La teoria dei colori (in tedesco Zur Farbenlehre) è un saggio scritto da Johann Wolfgang von Goethe nel 1810 e pubblicato a Tubinga. In esso l'autore, contrapponendosi alla teoria di Newton, sostiene che non è la luce bianca a scaturire dalla sovrapposizione dei colori, bensì il contrario; i colori non sono «primari», ma consistono in un offuscamento della luce, o nell'interazione di questa con l'oscurità.
Goethe, pur essendo conosciuto come uno dei più importanti scrittori e poeti di tutti i tempi, sosteneva di aver dato molta più importanza ai propri lavori scientifici, incentrati specialmente sullo studio delle piante e appunto dei colori, che a tutte le sue creazioni letterarie. Secondo Goethe del resto, «la scienza è uscita dalla poesia», come da lui affermato nella Metamorfosi delle piante.Elegia in cui Goethe si richiamava alla sua intuizione della «pianta archetipica», avuta visitando i giardini di Padova e Palermo, che egli contrapponeva alla rigida suddivisione delle piante imposta dai botanici (Goethe, Metamorfosi delle piante, ne Il tempo e la metamorfosi, a cura di S. Zecchi, pag. 86, Guanda, Parma 1983). Confidò in proposito al suo amico Johann-Peter Eckermann:
L'opera di Goethe è stata un importante stimolo sia per considerazioni filosofiche sul coloreSi veda la voce Goethe nella Internet Encyclopedia of Philosophy. sia per lo sviluppo della scienza della colorimetria.
Genesi dell'opera
Il testo si inserisce nel dibattito filosofico e scientifico del primo Ottocento, che in Germania aveva visto l'affermazione del pensiero idealistico schellinghiano, di ascendenza kantiana e neoplatonica, in antagonismo con le teorie atomiste e meccaniciste di Newton, contro le quali si schiera anche Goethe. In particolare l'impostazione del saggio si contrappone frontalmente alla teoria corpuscolare della luce, ipotizzata da Newton in base alle esperienze da lui condotte sulla dispersione dei colori durante la rifrazione in un prisma cristallino.
L'Ottica di Newton e le sue lacune
Nel 1704 Newton aveva pubblicato un testo, Opticks, in cui sosteneva che la luce fosse costituita da un flusso di particelle leggerissime di diverso colore, mentre il poeta tedesco aveva cominciato a maturare l'interesse per la teoria dei colori dal 1790, quando era quarantunenne. Egli infatti, oltre a essere un grande scrittore, fu anche capace pittore; non è quindi sorprendente che nutrisse un notevole interesse a indagare i colori, sebbene ci si sarebbe potuto aspettare che ponesse l'accento più sugli aspetti psicologici e rappresentativi che su quelli fisici e matematici. Era stato in particolare il suo viaggio in Italia, compiuto dal 1786 al 1788, a destare in lui la passione per lo studio dei colori, lì dove «il paesaggio nitido e colorito lo appassionava ancor più dei capolavori antichi».Giulio Carlo Argan, introduzione a Goethe, La teoria dei colori, p. XIII, Milano, il Saggiatore, 1987. Nel 1790, quindi, aveva cominciato a lavorare ai Contributi all'ottica (Beiträge zur Optik), dove presentò con pochissimi commenti un'ampia serie di esperimenti con un prisma e osservazioni che evidentemente considerava consistenti argomenti contro l'ottica newtoniana. La pubblicazione dei suoi risultati, composti di due parti, era quindi avvenuta nel 1791 e nel 1792.
Goethe si convinse che la teoria di Newton fosse totalmente errata: cambiando infatti le condizioni di osservazione, come ad esempio la distanza tra il prisma e il muro, cambiava anche l'effetto risultante. Goethe, inoltre, sperimentò che una semplice parete bianca, da sola, non produceva mai la scomposizione nei diversi colori attraverso il prisma; è solo tracciandovi sopra una striscia nera che nel prisma diventano visibili i colori dell'iride lungo i suoi bordi. Lo stesso Newton, in effetti, aveva condotto i suoi esperimenti sulla luce in una camera buia, allo scopo di consentire la percezione di tutti i colori dello spettro.
Goethe rilevò che nessun raggio di luce appare mai se non è circondato dal buio o da una luminosità più bassa e ipotizzò che il buio giocasse un ruolo attivo nella percezione dei colori.
Questi, quindi, non sarebbero contenuti nella luce, ma risulterebbero dall'interazione tra la luce e l'oscurità ovvero il buio. La manifestazione dei colori sarebbe dunque la conseguenza di una polarità, come avevano già ipotizzato alcuni filosofi greci antichi.
Contesto filosofico Goethe ritornò così alle tesi già espresse in forma simile dagli antichi Greci, in particolare da Empedocle, Platone, e Aristotele.Per gli antichi Greci i colori fondamentali erano il bianco e il nero, ossia la chiarezza e l'oscurità, dalla cui mescolanza derivavano tutti gli altri. In particolare Empedocle, nel trattato Sull'origine, attribuiva il bianco al fuoco e il nero all'acqua (cfr. Katerina Ierodiakonou, Empedocles on Colour and Colour Vision, in "Oxford Studies in Ancient Philosopy", XXIX, 2005). Platone nel Timeo (67-68), oltre al bianco e al nero annoverava tra i colori primari anche il rosso e lo «splendente» (lampron). Per Aristotele il bianco e il nero si determinano in base alla presenza o meno del diaphanes, ossia di un elemento trasparente in grado di far trasparire la luce (leukòs, cioè bianco), che è massimo nel fuoco, associato al caldo, e minimo nella terra, associata al freddo (Sull'Anima, libro II, cap. 7; l'argomento è trattato da Aristotele anche nell'opuscolo Sul senso e sui sensibili, capp. 2 e 3, appartenente al gruppo di brevi opere conosciute col titolo di Parva naturalia, ossia «Piccoli scritti naturali»: in esso viene spiegata l'origine dei colori in termini di mescolanza a partire dal bianco e dal nero). Questo fatto contribuisce a evidenziare come Goethe e Newton partissero anche da due approcci filosofici completamente differenti: Newton si basava su una visione riduzionista, materialistica e atomista della luce, ritenendo di poterla scomporre nelle sue parti, come la materia era ritenuta componibile a partire dagli atomi. In tal modo, sulla scorta del metodo galileiano, egli tralasciava di considerare gli aspetti soggettivi con cui si presentavano i fenomeni, descrivendo come semplice "illusione ottica" il caso ad esempio in cui due oggetti sembrino diversi pur risultando uguali a seguito di una misurazione quantitativa.Tale è il caso di due cerchi della stessa misura, ma di cui l'uno sia bianco su fondo nero, l'altro nero su fondo bianco: il primo sembrerà più grande del secondo. Ciò perché, secondo Goethe, le qualità dei due cerchi sono effettivamente diverse, pur essendo quantitativamente identici (cfr. Paul K. Feyerabend, Christian Thomas, Arte e scienza, pp. 103-104, Armando Editore, 1989). Per Goethe invece «è una bestemmia dire che si dia illusione ottica», poiché egli dava primaria importanza all'aspetto qualitativo, e quindi soggettivo, dei colori e dei fenomeni naturali in genere.
In ambito filosofico, del resto, anche Immanuel Kant aveva evidenziato l'esigenza di indagare le condizioni della conoscenza prima dell'oggetto stesso della conoscenza.Cfr. Elena Agazzi, Il prisma di Goethe: letteratura di viaggio e scienza nell'età classico-romantica, pag. 74, Guida Editori, 1996. Allo stesso modo Goethe intendeva valorizzare l'importanza del modo in cui i fenomeni ottici si presentano ai nostri sensi, respingendo l'approccio di chi presume di valutarli in maniera oggettiva tramite strumenti in grado di misurarli "quantitativamente" quali il prisma newtoniano. Egli cioè, sottolineando il ruolo della coscienza del soggetto nel penetrare l'essenza della realtà, non mira a definire dei fatti, riconducendoli alla legge di causa-effetto, ma ad aprirsi a diversi punti di vista. La tradizione filosofica in cui Goethe si colloca è però soprattutto quella neoplatonica, da cui lo stesso idealismo tedesco a lui contemporaneo traeva alimento. Già nel 1782 Goethe annotava nella sua autobiografia:
A Plotino Goethe sembra alludere parlando di lui come di un «antico mistico»,Che si tratti di Plotino risulta dall'evidenza del contesto, cfr. Oddone Longo, L'Universo dei Greci: Attualità e distanze, pag. 229, Marsilio, 2000.Cfr. anche Alessandro Carrera, La consistenza della luce: il pensiero della natura da Goethe a Calvino, pag. 38 Feltrinelli, 2010. che aveva sostenuto come l'occhio esista in funzione della luce e sia stato perciò da questa modellato. L'occhio è un riflesso stesso della luce, e dunque non ha senso studiare la luce in maniera presunta oggettiva a prescindere dalla visione soggettiva dell'occhio: l'uguale viene colto soltanto dall'uguale. Parafrasando le parole di Plotino («nessun occhio infatti ha mai visto il sole senza diventare simile al sole, né un'anima può vedere la bellezza senza diventare bella»),Plotino, Enneadi I, 6, 9. Goethe esprime un analogo concetto:
Tipicamente plotiniana è poi la concezione di Dio come forza che si esplica nella natura, dell'Uno che si esprime nei molti,«La visione neoplatonica di un Dio che si espande nel divenire del mondo - attinta anche dai testi originali di questa tradizione filosofica - si trova alla base della concezione della realtà di Goethe» (E. Ungerer, Fondamenti teorici delle scienze biologiche, Feltrinelli, 1972, p. 86). di cui la luce non è che un'analogia. Si tratta di una concezione antitetica a quella meccanicista e atomista di Newton: per quest'ultima sono i molti che giungono a comporre l'Uno e la luce, per Goethe invece è l'Uno, principio semplice e incomposto, che dà origine ai molti: questi scaturiscono in particolare per via della legge neoplatonica della polarità, fondamentalmente ignorata da Newton per il quale il buio era soltanto assenza di luce e dunque da lui neppure preso minimamente in considerazione. Goethe, invece, ritiene che proprio la polarità, ovvero la dialettica tra luce e ombra, stia a fondamento dei colori.Rudolf Steiner proporrà la seguente analogia: «La moderna scienza naturale vede l'oscurità come un nulla totale. Secondo questa visione, la luce emanata in uno spazio buio non trova nel buio alcuna resistenza da superare. Ma Goethe raffigura la luce e le tenebre in relazione tra loro, come il polo nord e il polo sud di un magnete. L'oscurità può indebolire la luce nella sua potenza emanatrice. Al contrario, la luce può frenare l'energia del buio» (R. Steiner, Goethe's World View, cap. III, The Phenomena of the World of Colors, Mercury Press, New York 1985, trad. ingl. da Goethes Weltanschauung, 1897). È pur vero che la luce per Plotino, ovvero l'Uno, esaurendo in sé tutto l'Essere, è privo di un antipolo, e tuttavia il buio è necessario affinché la luce splenda nelle tenebre. Il non-essere da un punto di vista assoluto è privo di consistenza, dall'altro è il termine con cui l'Uno instaura una dialettica. Già Platone aveva affermato in maniera analoga che «il male esiste necessariamente, essendo necessario un contrario al Bene».Platone, Teeteto, 176 a, le cui parole sono riprese testualmente da Plotino in Enneadi I, 8, 6.
Struttura dell'opera La Teoria dei Colori (Farbenlehere), che incorpora con alcuni adattamenti anche i due saggi già pubblicati da Goethe nel 1791 e 1792 col titolo di Contributi all'ottica (Beiträge zur Optik),I due saggi trattavano degli esperimenti condotti da Goethe con un prisma e delle differenze rispetto alle conclusioni cui era pervenuto Newton. si compone di quattro volumi.
Il primo volume si intitola Lineamenti di una teoria dei colori (Entwurf einer Farbenlehre) e consiste nella parte didattica (Didaktischer Teil).Testo originale della Didaktischer Teil . Di questa è disponibile una traduzione in italiano a cura di Renato Troncon risalente al 1979, pubblicata dalla casa editrice Saggiatore col titolo La teoria dei colori.Traduzione in italiano disponibile in anteprima su books.google.it.