La società longobarda costituì la struttura sociale del popolo longobardo, durante la lunga fase migratoria dal basso Elba fino all'Italia (I-VI secolo), e in seguito quella del Regno longobardo (568-774). Nel corso dei secoli, la società longobarda si caratterizzò per continui processi di inclusione: prima, durante la fase nomade, dei vari popoli (principalmente germanici, ma anche di altra origine linguistica) incontrati lungo la migrazione; poi, all'interno del loro regno, con i Romanici di cultura latina.

Evoluzione storica La fase nomade Fin dalle fonti più antiche, i Longobardi si sono sempre definiti gens Langobardorum: una gens, quindi, ovvero un gruppo di individui che aveva ben chiara la consapevolezza di formare una comunità e convinto di condividere un'ascendenza comune. Questo, tuttavia, non significava che i Longobardi fossero un gruppo etnicamente omogeneo; durante il processo migratorio inclusero al loro interno individui isolati o frammenti di popoli incontrati durante i loro spostamenti, soprattutto attraverso l'inserimento di guerrieri. Per accrescere il numero di uomini in armi ricorsero spesso all'affrancamento degli schiavi, per lo più provenienti da altri popoli. La maggior parte degli individui via via inclusi era probabilmente composta da elementi germanici, ma non mancavano origini etniche diverse (per esempio, Avari di ceppo turco). Durante la permanenza alle foci dell'Elba i Longobardi vennero in contatto con altre popolazioni di Germani occidentali, quali Sassoni e Frisoni. Da queste popolazioni, che a lungo erano state in contatto con i Celti (soprattutto i Sassoni), appresero un'organizzazione sociale in caste, raramente presente in altre popolazioni germaniche.

Il processo di aggregazione con altri popoli andò intensificandosi via via che la potenza del popolo cresceva, soprattutto a partire dagli anni dell'insediamento in Pannonia (VI secolo). Entrare nella gens significava condividere le aspettative di gloria guerriera e di bottino dei Longobardi, affrancandosi dalle proprie origini sociali e cogliendo opportunità di carriera. Dopo la decisiva vittoria sui Gepidi (567) l'esercito longobardo, che si apprestava ormai a invadere l'Italia, includeva certamente anche Gepidi, Unni, Sarmati, Sassoni, Svevi e perfino Romani del Norico e della Pannonia.

I Longobardi erano un popolo in armi guidato da un'aristocrazia di cavalieri e da un re guerriero. L'importanza della funzione militare per i Longobardi era più marcata di quella, per esempio, dei Sassoni. La lancia, arma tipica dei cavalieri, era il simbolo della sua regalità. Quando un guerriero moriva veniva tumulato con il suo equipaggiamento in sepolcreti appartati rispetto a quelli del resto della popolazione. Il titolo non era dinastico ma elettivo. L'elezione si svolgeva nell'ambito dell'esercito, che fungeva da assemblea; l'uomo libero, detto arimanno (cfr il tedesco Heer, esercito, e Mann, uomo), era colui che portava le armi e formava l'esercito. L'assemblea era quindi appropriatamente detta Gairethinx (assemblea delle lance). Alla base della piramide sociale c'erano i servi a cui venivano affidati i lavori di pastorizia e agricoltura che vivevano in condizioni di schiavitù.

A livello inferiore si trovavano invece gli aldii, dotati di una certa autonomia in ambito economico, ma di una limitata libertà, molto più vicini alla condizione degli schiavi rispetto a classi analoghe come i liti dei sassoniFranco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, pag. 82.

Nonostante i tentativi di preservare incorrotta la propria specificità etnico-culturale, i Longobardi in Pannonia subirono le prime influenze bizantine, anche attraverso i rapporti organici e diplomatici stabiliti con l'Impero. Ci furono elementi di vera e propria integrazione nello Stato bizantino, come testimonia, a metà del VI secolo, la partecipazione di contingenti longobardi alle guerre bizantine contro Ostrogoti e Persiani. Lo status di "federati" portò anche a una maggior definizione del ruolo e dei compiti dei duchi, su ispirazione dell'articolato apparato istituzionale bizantino.

Le fare

Al momento dell'invasione dell'Italia, il popolo era suddiviso in varie fare, raggruppamenti familiari con funzioni militari che ne garantivano la coesione durante i grandi spostamenti. A capo delle fare erano i duchi, che facevano da intermediari tra il re e i liberi. A partire dal momento dell'insediamento in Pannonia (prima metà del VI secolo), i Longobardi erano entrati in diretto contatto con istituzioni romane. Le fare si insediarono sul territorio ripartendosi tra gli insediamenti fortificati già esistenti e abbozzarono un sistema di esazione delle imposte dalle popolazioni romane sottomesse. Si trattava di un embrione di organizzazione territoriale che poi, una volta giunti in Italia, i Longobardi avrebbero evoluto nella rete dei loro ducati.

L'insediamento in Italia Giunti in Italia, i Longobardi in una prima fase respinsero ogni commistione con la massa della popolazione di origine latina (i Romanici, secondo il lessico del tempo) e si arroccarono a difesa dei propri privilegi. Nettamente in minoranza, coltivarono i tratti che li distinguevano sia dai loro avversari Bizantini sia dai Romanici: la lingua germanica, la religione pagana o ariana, il monopolio del potere politico e militare. Il loro insediamento stravolse profondamente gli assetti fondiari della penisola, poiché numerosi latifondi furono confiscati per essere redistribuiti tra i nobili e gli arimanni longobardi.

L'irruzione dei Longobardi sulla scena italiana, già profondamente segnata dalla Guerra gotica, sconvolse i rapporti sociali della Penisola. La maggior parte del ceto dirigente latino (i nobiles) fu uccisa o scacciata, mentre i pochi scampati dovettero cedere ai nuovi padroni un terzo dei loro beni; il procedimento, noto come hospitalitas, non era un'innovazione introdotta dai Longobardi, ma un modello ampiamente diffuso in età tardo-antica, che costituiva uno schema di coesistenza sullo stesso territorio di due popolazioni che rimanevano indipendenti l'una dall'altra. I vinti perdevano l'antico privilegio della totale esenzione fiscale, tuttavia mantenevano il diritto di proprietà, sia pur decurtata. Se il sistema socio-economico ereditato dall'Impero romano rimaneva in gran parte operante, nel VI secolo al vertice si poneva però la ristretta aristocrazia guerriera longobarda, che ripartì le terre e i raccolti tra le proprie fare.

Anche una volta insediati in Italia, i Longobardi conservarono il valore attribuito all'assemblea del popolo in armi (che generalmente si tenevano intorno ai primi giorni di marzo presso il palazzo reale di Pavia). Il Gairethinx decideva l'elezione del re e deliberava sulle scelte politiche, diplomatiche, legislative e giudiziarie più importanti; depositaria delle Cawarfidae, le norme tradizionali del popolo, non era tuttavia tanto un'arena pienamente democratica, assimilabile a un moderno parlamento, quanto il luogo nel quale i duchi e i capi delle fare facevano valere la propria prominenza. Con il radicarsi dell'insediamento in Italia, il potere assunse, nelle sue varie articolazioni, aspetti sempre più marcatamente territoriali; le città dove si erano insediato un duca divennero il centro (politico, amministrativo e militare) del territorio (ducato) nel quale si erano insediate le fare che ne riconoscevano la supremazia. Allo stesso modo, gli sculdasci governavano i centri più piccoli, mentre i gastaldi di nomina regia amministravano la porzione dei beni dei Longobardi assegnati, a partire dall'elezione di Autari (584) al sovrano.

La concezione della regalità L'approccio verso la regalità dei Longobardi si differenziava sostanzialmente da quello degli altri popoli germaniciCardini-Montesano, cit., pag. 83., poiché sul carattere sacro della figura del sovrano prevaleva la funzione come capo dell'esercito.. A differenza dei Franchi, per esempio, il cui re proveniva da una stirpe divina, i re longobardi venivano scelti in maniera "democratica" durante un'assemble di pari (il Gairethinx), che sceglieva il più valoroso in termini di doti militari, quale sintesi di coraggio, forza e astuzia. In Paolo Diacono si trovano vari riferimenti indirettiPaolo Diacono sembra non considerare la monarchia come un'istituzione originaria della sua gente. Per esempio nell'episodio dei leggendari condottieri fratelli Ibor e Aio essi vengono scelti dal popolo (Historia Langobardorum, I, 3); Lamissone invece attira le attenzioni di re Agilmondo quando, unico neonato sopravvissuto tra sette fratelli annegati, afferra la lancia con la quale il re stava scostando i corpi (Historia Langobardorum, I, 15); in seguito Lamissione viene eletto re per le sue doti militari (Historia Langobardorum, I, 17). Il gesto del prendere la lancia come simbolo di passaggio al potere si trova a proposito di re Alboino. Cfr. Cardini-Montesano, cit., pag. 84. a questo concetto di regalità connesso al valore militare: come nel gesto di afferrare la lancia come simbolo di potere, specialmente quando i legami di sangue vengono a mancare per la successione. Diversamente dai re franchi, quelli longobardi avevano residenza fissa nel palazzo della capitale: ciò rafforzava l’autorità regia dato che ogni anno, intorno al primo marzo, presso il palazzo, si teneva una grande assemblea dove venivano emanate le leggi e venivano dibattute le grandi questioni del regno. Tuttavia si trattava anche di un momento molto delicato, dato che, come più volte si verificò, se una fazione avversa al sovrano riusciva a occupare il palazzo e il tesoro regio, di fatto poteva impadronirsi del regno: per i longobardi l’autorità del sovrano poteva essere esercitata solo se egli aveva il pieno controllo del palazzo.

Non erano comunque estranee alla concezione dei Longobardi le idee di stirpi nobili: tra le più importanti, i Letingi, i Gausi, i Bavaresi e gli Arodingi. Sono però segno di altre influenze esterne, di gruppi assimilati a loro nel corso dei secoliCardini-Montesano, cit., pag. 84..

Ideali guerreschi e religiosità popolare

Vale la pena di ricordare come la religiosità dei guerrieri longobardi si sia appropriata di San Michele Arcangelo il guerriero di Dio, rappresentato sempre con la spada sguainata, nel quale identificavano l'antico dio pagano Odino, adottandolo come Santo Patrono della nazione longobarda. Moltissime delle chiese costruite in territorio longobardo portano il suo nome, così come molti degli insediamenti urbani di fondazione longobarda, in cima ai campanili dei quali, anche se connessi a chiese dedicate ad altri santi svettava, e in molti casi ancora svetta, l'Angelo con la spada e le ali semiaperte. Talvolta anemostato. Anche l'Arcibasilica Reale di Pavia, dove venivano incoronati i re longobardi e che custodiva la Corona ferrea gli è dedicata. E importantissimo era il santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo sul Gargano, nel luogo dov'Egli era apparso, come pure la Sacra di San Michele, alla cui protezione era affidato il sistema difensivo delle Chiuse (del Valico del Moncenisio) in Val di Susa, fatalmente aggirate da Carlo Magno. Questi due santuari (il primo dei quali fa ora parte del sito seriale Longobardi in Italia: i luoghi del potere, inserito nella Lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO nel giugno 2011), erano parte di un cammino di pellegrinaggio che si estendeva fino a Mont-Saint-Michel in Normandia, tratto della Via Francigena che collegava i tre principali luoghi dedicati all'Arcangelo.

Fu infine papa Gregorio I, lo stesso che aveva donato a Teodolinda, che tanto si prodigò per la conversione dei Longobardi, il chiodo della Vera Croce con cui fu composta la Corona ferrea, a ribattezzare la Mole Adriana Castel Sant'Angelo, ponendovi sopra la notissima statua nella quale San Michele è diplomaticamente rappresentato nell'atto di ringuainare la spada.

La differenziazione sociale