L'sola di Cuba prima dell'arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492 era abitata da secoli da popolazione amerindie.

Con la conquista spagnola il territorio passò sotto l'amministrazione delle autorità di Hispaniola e, successivamente, del Vicereame della Nuova Spagna. Ad eccezione della breve parentesi dell'occupazione britannica dell'Avana (1762-1763), l'isola rimase possedimento spagnolo fino al 1898, quando la guerra d'indipendenza (1895-1898) e il contestuale intervento americano nella guerra ispano-americana posero fine al dominio di Madrid. Dopo un triennio di occupazione militare statunitense, nel 1902 nacque la Repubblica di Cuba (1902-1959).

Nel periodo repubblicano lo sviluppo economico coesistette con instabilità politica, corruzione diffusa e una marcata influenza economica e politica degli Stati Uniti, con parentesi dittatoriali sotto Gerardo Machado e, dal 1952, Fulgencio Batista, la cui caduta nel 1959 aprì la strada alla rivoluzione guidata da Fidel Castro.

Il nuovo governo socialista si allineò con l'Unione Sovietica, entrando a far parte del blocco orientale ed esercitando un ruolo attivo nella Guerra fredda, dalla crisi dei missili del 1962 al sostegno alle forze filo-sovietiche nei conflitti periferici del confronto bipolare.

La dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991 innescò una grave crisi economica, nota come Período especial. Il prolungamento dell'embargo statunitense e i limiti strutturali del sistema economico statale hanno condizionato la successiva fase di transizione, caratterizzata dall'introduzione di limitate riforme di mercato e dalla ricerca di nuovi partner commerciali internazionali.

Epoca precolombiana

Le prime testimonianze di presenza umana a Cuba risalgono a circa seimila anni fa, quando popolazioni nomadi provenienti dall'America centrale e dal nord dell'America meridionale giunsero nell'isola nell'ambito una più ampia colonizzazione delle Antille. Una seconda ondata migratoria di popolazioni di lingua arawak, provenienti dal nordest dell'America meridionale, raggiunse le Grandi Antille attraverso la catena delle Piccole Antille almeno 1.700 anni fa, soppiantando in gran parte della regione i gruppi preesistenti. Circa 2.500 anni fa si registrò inoltre la transizione dall'uso di utensili litici alla produzione di ceramica, associata all'intensificarsi dell'agricoltura.

Nella regione occidentale di Cuba le analisi genetiche di resti antichi provenienti da siti quali Guayabo Blanco e Cueva del Perico hanno evidenziato tuttavia la persistenza di popolazioni arcaiche di cacciatori-raccoglitori con un tasso di mescolamento minimo fino a circa settecento anni fa rispetto al resto dei Caraibi, dove popolazioni analoghe furono sostituite molto prima.

La presenza tardiva di tali comunità nell'estremità occidentale dell'isola è al centro di un dibattito storiografico sull'identità dei cosiddetti Guanajatabey (talvolta indicati anche come Ciboney). Tradizionalmente descritti dalla cronachistica spagnola e dalla storiografia del XX secolo come un etnia distinta sopravvissuta fino al contatto europeo, la loro caratterizzazione quale cultura autonoma è stata ridiscussa dalla ricerca contemporanea: l'archeologo William F. Keegan sostiene infatti che tale ricostruzione costituisca un costrutto storiografico derivato da fonti narrative frammentarie, mentre i dati genetici più recenti non consentono di definirne con certezza l'identità etnico-linguistica.

Il gruppo di lingua arawak che la storiografia identifica con i Taino, il cui nome sarebbe all'origine, secondo l'ipotesi più diffusa, di quello dell'isola stessa, dal termine cubanacán ("luogo centrale"), sebbene esistano ipotesi etimologiche alternative, praticava un'agricoltura intensiva basata sulla coltivazione della yuca in appezzamenti rialzati detti conucos, integrata da cotone, tabacco e altre colture. La struttura sociale era articolata in cacicazgos governati da un cacique, coadiuvato dall'aristocrazia dei nitaínos e sostenuto dai lavoratori comuni (naborías); le pratiche rituali erano officiate dai behiques, figure sciamaniche responsabili delle cerimonie religiose legate all'uso della cohoba.

Le stime sulla consistenza demografica delle popolazioni indigene al momento dell'arrivo degli spagnoli nel 1492, fissate dalla storiografia tradizionale nell'ordine delle centinaia di migliaia di abitanti, sono state ridimensionate dagli studi di genetica delle popolazioni, che attestano per le Grandi Antille una popolazione effettiva sensibilmente inferiore rispetto alle quantificazioni storiche precedenti.

Periodo coloniale (1492-1898)

Conquista e primi insediamenti (1492-1550) La prima documentazione europea sull'isola di Cuba risale al 27 ottobre 1492, quando Cristoforo Colombo, durante il suo primo viaggio verso le Americhe, ne avvistò la costa nordorientale e ne rivendicò il possesso per la Corona di Castiglia. Colombo dichiarò pubblicamente di aver raggiunto il leggendario Chersoneso d'Oro, corrispondente all'odierna penisola malese, sostenendo in seguito che si trattasse del litorale della terraferma asiatica (Catai). In vista del suo secondo viaggio, i sovrani spagnoli lo esortarono a esplorare nuovamente l'area, "finora nota come una terraferma [tierra firme]". Nel giugno 1494, respingendo le testimonianze contrarie della popolazione locale, Colombo fece sottoscrivere al proprio equipaggio un giuramento che ne affermava la natura continentale, pena il taglio della lingua per chiunque in futuro avesse sostenuto il contrario. Colombo mantenne pubblicamente questa posizione fino alla sua morte nel 1506.

La natura insulare di Cuba fu accertata solo con la spedizione di Sebastián de Ocampo, che ne compì la circumnavigazione completa: la data tradizionalmente indicata dalla storiografia è il 1508, ma un documento contabile ritrovato negli archivi dell'Hispaniola ha permesso di retrodatare la spedizione al 1506.

La colonizzazione spagnola ebbe inizio alla fine del 1510 con la spedizione condotta da Diego Velázquez de Cuéllar su incarico del governatore Nicolás de Ovando. Sbarcato nei pressi dell'attuale Baracoa all'inizio del 1511, vi fondò il primo insediamento spagnolo dell'isola, battezzato Nuestra Señora de la Asunción. I coloni incontrarono la resistenza della popolazione taina guidata dal cacique Hatuey, giunto da Hispaniola dopo aver assistito, nel 1503, al massacro di Jaragua ordinato dal governatore Nicolás de Ovando, e rifugiatosi con i suoi seguaci sulle montagne sopra Baracoa. Dopo una campagna di resistenza durata alcuni mesi, Hatuey fu catturato e messo al rogo. Secondo il racconto tramandato dal frate domenicano Bartolomé de las Casas, testimone della spedizione, Hatuey, legato al palo prima dell'esecuzione, avrebbe rifiutato la conversione offertagli da un francescano, scegliendo di non voler raggiungere in cielo gli stessi uomini che lo avevano condannato.

Le fonti indicano il persistere di focolai di resistenza anche tra la fine degli anni venti e i primi anni trenta del Cinquecento. Tra le principali azioni si registrarono gli scontri a Bayamo e nei pressi di Santiago, la comparsa di gruppi di cimarrones nell'area tra Sancti Spíritus e Puerto Príncipe, e la resistenza condotta dal cacique taino Guamá sulle montagne di Baracoa, sconfitto nel 1532.

Nel corso degli anni successivi Velázquez completò la conquista dell'isola in aree dove era già presente una consistente popolazione indigena da cui reclutare manodopera, fondando sei nuovi insediamenti tra il 1512 e il 1515: San Salvador de Bayamo, La Santísima Trinidad, Sancti Spíritus, Santa María del Puerto del Príncipe (l'odierna Camagüey), San Cristóbal de La Habana e Santiago de Cuba, che sostituì Baracoa come sede del governo dell'isola. Le sette "ville" così costituite risultavano tutte fondate, ciascuna con la propria chiesa, entro l'agosto del 1515.

Le encomiendas e l'organizzazione della manodopera Per organizzare lo sfruttamento della manodopera indigena fu introdotto il sistema dell'encomienda (o repartimiento), un istituto basato sull'affidamento temporaneo dei nativi. Il meccanismo, mutuato dall'esperienza di Hispaniola, prevedeva che gruppi di indigeni (encomendados), suddivisi per villaggi sotto la guida dei propri capi, venissero assegnati a un colono spagnolo (encomendero). Quest'ultimo assumeva l'obbligo formale di fornire sostentamento e istruzione religiosa in cambio di prestazioni lavorative. Pur non essendo legalmente alienabili come schiavi, i nativi rimanevano vincolati al servizio dell'assegnatario secondo le disposizioni delle autorità coloniali.

La dimensione delle encomiende fu inizialmente arbitraria; nel 1522 la Corona spagnola stabilì quote massime graduate in base al rango del beneficiario, variando da un tetto di 200 indigeni per i funzionari regi a 40 per le quote minime. Il titolo di encomendero non conferiva la proprietà della terra su cui gli indigeni vivevano e lavoravano, assegnata al colono in qualità di residente (vecino). La gestione diede luogo ad abusi sistematici, tra cui l'assegnazione di concessioni a familiari del governatore Diego Velázquez de Cuéllar in violazione delle direttive regie. Il sistema fu formalmente abolito dalla Corona nel 1542 con nuove leggi che riconobbero agli indigeni lo status di vassalli anziché di schiavi. Il provvedimento giunse tuttavia quando la maggior parte della popolazione indigena si era già drasticamente ridotta.

Il crollo demografico della popolazione indigena

La consistenza demografica della popolazione autoctona al momento del contatto è oggetto di stime storiografiche discordanti. Sulle cause del suo crollo demografico nel corso del XVI secolo la storiografia affianca alla diffusione di patologie di origine europea l'impatto del lavoro forzato, la disarticolazione delle comunità locali e la conseguente contrazione della natalità.

Il consolidamento del dominio spagnolo (1550-1762)

L'Avana e la Flota de Indias Nel corso dei secoli XVI e XVII la Spagna consolidò le coltivazioni della canna da zucchero e del tabacco come settori primari dell'economia isolana, avviando l'importazione massiccia di schiavi africani per far fronte alla carenza di manodopera. Le severe restrizioni commerciali imposte dalla madrepatria ostacolarono tuttavia l'ammodernamento delle tecniche di lavorazione dello zucchero per gran parte del XVII e XVIII secolo. In questo contesto L'Avana assunse un rilievo strategico come principale scalo di raduno della Flota de Indias, adibita al trasporto dei metalli preziosi verso l'Europa, diventando un obiettivo costante delle potenze navali rivali.

L'occupazione britannica e l'ascesa dell'economia saccarifera (1762-1800)

L'evento di maggior rilievo bellico si verificò nell'estate del 1762 durante la guerra dei Sette Anni, quando una spedizione britannica assediò e conquistò L'Avana. Le truppe spagnole, le milizie locali e un contingente di schiavi affrancati in cambio della libertà difesero la città per circa sei settimane; L'Avana capitolò nell'agosto 1762 e rimase sotto occupazione britannica per undici mesi. Nonostante la sua breve durata, l'occupazione britannica aprì l'isola al libero scambio con le colonie nordamericane e caraibiche, innescando una profonda trasformazione socio-economica. Con il Trattato di Parigi del 1763 la Spagna riottenne l'isola cedendo la Florida alla Gran Bretagna. La perdita temporanea della capitale evidenziò la vulnerabilità difensiva dell'impero, spingendo la Corona ad avviare un piano di riforme amministrative, commerciali e difensive promosso dal governatore conte di Ricla e dall'ispettore generale Alejandro O'Reilly.