Formazione
Ẓahīr al-Dīn Muḥammad - noto come Bābur () - nacque il 14 febbraio 1483 nella città di Andijān, importante tappa di un ramo della Via della seta, tra Kashgar (nell'attuale Xinjiang cinese), Osh (nell'attuale Kirghizistan), e Kokand (nella parte occidentale della valle di Fergana, nell'attuale Uzbekistan).
Era figlio maggiore del signore timuride della valle di Fergana, ʿUmar Shaykh Mīrzā, e di sua moglie, la nobile Ṭughlāq Nigār Khānūm, discendente diretta di Gengis Khan. Sebbene appartenesse alla tribù nomade mongola dei Barlas, la sua famiglia abbracciò la cultura delle popolazioni turki e persiane, convertendosi alla religione islamica e aderendo alla scuola giuridica sciafeita.
Sua lingua madre era il mongolo ciagatai (che lui stesso chiamava Tōrki, ovvero Turki) ma era a suo perfetto agio anche con il persiano, considerato lingua veicolare della cultura islamica e lingua franca di tutta l'élite della dinastia timuride. La sua autobiografia, il Bāburnāme ovvero Il libro di Bābur, fu da lui scritta comunque in lingua ciagatai, e in essa si legge:
Quindi Bābur, anche se formalmente mongolo (o Mo[n]gol, in persiano), traeva gran parte del suo sostegno dalle popolazioni turche e iraniche dell'Asia centrale; di conseguenza il suo esercito era di variegata composizione etnica, comprendendo persiani (tagiki o sart, come li chiamava lui), pashtun e arabi, oltre a barlas e ciagatai turco-mongoli (la stirpe di Ciagatai, figlio di Gengis Khan). Vi era anche una componente di combattenti Kizilbaş (Teste rosse):In realtà si trattava del colore del berretto, ma in turco baş significa anzitutto "testa" (poi "corona" o anche "cima"). un ordine religioso militare transfuga dal sunnismo turco e passato allo sciismo persiano; in seguito tale componente sarebbe divenuta di grande importanza alla corte dei Moghul.
La tradizione vuole che Bābur fosse molto forte e prestante fisicamente, tanto da essere in grado di caricare un uomo su ciascuna delle spalle, e che amasse attraversare a nuoto ogni fiume che incontrava sul suo cammino, compreso per ben due volte il Gange.
Il nome
Ẓahīr al-Dīn è più comunemente noto come Bābur, una parola di origini indo-europee che significherebbe "leopardo", "pantera" o "tigre" (persiano: babr)Per esempio in Jean-Paul Roux, op. cit. in Bibliografia (p. 124), anche se, secondo fonti inglesi, la parola "Babur" (anche traslitterata "Babar" o "Baber") equivarrebbe a beaver, ovvero "castoro". Osta però il fatto non trascurabile che il castoro in Asia non esiste.. Il cugino di Bābur, Mīrzā Muḥammad Ḥaydar, scrisse infatti:
Carriera militare Nel 1494 a soli dodici anni di età, Bābur ottenne il suo primo ruolo di prestigio, prendendo il posto di suo padre come governatore della città di Fergana, nell'attuale Uzbekistan orientale. Tuttavia i suoi zii cercarono incessantemente di privarlo di questa carica, e per questo motivo Bābur trascorse buona parte della sua giovinezza senza una vera casa e spesso in esilio forzato (non di rado a Osh in Kirghizistan, dove si possono tuttora visitare i diroccati presunti resti della sua casa), aiutato solo da amici e contadini. Nel 1497 egli attaccò la uzbeka Samarcanda e dopo sette mesi di assedio riuscì a conquistarla. Durante questo periodo, una ribellione divampata tra i nobili del suo governatorato lo privò di Fergana. Lungo la marcia verso la città, della quale intendeva riprendere possesso, Bābur subì la defezione di gran parte dei suoi soldati rimasti a Samarcanda, perdendo così entrambe le città.
Nel 1501, riuscì a riconquistare Samarcanda, che però perse quasi subito, sconfitto dal suo più acre nemico, il khan degli Uzbeki Muḥammad Shaybānī. Fuggì quindi da Fergana e si nascose in esilio. Bābur trascorse i successivi tre anni a raccogliere un potente esercito, reclutando uomini soprattutto tra i Tagiki della regione del Badakhshan. Fu così che nel 1504 varcò le cime innevate dell'Hindu Kush e prese Kabul, conquistando con una tattica audace e rischiosa un nuovo e ricchissimo regno e assumendo l'ambizioso titolo di Padishāh (Re dei re).
Nel 1505 Bābur si alleò con il sovrano di Herāt, Ḥusayn Bayqara, anch'egli appartenente alla dinastia dei Timuridi e suo lontano parente; insieme, Bābur e Ḥusayn Bāyqarā si approntarono a combattere l'usurpatore. L'inaspettata morte del suo alleato nel 1506 costrinse Bābur a ritardare l'impresa, cercando nel frattempo di insediarsi a Herāt, ma dovendovi alla fine rinunciare per mancanza di risorse e approvvigionamenti. Tuttavia rimase straordinariamente impressionato dalla ricchezza culturale e intellettuale di Herāt, e soprattutto dal poeta di etnia uigura Mīr ʿAlī Shīr Navāʾī, che incoraggiò l'impiego del ciagatai come lingua letteraria. Fu forse per questo che lo stesso Bābur se ne servì per la stesura delle sue memorie.
Il fermentare di una rivolta lo indusse successivamente a tornare a Kabul da Herāt. Lì, riuscì ad imporsi con la forza delle armi, ma due anni più tardi una rivolta tra alcuni dei suoi generali più importanti lo cacciò dalla città. Fuggito con pochissimi compagni, dopo breve tempo Bābur fu di ritorno, riprendendo Kabul e ottenendo l'atto di sottomissione dei ribelli. Nel 1510 poco prima della morte in battaglia dell'uzbeko Muḥammad Shaybānī Khān Özbeg (917-1512), per opera del safavide Shāh di Persia Ismāʿīl I, Bābur colse l'opportunità per lanciarsi alla riconquista dei suoi ancestrali territori timuridi.
Negli anni immediatamente successivi, Bābur e lo scià Ismāʿīl formarono un'alleanza per cercare di conquistare parte dell'Asia Centrale. In cambio dell'assistenza di Ismāʿīl, Bābur accettò di diventare vassallo dei Safavidi. Come ricompensa, Ismāʿīl riconsegnò a Bābur la sorella Khānzāda, che era stata imprigionata e costretta a sposare il defunto Muḥammad Shaybānī. Ottenuti anche molti ricchi e lussuosi doni, oltre all'assistenza militare, Bābur ricambiò adottando l'abbigliamento e i costumi dei musulmani sciiti, di cui lo Scià di Persia era diventato il principale esponente.
Con l'assistenza persiana, Bābur marciò su Bukhara, dove il suo esercito fu apparentemente accolto da liberatore. In quanto timuride, Bābur appariva maggiormente legittimato rispetto agli Uzbeki. Nell'ottobre del 1511 fece un trionfale rientro a Samarcanda dopo dieci anni di assenza. Abbigliato alla moda sciita, torreggiò rigidamente sulle folle sunnite radunatesi per accoglierlo in trionfo. Tutto questo era fatto per compiacere i Persiani, di cui Bābur era conscio di aver ancora bisogno, temendo ancora gli Uzbeki (come scrisse suo cugino Haydar). La cosa gli mise contro la componente sunnita dei suoi nuovi sudditi e finì col portare al ritorno degli Uzbeki otto mesi più tardi.
Conquista dell'India settentrionale
I Safavidi furono però sconfitti nella battaglia di Ghujduwān e Bābur perse Samarcanda e dovette tornare nel 1512 a Kābul.
Scrivendone in retrospettiva, Bābur disse di aver fallito nel conquistare Samarcanda, che era il più grande dei regali che Allah potesse concedergli. Aveva ormai rinunciato a ogni speranza di riprendere la sua signoria di Fergana, e, anche se temeva terribilmente un'aggressione uzbeka da ovest, la sua attenzione si rivolse sempre più verso l'India.
Affermava infatti di essere il vero e legittimo monarca delle terre della dinastia dei Sayyid, in quanto si considerava il legittimo erede del trono di Tamerlano. Era stato appunto Tamerlano ad aver originariamente lasciato Khiżr Khān come suo vassallo nel Punjab, e quest'ultimo era diventato signore (sultano) del sultanato di Delhi, fondando la succitata dinastia. Tuttavia la dinastia Sayyid era stata sloggiata da Ibrāhīm Lōdī (o Lōdhī), un afghano dei GhilzaiI Ghilzai erano la tribù più popolosa, di etnia pashtun, in Afghanistan., e Bābur pretendeva che il territorio gli fosse restituito. Quindi, mentre raccoglieva attivamente la forza militare necessaria per l'invasione del Punjab, inviò una richiesta a Ibrāhīm Lōdī, reclamando "i paesi che anticamente dipendevano dai Turchi", ovvero le terre del sultanato di Delhi.
Data la ovvia contrarietà di Ibrāhīm Lōdī ad accettare i termini della richiesta, e pur non avendo alcuna fretta di effettuare una vera e propria invasione, Bābur procedette a diverse incursioni preliminari, nel cui corso prese Kandahār, luogo strategico per respingere eventuali attacchi a Kabul mentre era occupato in India. L'assedio tuttavia durò molto più del previsto, e soltanto tre anni più tardi Kandahār e la sua formidabile cittadella furono conquistate. Da quel momento ripresero le incursioni in India, ma fu nel loro corso che si presentò l'occasione di una spedizione ben più ambiziosa: ovvero un attacco a Parwala, roccaforte dei GakharI Gākkhar (anche Ghakkar) (in Urdu گاکھر) erano un antico clan ariano del subcontinente indiano. (1521), che portò alla fine dell'impero di Ibrāhīm Lōdī.
La parte di memorie di Bābur riferita al periodo tra il 1508 e il 1519 manca. Nel corso di quegli anni lo Scià safavide Ismāʿīl I subì una grossa sconfitta allorché il suo grande esercito basato sulla cavalleria fu annientato alla battaglia di Cialdiran dalla nuova arma dell'Impero ottomano, il moschetto a miccia. Pare comunque che sia lui, sia Bābur, si fossero procurati rapidamente a loro volta questa tecnologia. Bābur inoltre assunse un ottomano, Ustad ʿAli, per addestrare le sue truppe.
La battaglia contro Ibrāhīm Lōdī
Mentre i Timuridi erano uniti, gli eserciti della dinastia Lōdī (o Lōdhī) erano lungi dall'esserlo. Ibrāhīm era largamente detestato, persino tra i suoi nobili, e furono proprio diversi dei suoi nobili afghani a richiedere l'intervento di Bābur, il quale raccolse un esercito di uomini ed entrò in India. Il numero si andò via via ingrossando con il progredire dell'avanzata, dato che molti uomini delle popolazioni locali si unirono all'esercito invasore. Il primo scontro importante tra le due forze avvenne alla fine di febbraio del 1526. Il figlio prediletto di Bābur, Humāyūn (allora diciassettenne), guidò l'esercito timuride in battaglia contro le prime avanguardie di Ibrāhīm. La sua vittoria costò maggiori fatiche rispetto alle scaramucce precedenti, ma fu una vittoria decisiva. Furono fatti più di cento prigionieri, unitamente a otto elefanti. Tuttavia, diversamente dal passato, questi prigionieri non furono incatenati o liberati, ma per ordine di Humāyūn vennero fucilati. Nelle sue memorie Bābur riferì: "A Ustad ʿAli-quli e ai moschettieri fu ordinato di fucilare i prigionieri a mo' di esempio; era stata la prima impresa di Humāyūn, la sua prima esperienza di combattimento, fu un ottimo presagio". Si tratta forse del più antico esempio di uso di un plotone d'esecuzione.
Ibrāhīm Lōdī avanzò con soldati e 100 elefanti, mentre l'esercito di Bābur, sebbene cresciuto in forze, contava la metà degli effettivi, forse addirittura soltanto uomini. Nella battaglia di Pānīpat (21 aprile 1526) Ibrāhīm Lōdī fu sgozzato e il suo esercito messo in rotta, dopo di che Bābur si impossessò rapidamente sia di Delhi sia di Āgrā. Lo stesso giorno Bābur aveva infatti ordinato a Humāyūn di avanzare fino alla seconda città (già capitale di Ibrāhīm) per metterne al riparo dai saccheggi i tesori e le risorse. Lì, Humāyūn trovò i parenti del Rāja di Gwalior (morto a Panipat), che cercavano rifugio dagli invasori, terrorizzati da quanto avevano sentito raccontare sui Mongoli. Ottenuta la garanzia della salvezza, essi regalarono al loro nuovo signore un famoso gioiello, il diamante che a lungo fu il più grosso del mondo, il Koh-i-Noor, la "Montagna di luce".
Le battaglie con i Rajput