebbero dopo l'ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli il 17 febbraio 1861 quando si pubblicarono alcuni decreti luogotenenziali relativi a benefici e cappellanie laicali. La Deputazione si batté perché le fosse riconosciuto il diritto di patronato laicale e il 13 maggio del 1861 la reale cappella del Tesoro di san Gennaro fu dichiarata esente dalla precedente legge del 17 febbraio essendo stata riconosciuta Istitutione sui generis. Rimase dunque intatta la laicità della proprietà che ha resistito anche alle leggi post unitarie del 7 luglio 1866 e del 15 agosto 1867, con le quali fu negato il riconoscimento di laicità a tutti gli ordini e alle congregazioni religiose regolari, ai conservatori musicali e ai ritiri che comportassero vita in comune e avessero carattere ecclesiastico. Tutti i luoghi di proprietà di tali enti soppressi furono incamerati dal demanio statale e fu sancita l'incapacità per ogni ente morale ecclesiastico di possedere immobili, fatte salve le parrocchie. La natura laica della Deputazione sancita dalle bolle pontificie fu mantenuta grazie anche ad un appassionato memoriale inviato alla Camera del governo italiano e sottoscritto dal presidente Rodrigo Nolli, allora sindaco di Napoli, e da tutti i deputati, con il quale si ricordava la natura laica della Deputazione, il diritto di patronato ottenuto da tre bolle pontificie e l'aspra guerra sostenuta contro la curia arcivescovile di Napoli per il mantenimento dello stato giuridico e la piena autonomia.