I mosaici bizantini della Sicilia sono un esempio dell'arte bizantina in Italia. Sebbene i bizantini avessero occupato la Sicilia dal 535 fino all'invasione islamica dell'isola nell'827 (anche se l'ultima roccaforte Rometta capitolò solo nel 965), furono i principi normanni, che consolidata la conquista della Sicilia e proclamato nel 1130 il Regno di Sicilia, si avvalsero di maestranze bizantine (o di scuola bizantina), per i loro palazzi e le chiese.

È infatti con Ruggero II, e primo re, che le chiese palermitane incominciano a rivestirsi di mosaici, e non esistendo in situ, si fece ricorso, come del resto per tante altre manifestazioni al centro in quel momento di più risonante prestigio, e con il quale intercorrevano scambievoli rapporti: cioè i mosaicisti di Costantinopoli.

I più antichi mosaici della Sicilia

L'arte bizantina, nelle sue forme più auliche, è documentata – oltre che nei mosaici riemersi in Santa Sofia, nelle decorazioni delle chiese periferiche e nelle miniature – nel nucleo più antico di mosaici nelle chiese siciliane: nella parte più antica (cupola e presbiterio) dei mosaici della Cappella Palatina e in quelli che ammantano la chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio di Palermo; in quelli che decorano l'abside della cattedrale di Cefalù (i più classici tra i mosaici siciliani), sui quali vennero più tardi esemplati quelli dell'abside del duomo di Monreale; infine nelle pareti (quelli del soffitto sono più tardi) della “Sala di Re Ruggero” nel Palazzo dei Normanni, e in quelli che decorano la volta a crociera sul bema nella cattedrale di Cefalù.

La decorazione di Monreale è stata realizzata fra il 1180 e il 1190, anche se iconograficamente appare in gran parte prefigurata dalla decorazione delle navate della Cappella Palatina avviata al tempo di Guglielmo I, quando, in connessione con quanto avveniva nell'architettura, per la mediazione della cultura campana, pensieri e modi occidentali incominciarono ad intaccare il tessuto orientale (arabo e bizantino) dell'arte siciliana. È così testimone di un nuovo afflusso di maestranze bizantine in Sicilia legate al giro della cultura sviluppatasi nell'età tardo-comnena. L'agevole confronto tra le analoghe scene di due cicli corrispondenti (quelle, ad esempio, tratte dal Vecchio Testamento), dimostra infatti che dai mosaici della Cappella Palatina a quelli del duomo di Monreale non vi è alcun passaggio; e però è del tutti impossibile postulare, come ha giustamente notato il Kitzinger, una continuità nello sviluppo dei modi stilistici.

In confronto ai modi ancor aulici e classicheggianti, pur negli accenti narrativi, dei mosaici della navata della Cappella Palatina, alla loro ornamentale staticità, tanto efficacemente secondata dal gioco melodico delle linee, le scene di Monreale si caratterizzano per un andamento rapido e movimentato, servito dalla continua frammentazione della linea, dal risalto dei colori non più stesi in zone locali statiche e circoscritte; per un inserimento più organico nelle vaste partiture architettoniche, sicché questi ultimi sembrano pensate per accogliere la decorazione musiva ed essere esaltate dalle stesure musive, e la decorazione per esser inserita nell'architettura, e da quest'ultima al massimo valorizzata e resa evidente.

Questi modi, dal punto di vista formale, non hanno precedenti in Sicilia, ma ben li hanno nell'Oriente greco, dove tutto – dice il Kitzinger – “un vasto gruppo di affreschi e di mosaici sparsi in varie parti del mondo bizantino e lungo i suoi confini” (Macedonia, Bulgaria, Cappadocia…), presenta fenomeni stilistici sostanzialmente analoghi. Tali manifestazioni, per apparire simultaneamente in una vasta area – fin nelle lunette principali di Sant'Angelo in Formis e nei mosaici di Monreale – possono spiegarsi solo come irraggiamento di umori metropolitani. Tali umori, nei mosaici monrealesi, si saldano con quelli della cultura campana, convalidando anche per quest'aspetto il fenomeno che s'avverte nell'architettura, in un momento in cui nella corte palermitana avevano posizioni di primissimo piano uomini come Romualdo Salernitano e Matteo Aiello, formatisi nell'ambiente catanese dell'Italia meridionale.

Limiti cronologici dei più antichi mosaici della Sicilia L'attività dei maestri bizantini in Sicilia si riduce in due momenti: quello più antico s'include nel giro breve di poco più d'un decennio. Nel fatto, l'iscrizione della fascia musiva che riquadra alla base la cupola della Cappella Palatina testimonia che la sua decorazione venne portata a compimento nel 1143; mentre i mosaici sottostanti e quelli che, – ove si faccia eccezione delle absidi – ornano il presbiterio, non scavalcano la data di morte di Ruggero, il febbraio del 1154. Ciò si ricava da due testi d'importanza fondamentale. La tanto discussa omelia dello pseudo Teofane Cerameo – recitata certamente in presenza del re, in occasione della festività solenne degli Apostoli Pietro e Paolo, ai quali la cappella era dedicata – accerta la presenza sulle pareti della chiesa di mosaici d'età ruggeriana. Il passo del Chronicon di Romualdo Salernitano ci consente, sia pure indirettamente, di fissare il limite di tale decorazione.

Nell'omelia è, infatti, ricordato non soltanto il soffitto “luccicante d'oro in ogni parte”, ma anche le pareti e il loro rivestimento marmoreo e musivo. Giacché si deve ammettere che la decorazione musiva del tempo del primo Guglielmo sia quella delle pareti della navata centrale e delle navi laterali ne consegue che i mosaici ricordati dall'omelia sono quelli del presbiterio, e che per l'occasione le pareti della chiesa fossero ornate di drappeggi e stoffe preziose.

Nello stesso 1143, fermato nell'iscrizione della fascia musiva che riquadra alla base il tamburo della cupola della Palatina, venne pure portata a compimento o quasi la decorazione della chiesa dell'Ammiraglio, così come scritto in un diploma di quell'anno del suo fondatore Giorgio d'Antiochia.

I mosaici dell'abside di Cefalù, secondo l'iscrizione che corre alla base dell'ultimo registro figurato, vennero eseguiti nel 1148: Non c'è nessuna ragione per dubitare di questa data, perché come ha ormai dichiarato il Di Stefano, la decorazione musiva s'inserisce in quella fase di costruzione, la seconda, che vide particolarmente impegnato Ruggero per fare di quella di Cefalù, sull'esempio di Saint Denis, la chiesa rappresentativa della monarchia normanna in Sicilia.

Più avanti nel tempo, ma sempre d'età ruggeriana, sembrano a Cefalù i mosaici di una delle volte a crociera costolonata del bema, sia che esse, con lo Schwartz, si considerino costruttivamente legate alla calotta absidale, sia che col Di Stefano si considerino eseguite intorno al 1150, quando abbandonato il progetto della grandiosa costruzione, l'inserzione delle volte, esemplate su modelli francesi, poté esser un compenso alla rinunzia del completamento dell'abside.

Il complesso dei mosaici siciliani s'include così in due momenti ben conclusi nei loro limiti cronologici. Il gruppo più antico, quello d'età ruggeriana, ha il suo epilogo in alcune zone dei mosaici del presbiterio della Palatina e in quelli della volta di Cefalù. Il secondo gruppo invece, avviato durante il regno del primo Guglielmo, ha la sua manifestazione più ampia nei mosaici del duomo di Monreale. I caratteri dei due gruppi sono diversi, ma nella loro differenza trovano un punto di passaggio nei mosaici della navata centrale della Cappella Palatina, per gli accenti che ancora richiamano quelli più antichi e per l'assetto che, particolarmente sul piano iconografico, prelude a quelli più avanzati.

A questo stesso periodo è assai probabile appartengano i mosaici della “Sala di Re Ruggero” in cui studiosi come il Muratoff e il Bettini vedono un riflesso dell'attività delle “botteghe di palazzo di Bisanzio”, e però, scomparse le decorazioni della metropoli, è l'unica opera rimasta a documentare l'aspetto profano e cortese dell'arte bizantina, intinto d'umori e di motivi musulmani.

Per quel che tocca le ragioni dello stile, i mosaici della “Sala di Re Ruggero” (il discorso va naturalmente a quelli delle pareti) sembrano inserirsi nella linea che dai riquadri delle “feste” del presbiterio della Cappella Palatina porta alle scene tratte dal Vecchio Testamento nella navata centrale: degli uni e delle altre ribadiscono gli accenti lineari, con un senso ancora più statico, per la ripresa delle arcaiche composizioni frontonali e per l'esclusione d'ogni indicazione spaziale, sì che le figure vengono a cogliersi nella sigla araldicamente raffinata dei profili, spinta fino alla preziosità dall'arabesco, mentre gli alberi, stilizzandosi in parvenze geometriche, acquistano un carattere di favolosa fissità.

Ad essi si riattacca e da essi deriva la fascia musiva della Zisa, ma il tono piuttosto scattante e movimentato del complesso inducono a crederla d'un momento più avanzato. Si può in altri termini dire che tra i mosaici della Sala di Re Ruggero e quelli della Zisa intercorre il medesimo rapporto che c'è fra i mosaici della navata centrale della Palatina e quelli della navata centrale di Monreale. E non è da escludere che essi appartengano proprio allo stesso tempo della decorazione della famosa cattedrale.

L'ordinamento dei mosaici

La prima e più importante parte della decorazione musiva delle chiese siciliane venne dunque eseguita fra il 1140 e il 1154. Si lavorò spesso contemporaneamente in chiese diverse, e vennero impiegati vari maestri e diverse maestranze, anche se gli uni e le altre accusano orientamenti per tanti aspetti analoghi ed appaiono legati ad un medesimo ambiente culturale, ad un medesimo centro d'arte e civiltà. Comunque, se diversi furono i maestri e le maestranze, unico fu il criterio che – a parte l'adattamento al diverso tipo delle costruzioni, ora centrico, ora basilicale – servì di guida alla decorazione, sempre limitata, almeno in questa prima fase, alla zona del santuario e a quella del portico – ove tanto alla Palatina che nella chiesa dell'Ammiraglio e a Cefalù – trovarono posto le figurazioni votive o dedicatorie, cioè le figure extraliturgiche.

La decorazione della chiesetta, fatta edificare da Giorgio d'Antiochia, costituisce, fra quelli più antichi, l'esempio più omogeneo, anche se non il più complesso ed alto. Domina al sommo della cupola, entro un disco d'oro, il Pantocratore benedicente, rappresentato non a mezzo busto come nella Palatina ma, secondo uno schema più arcaico, a figura intera; e nella calotta s'inchinano adoranti quattro figure d'angeli. Nel tamburo ottagono della cupola, proprio in corrispondenza degli angoli, s'adergono le figure dei profeti (David, Isaia, Zaccaria, Mosè, Geremia, Elia, Eliseo, Daniele) con la destra levata nel classico gesto degli oratori e la sinistra in atto di mostrare il rotolo delle profezie; nelle volte, fiancheggianti trasversalmente il tamburo della cupola, sono invece a due a due allineate ed affrontate, in forme ancor più imponenti le figure degli apostoli: Pietro e Andrea, Giacomo e Paolo, Tommaso e Filippo, Simone e Bartolomeo. La serie degli apostoli, dalla quale sono esclusi Giacomo maggiore e Mattia, è completata, al modo bizantino, dagli evangelisti curvi nelle nicchie angolari del raccordo.

Del ciclo delle “feste” non si vedono che quattro scene: la Natività e la Dormitio Virginis, che si fronteggiano nella volta ad occidente: l'Annunciazione e la Presentazione al Tempio, figurate come nella Palatina sulle fronti delle grandi arcate traverse sorreggenti la cupola. Il Diehl pensa che le quattro scene indicate siano le sole rimaste o le sole eseguite di tutto il ciclo. Ma, a considerare le limitate proporzioni della chiesa, può anche supporsi che delle dodici scene del ciclo, chi ideò il piano della decorazione, abbia scelto solamente quelle in più immediato rapporto con la vita della Vergine, alla quale appunto la chiesetta venne dedicata.