La corsa dei carri (in greco: ἁρματοδρομία, "harmatodromia"; in latino: ludi circenses) fu una delle competizioni più popolari e diffuse nella Grecia antica, nel mondo romano e successivamente nell'Impero bizantino, seppur per breve periodo. Si trattava di gare spesso molto pericolose per l'incolumità degli aurighi e dei cavalli che potevano subire gravi infortuni a causa di collisioni e incidenti e, talvolta, morire. Gli spettatori assistevano a queste gare con grande entusiasmo e partecipazione, qualcosa di paragonabile a quanto accade attualmente per le competizioni motoristiche. Anche per alcuni aspetti dell'organizzazione delle corse è possibile fare dei parallelismi con quanto accade oggi nello sport professionistico: il modello romano di organizzazione delle corse dei carri prevedeva che vi fossero varie squadre, espressione di diversi gruppi di finanziatori e sostenitori, che talvolta lottavano tra loro per assicurarsi le prestazioni degli aurighi migliori. Gli spettatori si dividevano tra queste squadre, facendo un tifo appassionato che poteva anche sfociare in scontri tra le varie tifoserie. I contrasti finirono per essere anche strumentalizzati politicamente, facendo sì che le corse finissero per travalicare il significato di mere competizioni sportive, ed ampliassero la loro sfera d'influenza a tutta la società. Si comprende quindi perché dapprima gli imperatori romani ed in seguito quelli bizantini avessero messo le squadre sotto il proprio controllo e nominato diversi pubblici ufficiali che sovrintendessero al fenomeno.

In Grecia, le corse dei carri svolsero un ruolo essenziale nei giochi funebri aristocratici sin dai primi tempi. Con l'istituzione di corse formali e di ippodromi permanenti, le corse dei carri furono adottate da molti stati greci e dalle loro feste religiose. Cavalli e carri erano molto costosi. La loro proprietà era appannaggio degli aristocratici più ricchi, la cui reputazione e il cui status trassero vantaggio dall'offrire spettacoli così stravaganti ed eccitanti. I successi e le imprese dei cavalli e dei loro proprietari (molto raramente degli aurighi) potevano inoltre essere amplificati attraverso odi commissionate e altre forme poetiche. Ogni carro conteneva un solo conducente ed era trainato da due o quattro cavalli. Gli aurighi erano per lo più schiavi o professionisti a contratto. Le corse delle bighe greche potevano essere seguite dalle donne, anche se, una volta sposate, era loro vietato guardare qualsiasi evento olimpico. È noto che una nobildonna spartana ha allenato una squadra di cavalli per le Olimpiadi e ha vinto due gare, una delle quali come pilota. Negli antichi Giochi Olimpici e in altri Giochi panellenici, la corsa dei carri era uno degli eventi equestri più importanti.

La corsa dei carri romani era il più popolare dei numerosi intrattenimenti pubblici sovvenzionati di Roma Antica ed era una componente essenziale in diverse feste religiose. Nella festa di Consualia si tenevano corse di carri per celebrare la divinità del grano Conso. Nel mito della fondazione di Roma i romani, privi di donne sposabili, invitavano i vicini Sabini a godersi le gare dei Consualia ma sfruttarono l'occasione per rapire le loro donne. I conducenti di carri romani avevano uno status sociale molto basso ma i migliori erano ben pagati, celebrati e accreditati per le loro vittorie. I direttori di gara organizzavano squadre di corse e gareggiavano per i servizi di piloti particolarmente abili e dei loro cavalli. I piloti gareggiavano individualmente o con i colori della squadra: blu, verde, rosso o bianco. Gli spettatori generalmente sceglievano di supportare singole squadre e si identificavano con le loro fortune. Scommettere sulle gare era illegale ma ha raccolto ingenti somme per squadre, piloti e sostenitori. La violenza tra fazioni rivali non era rara. Le rivalità a volte venivano politicizzate, quando le squadre venivano associate a idee sociali o religiose in competizione. Imperatori romani e poi bizantini, diffidenti nei confronti delle organizzazioni private, presero il controllo delle squadre, in particolare dei Blu e dei Verdi, e nominarono funzionari per gestirle.

Le corse dei carri persero importanza nell'Impero Romano d'Occidente dopo la caduta di Roma. Sopravvissero molto più a lungo nell'impero bizantino, dove le tradizionali fazioni romane continuarono a svolgere un ruolo di primo piano per diversi secoli. I sostenitori della squadra Blu hanno gareggiato con i sostenitori dei Verdi per il controllo delle decisioni politiche in politica estera, interna e religiosa. Le loro manifestazioni di disobbedienza civile culminarono in un massacro indiscriminato della cittadinanza bizantina da parte dei militari nelle Rivolta di Nika (532) cui fece seguito un graduale declino della popolarità delle corse dei carri.

Le prime corse con i carri Non si sa dove esattamente ebbe inizio l'usanza di gareggiare con i carri, ma potrebbe essere senz'altro antica quanto l'invenzione del carro stessa. Testimonianze pittoriche trovate sulle decorazioni dei vasi ci dicono che questo sport era già praticato dalla Civiltà micenea,Alcuni frammenti di ceramica mostrano due o più carri, ovviamente in mezzo a una corsa. Bennett afferma che questa è una chiara indicazione che le corse dei carri esistevano come sport già nel XIII secolo a.C. Le corse dei carri sono raffigurate anche sui vasi geometrici tardo - . ma il primo riferimento scritto a una corsa di carri è l'episodio descritto da Omero nel libro XXIII dell'Iliade e riferito ai funerali di Patroclo.. Alla gara parteciparono Diomede, Eumelo, Antiloco, Menelao e Merione. La corsa, che consisteva nell'andare fino al ceppo di un albero, girarvi attorno e ritornare, fu vinta da Diomede che ricevette in premio una schiava ed un calderone di bronzo. Si dice anche che sia stata una corsa dei carri l'evento che diede inizio ai Giochi olimpici; secondo una leggenda il re Enomao sfidò i pretendenti alla mano di sua figlia Ippodamia ad una corsa con i carri, nella quale fu sconfitto da Pelope che, per celebrare la propria vittoria, inventò i giochi...

I Giochi Olimpici

Nell'ambito degli antichi Giochi olimpici e dei Giochi panellenici, si svolgevano sia corse di carri trainati da quattro cavalli (tethrippon) che da due (synoris) che, a parte il numero degli animali, si svolgevano nello stesso modo. Le corse furono aggiunte al programma delle gare nel 680 a.C. La corsa era preceduta da una processione che entrava nell'Ippodromo, mentre un araldo annunciava a tutti i nomi degli aurighi e dei proprietari delle squadre. L'ippodromo di Olimpia era lungo circa 550 metri e largo la metà: vi potevano gareggiare fino a 60 carri contemporaneamente (probabilmente nella realtà il loro numero era assai minore). Si trovava ai piedi di una collina nei pressi di un ampio fiume, e poteva ospitare fino a 10.000 spettatori in piedi.. Il tethrippon consisteva di dodici giri dell'ippodromo, alle cui estremità si dovevano affrontare due curve piuttosto strette... Si utilizzavano diversi strumenti di tipo meccanico, tra cui i cancelletti di partenza (hysplex) che venivano abbassati per dare inizio alla gara. Secondo Pausania il Periegeta erano stati inventati dall'architetto Kleoitas e funzionavano in modo tale che i carri posizionati all'esterno partivano prima di quelli dal lato interno. La gara non poteva in effetti dirsi veramente iniziata finché non si apriva l'ultimo cancelletto e, a quel punto, i carri si trovavano tutti più o meno allineati, anche se quelli partiti dal lato esterno avevano una velocità iniziale maggiore degli altri. Venivano poi alzati altri meccanismi chiamati l'aquila e il delfino per dichiarare la corsa iniziata e poi venivano man mano abbassati per indicare il numero di giri rimasti da percorrere. Si trattava probabilmente di sculture di bronzo che rappresentavano i due animali sistemate nei pressi della linea di partenza.

Diversamente dagli altri atleti olimpici, gli aurighi non gareggiavano nudi, probabilmente per ragioni di sicurezza dato il polverone sollevato dai cavalli in corsa e la frequenza con cui si verificavano sanguinosi incidenti. I concorrenti indossavano una veste chiamata xystis: era lunga fino alle ginocchia e legata stretta in vita con un largo cinturone. Due cinghie che si incrociavano sulla parte superiore della schiena impedivano che la xystis si gonfiasse per l'aria durante la gara. Al pari dei moderni fantini, gli aurighi erano scelti per il loro peso limitato e, dato che dovevano anche essere abbastanza alti, spesso si trattava di adolescenti.

I carri usati erano dei carri da guerra modificati, essenzialmente dei carretti di legno a due ruote con la parte posteriore aperta anche se, all'epoca in cui si svolgevano le corse, quel tipo di carro in battaglia non veniva più impiegato. La parte più emozionante della corsa dei carri, perlomeno dal punto di vista del pubblico, erano le curve ai due lati dell'ippodromo. Effettuare queste curve era estremamente pericoloso e spesso si verificavano incidenti mortali. Se un carro non era stato precedentemente rovesciato da un avversario prima della curva, poteva finire capovolto o schiacciato (auriga e cavalli inclusi) dagli altri carri al momento di effettuare la virata. Urtare deliberatamente un avversario per provocare un incidente era tecnicamente illegale ma, in realtà, se succedeva non si poteva fare nulla (nella corsa per i funerali di Patroclo di fatto Antiloco si comporta in questo modo nei confronti di Menelao), inoltre gli incidenti potevano succedere anche per caso.

La corsa dei carri non era prestigiosa come lo stadion (gara di corsa) ma era più importante delle altre competizioni equestri come la corsa dei cavalieri che fu ben presto rimossa dal programma olimpico... In epoca Micenea l'auriga e il proprietario di carro e cavalli erano la stessa persona e quindi l'auriga vincente riceveva il suo premio. Ai tempi dei Giochi Panellenici invece i proprietari avevano degli schiavi a cui facevano portare i carri, ed il premio veniva quindi vinto dai proprietari. Arsecila, il re di Cirene, vinse la corsa dei carri ai Giochi pitici del 462 a.C., quando un suo schiavo fu l'unico a portare a termine la gara. Nel 416 a.C. il generale ateniese Alcibiade fece partecipare alla gara sette carri di sua proprietà, ottenendo il primo, il secondo ed il quarto posto; come è ovvio, non fu certo lui a guidare i sette carri contemporaneamente. Anche Filippo II di Macedonia vinse una corsa di carri olimpica per dimostrare di non essere un barbaro ma, se si fosse cimentato egli stesso alla guida del carro, sarebbe certamente stato considerato ad un livello sociale anche inferiore a quello di un barbaro. Tuttavia il poeta Pindaro lodò il coraggio di Erodoto che volle condurre da solo il proprio carro. Questa situazione significava che anche le donne potevano tecnicamente vincere la corsa dei carri, nonostante non fosse loro permesso non solo di partecipare, ma neppure di assistere ai giochi. Questo si verificò molto di rado, ma un interessante esempio è quello della spartana Cinisca, sorella di Agesilao II, che vinse la corsa dei carri per due volte. Partecipare alla corsa dei carri era per i greci un modo di dimostrare la propria ricchezza. Licurgo criticò le corse, sostenendo che era un modo di impiegare il tempo e il denaro non certo utile come costruire le mura delle città o innalzare templi.