Leudemonismo è la dottrina morale che riponendo il bene nella felicità (eudaimonia)Enciclopedia Garzanti di Filosofia alla voce corrispondente. la persegue come un fine naturale della vita umana.

Dall'eudemonismo va distinto l'edonismo che si propone come fine dell'azione umana il «conseguimento del piacere immediato» inteso come godimento (come pensava la scuola cirenaica di Aristippo«Il piacere parziale è desiderabile in sé, mentre la felicità non è desiderabile in sé, ma lo diviene solo grazie ai piaceri parziali di cui è composta» (in Diogene Laerzio, II, 87).) o come assenza di dolore (secondo la concezione epicurea).

Etimologia Il termine deriva dal greco εὐδαιμονισμός (eudaimonismòs), da εὐδαιμονία (eudaimonìa), composto di bene (εὖ èu) e spirito guida- sorte (δαίμων dàimōn), termine associabile anche a "essere divino", "genio", "spirito guida"' o "coscienza". In senso lato "eudemonia" vuol dire "essere in compagnia di un buono spirito".F. Cioffi et alii, Dialogos, vol.I, ed. Bruno Mondadori, 1999, p. 139

Storia del concetto Presso gli antichi Greci e Latini la parola, nell'uso comune, poteva essere intesa nel senso che si considerava "felice" chi per fortuna possedeva dovizia di beni materiali (olbios in greco, felix in latino) oppure chi poteva godere di uno stato d'animo, tutto interiore e spirituale, che rendeva sereno chi lo provasse (eudaimonia in greco, beatitudo in latinoO infine chi realizzava il proprio Demone, cioè il proprio destino. ).

Filosofia antica I presocratici I poeti e i tragediografi antichi ritenevano che fosse impossibile all'uomo il raggiungimento della felicità: questa concezione permase nei filosofi del V secolo a.C., che trascurarono il tema della felicità, trattandolo solo incidentalmente.

Anassagora, a un tale che gli domandava chi fosse felice, rispose volendo esaltare l'ideale di una vita parca: «Nessuno di quelli che tu ritieni felici, ma lo troverai in quel numero il quale da te viene ritenuto tra gli infelici.»Valerio Massimo, Factorum et dictorum Memorabilium Libri Novem, VII, 2, ext.12. Per Eraclito, anche se gli uomini avessero ottenuto tutto quello che desiderano non sarebbero feliciGiovanni Stobeo, Florilegium, Teubner, Leipzig, 1855-1857, III, I, 176.; e aggiungeva Alberto Magno: «Eraclito ha detto che se la felicità risiedesse nei piaceri corporali, diremmo che i buoi sono felici quando hanno dei ceci da mangiare.»Alberto Magno, De vegetalibus libri VII, Reimer, Berlin, 1867 VI, 401.

Sofisti e Socrate Gorgia rivela il segreto della sua lunga vita serena affermando che «Non ho mai fatto niente per cercare il piacere»Ateneo. I deipnosofisti: dotti a banchetto, Salerno, Roma 2001 XII, 548 c-d. ma Isocrate precisa che la sua felicità dipendeva dal fatto che «...non si sposò mai, non ebbe figli e fu dunque esonerato da questa incombenza dispendiosa e incessante.»Isocrate, Antidosi, pagg. 155-156.

Per i sofisti dunque la felicità, intesa come tranquillità materiale, era conseguenza di una vita agiata tutta egoisticamente dedicata a sé stessi.Enciclopedia Garzanti di Filosofia, ibidem.Nei Memorabili senofontei Socrate attacca il sofista Antifonte rimproverandogli di «[sembrare] uno che identifica la felicità con la mollezza (tryphé) e con la ricchezza (I, 6, 10)»..

In Socrate l'eudemonia richiamava la presenza del buon (εὖ) dàimon (δαίμων) o spirito-guida che lo assisteva spesso in ogni sua decisione.

Cosa fosse il "daimon" per Socrate è stato variamente interpretato: con questo termine, secondo Paolo De Bernardi, egli sembrava indicare l'autentica natura dell'anima umana, la sua ritrovata coscienza di sé.P. De Bernardi, Socrate, il demone e il risveglio, in «Sapienza», vol. 45, editrice Domenicana Italiana, Napoli 1992, pagg. 425-43. Mentre per Gregory Vlastos il dáimōn inviava i suoi segni al fine di stimolare la ragione di Socrate a fare la scelta più adattaG. Vlastos. Socrate il filosofo dell'ironia complessa Firenze, La Nuova Italia, 1998 (ed.originale: Socrates: Ironist, and Moral Philosopher, 1991).. Giovanni Reale seguendo Vlastos ritiene che il dáimōn in Socrate esprimeva il sommo grado dell'ironia socratica anche nella dimensione religiosaGiovanni Reale. Socrate. Milano, Rizzoli, 2000..

Comunque gli autori concordano che nella concezione socratica era prevalente l'elemento dell'interiorità riferito all'eudemonia, cioè la felicità, la serenità interiore era l'effetto di un comportamento razionale indirizzato alla virtù.

È questo il cosiddetto intellettualismo etico di Socrate, che sosteneva che l'unica causa possibile del male era l'ignoranza del bene. «So invece che commettere ingiustizia e disobbedire a chi è migliore di noi, dio o uomo, è cosa brutta e cattiva. Perciò davanti ai mali che so essere mali non temerò e non fuggirò mai quelli che non so se siano anche beni.»Platone, Apologia di Socrate, in G. Cambiano (a cura di), Dialoghi filosofici di Platone, U.T.E.T., Torino, 1970, pp. 66-68. ma una volta conosciuto il bene, non era possibile astenersi dall'agire moralmente realizzando il bene che era di per sé "piacevole" in quanto generava la eudemonia, la serenità dell'animo.

Il male dunque si operava perché per ignoranza lo si scambiava con il bene che non poteva tuttavia essere stabilito a priori una volta per tutte, ma occorreva ricercarlo ininterrottamente confrontandosi con gli altri tramite il dialogo.Gabriele Giannantoni, La ricerca filosofica, pp. 87-91. Nel Gorgia di Platone, Socrate afferma che «chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e che l’ingiusto e malvagio è infelice». Platone contrappose la scienza etica socratica sia alla sofistica sia alla religiosità tradizionale di Omero e Esiodo. La felicità viene identificata con uno stato interiore dell'anima, che si oppone alla proiezione dell'eroe epico su tutto ciò che è esterno alla coscienza: onore, potere, gloria, beni materiali, famiglia e numerosità della prole.Franco Trabattoni, Antonello La Vergata, Filosofia, cultura e cittadinanza, vol. 1-La filosofia antica e medievale, La Nuova Italia, pp. 99-100, 96. ISBN 978-88-221-6765-1. Citazione: con Socrate diviene chiaro che l'uomo, almeno per quanto riguarda la sua essenza, coincide con la propria anima, dove il termine anima non indica più un principio fisiologico, ma la vita e la coscienza interiore di ciascuno, che costituisce al tempo stesso per i valori morali. La differenza che deve essere messa in luca riguarda il divario fra esterno e interno. [...] Con Socrate si fa strada l'idea, solo parzialmente anticipata da Democrito, che la felicità sia una qualità interiore, fondata sulla buona coscienza, sulla soddisfazione per la virtù realizzata, eventualmente anche sull'obbedienza prestata agli dei. Gli esponenti della prima patristica riconobbero in Socrate un precursore non cristiano del cristianesimo, ispirato dal dono divino della ragione naturale. Ciò si manifestò nella sua scienza etica e nel suo martirio.

Platone

La felicità per Platone consiste nella ricerca del Bene e del Bello: ma una volta raggiunti questi scopi, tramite un'educazione che porta alla saggezza«Solo il vero filosofo può raggiungere la conoscenza, quindi la felicità vera» (in Platone, Repubblica, 580 C-588 A)., intesa come capacità di distinguere il vero bene e il vero bello dai falsi beni, e una volta soddisfatto il desiderio di felicità, questa svanisce se non sorge un altro desiderio.

La morale individuale allora non è sufficiente per il conseguimento della felicità che deve essere invece garantita dallo Stato guidato dai filosofi che soli sono in grado di creare le condizioni propizie per la felicità dei cittadini.Platone, Repubblica, IV 420 B.

Aristotele Aristotele s'inserisce tra gli autori che come Platone identificavano la felicità con la virtù, ma rende il concetto meno rigido aggiungendovi la considerazione di «vita attiva secondo virtù e in modo completo», così da considerare validi per essere felici anche i «beni esterni»Aristotele, Etica Nicomachea, X libro, Capitoli 8-11.. «Anche Solone definì in modo senz'altro esatto gli uomini felici dicendo che sono coloro che sono stati forniti nella giusta misura dei beni esteriori e che hanno compiuto le azioni più belle e sono vissuti nella moderazione».Aristotele, Op.cit.

Per Aristotele la felicità era dunque la conseguenza di un atteggiamento razionale che portasse alla moderazione, che cioè permettesse di distinguere il giusto mezzo tra opposti comportamenti estremi: così ad esempio può dirsi di possedere la virtù del coraggio chi si tiene nel mezzo tra gli estremi della viltà e della temerarietà. Dato che il giusto mezzo si identificava con la virtù, anche per Aristotele la vita virtuosa portava alla felicità.

La felicità è infatti «un bene comune, partecipabile da tutti coloro che non sono negati alla virtù».Aristotele, Ethic. 1, 9.Ora tutti desiderano la felicità «di per sé stessa e mai per qualche altro fine»Aristotele, Op.cit. in Id. Etiche, UTET, Torino 1996, p. 201. ma in che consiste veramente la felicità? «...la moltitudine non la definisce allo stesso modo dei sapienti. Certuni la considerano una delle cose visibili e manifeste come la ricchezza, il piacere o l'onore...anzi spesso lo stesso individuo la considera una cosa diversa.»Aristotele, Op. cit. 1, 2, p. 193.

La felicità, rispondeva Aristotele, consiste nel realizzare la propria natura e, poiché l'essenza dell'uomo sono la ragione e la virtù, egli non potrà mai essere felice senza essere razionale e virtuoso, cioè saggio.

Dopo aver elencato molte virtù, conclude [Ethic. 10, 8] affermando che l'ultima felicità consiste nella conoscenza dei supremi intelligibili, appartiene alla virtù della sapienza, da lui considerata [Ethic. 6, 7] la prima delle scienze speculative (Summa th., quaestio 88, arg. 88, a1, 5). Nelle sue parole: «La felicità perfetta risiede nell’attività contemplativa» (Etica nicomachea 1178b, 7).

Cirenaici e cinici Per i cirenaici la felicità consisteva invece nell'edonismo, cioè nel conseguimento del piacere attuale, del piacere "in movimento", cinetico, ben diverso da quello "stabile", catastematico di Epicuro.In contrasto con la dottrina del maestro Aristippo fu Egesia di Cirene che sostenne anche lui l'edonismo ma in senso negativo: rovesciava cioè con un radicale pessimismo la dottrina principale. Per lui, infatti, i piaceri della vita sono pochi, molti i dolori, incerta è la conoscenza, e tutti gli eventi sono infine dominati da tyche, l'impersonale potenza del caso. Non solo dunque il fine supremo dell'uomo sarebbe l'indifferenza anche tra la vita e la morte, ma la morte stessa sarebbe da considerare piacevole. Spinse in tal modo al suicidio diversi tra i suoi discepoli. Per questo motivo venne definito "persuasore di morte" (peisithanaton o peisithanatos), e gli fu proibito, da parte di Tolomeo I, l'insegnamento nelle scuole di Alessandria. (Cfr. Enciclopedia Treccani alla voce "Egesia di Cirene"). In questo senso più che a Socrate essi si rifacevano a Protagora, il sofista secondo cui l'uomo è in continuo diretto contatto sensibile con la realtà, dinamica per sua natura, e, a seconda che questa sia nei vari momenti "lieve" o "aspra", ne conseguiva ἡδονή (edoné - piacere) o όπνος (opnos - dolore).G. Giannantoni, I cirenaici, Sansoni, Firenze 1958. Aristippo immaginava il piacere come il movimento o l'ondeggiamento di un leggero vento, mentre il dolore era come una bufera marina.A. Arrighetti, Vita Epicuri, 136, 1-3.

Cosicché mentre i cinici negavano la possibilità dell'uomo di essere felice tramite il piacere perché la vita era in sé dolorosa, per i cirenaici valeva il contrario: negare il dolore per conseguire il piacere.