La semiotica () è la disciplina che studia i segni e il modo in cui questi hanno un senso (significazione).

Il segno è in generale qualcosa che rinvia a qualcos'altro (per i filosofi medievali aliquid stat pro aliquo), e la semiotica è la disciplina che studia i fenomeni di significazione. Per significazione s'intende ogni relazione che lega qualcosa di materialmente presente a qualcos'altro di assente (la luce rossa del semaforo significa "stop"). Ogni volta che si mette in pratica o si usa una relazione di significazione si attiva un processo di comunicazione (il semaforo è rosso, quindi il "segno" della luce rossa accesa comunica all'autista di arrestare l'auto). Le relazioni di significazione definiscono il sistema che viene ad essere presupposto dai concreti processi di comunicazione.

Le origini Le riflessioni sul segno hanno una lunga tradizione che percorre l'intera storia della filosofia occidentale. Anche se per l'antichità non è possibile parlare di vere e compiute teorie semiotiche, è sempre possibile ricostruire una più limitata storia delle teorie del segno. A grandi linee si può dire che nella filosofia greca (Platone, Aristotele, Stoici, Epicurei) la teoria del segno linguistico era distinta dallo studio del segno logico, collegando la parola a un meccanismo di equivalenza (p = q), mentre il segno in generale era ritenuto fondato su un processo di inferenza (“se p allora q, stante le condizioni x, y, z, n”).

Sarà con Agostino d'Ippona (354-430 d.C.) che anche la parola, o segno verbale, verrà collocata all'interno di una più generale teoria del segno, secondo una concezione di tipo inferenziale, come costante processo di rinvio (“Il segno è infatti una cosa che, oltre all'aspetto sensibile con cui si presenta, porta a pensare qualcosa di altro a partire da sé.”)De doctrina cristiana I.1.1. La riflessione sul segno troverà interessanti spunti nelle prospettive filosofiche dell'empirismo inglese, in particolare con Francis Bacon (1561-1626) e John Locke (1632-1704). Molto importanti per la futura semiotica sono anche le riflessioni della scuola filosofica razionalista sia francese (Cartesio, 1596-1650) sia tedesca (Gottfried Wilhelm von Leibniz, 1646-1716).

La semiotica nel XX secolo L'inizio della semiotica contemporanea si identifica nelle opere e nelle riflessioni del filosofo statunitense Charles Sanders Peirce (1839-1914). Inizialmente con il termine semiotica si intendeva la prospettiva filosofica.il filosofo inglese John Locke aveva per primo usato in questa accezione il termine nella quarta edizione del Saggio sull'intelletto umano (1700), libro IV, capitolo 21) Nell'uso successivo il termine semiotica è venuto solitamente a identificare le riflessioni generali teoriche e di metodo riguardo alla disciplina (quella che Umberto Eco definisce la "semiotica generale").

La linea semiotico-filosofica derivata da Peirce e dalle teorie del filosofo pragmatista statunitense Charles William Morris (1901-1979) è stata di riferimento fondamentale per la semiotica interpretativa di Umberto Eco (1932-2016) e per il lavoro del semiotico statunitense Thomas Albert Sebeok (1920-2001), ma anche per i più recenti contatti tra la semiotica, la semantica e le scienze cognitive, nel lavoro dello stesso EcoKant e l'ornitorinco, 1997 e di Patrizia Violi.Significato ed esperienza, 1997

Anche se il concetto teorico portante della semiotica è certamente quello di segno e della relativa relazione segnica o semiosi, proprio perché la semiotica studia ogni fenomeno di significazione e di comunicazione si è trovata ad affrontare un oggetto di analisi in realtà più complesso del semplice oggetto teorico "segno", vale a dire il testo. Il concetto di testo (dal latino textum, "tessuto", quindi metaforicamente "trama del discorso") può essere limitato a identificare una serie di enunciati scritti autonomi e autosufficienti (questo secondo l'accezione della pragmatica linguistica). Nell'ambito semiotico la nozione di testo viene ampliata per identificare qualsiasi oggetto semiotico dotato di una particolare struttura e mirato a ottenere una particolare serie di scopi comunicativi. In questa accezione semiotica il testo non è più solo scritto, ma può essere costituito da diverse sostanze dell'espressione o forme mediali (un testo visivo può essere un dipinto così come un qualsiasi prodotto audiovisivo da un film fino a un videoclip).

Le due visioni Tornando alla concezione del segno, Peirce e Saussure propongono due concezioni del segno – o meglio del rapporto di significazione – abbastanza differenti. Questo non significa che le due visioni siano mutuamente esclusive e non integrabili.

Saussure nel Corso di linguistica generale del 1916 identificava la semiologia come "la scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale". Questa definizione, come sottolinea Eco nel Trattato di semiotica generale, ha contribuito allo sviluppo di una coscienza semiotica, anticipando e influenzando ogni successivo tentativo di inquadrare la disciplina. È nota la concezione di "segno" per Saussure, ovvero il concetto di entità a due facce, significante e significato. La differenza tra questa definizione e quella di Peirce, secondo Eco, risiede nel fatto che se il segno per Saussure ha a che vedere con un artificio comunicativo tra soggetti umani, i tre protagonisti della semiosi peirciana invece sono tre "astratte entità semiotiche" in un rapporto di dialogo che non prevede necessariamente una mente umana.

La definizione di relazione segnica o semiosi di Peirce avviene fra tre elementi: un Representamen, la parte materiale del segno; un Oggetto, il referente a cui il segno fa riferimento; e un Interpretante, ciò che deriva o viene generato dal segno. Il punto di partenza della semiosi di Peirce è nella realtà esterna (dove in Saussure il Referente aveva invece un ruolo solo accessorio nel definire la relazione tra il significante e il significato). L'Oggetto quale è nella realtà viene definito da Peirce Oggetto dinamico. A partire dall'oggetto dinamico si definisce quello che Peirce chiama l'Oggetto Immediato che sembra corrispondere al significato di Saussure. Infatti l'oggetto immediato nasce dal 'ritagliare' o dal mettere in rilievo alcune delle caratteristiche dell'oggetto dinamico, quindi dell'oggetto reale. Questo vuole dire che l'oggetto immediato ci dà dell'oggetto dinamico solo una prospettiva tra le tante possibili; nel segno quindi il representamen (significante) ritaglia o identifica attraverso l'oggetto immediato (significato) un particolare punto di vista sull'oggetto dinamico (referente).

L'aspetto più interessante del processo di semiosi come è stato pensato da Peirce consiste nel concetto di interpretante. L'interpretante di Peirce è infatti un ulteriore segno che sorge dal rapporto tra il representamen e l'oggetto immediato; come dire che un segno genera un altro segno attraverso un processo di interpretazione. Tale processo di generazione di un interpretante da un segno, e poi di un altro segno-interpretante successivo e così via, identifica un processo potenzialmente interminabile detto di semiosi illimitata. Quindi il concetto di segno o della semiosi in Peirce è triadico.

Il concetto di interpretazione è centrale nella prospettiva filosofica di Peirce e della sua concezione del pragmatismo. Peirce ritiene in sintesi che il processo cognitivo fondamentale nell'uomo sia il costante passaggio dalla condizione del dubbio a quello della credenza; o meglio, Peirce ritiene che il nostro rapporto con il mondo sia dettato dalla continua produzione di ipotesi riguardo al modo in cui possiamo superare una condizione di incertezza, o di dubbio cognitivo, e quindi riposare la nostra mente nella sicurezza della credenza. La credenza o "abitudine" (habit in inglese) può essere assimilata a un modello mentale, uno stereotipo o una concezione culturale stabilita, che ci permette di affrontare la realtà con un determinato successo. Quindi fondamentale per Peirce è la nostra capacità di produrre ipotesi o abduzioni riguardo al modo in cui vanno, o si ritiene debbano andare, le cose. Questa centralità delle modalità di pensiero per ipotesi deriva a Peirce dalla sua formazione scientifica. Infatti è la stessa logica del pensiero scientifico che prevede un costante e continuo processo di revisione e messa in discussione delle ipotesi di partenza di una teoria (il cosiddetto falsificazionismo di Karl Popper).

La semiotica interpretativa La prospettiva della semiotica estetologica o interpretativa di Umberto Eco muove dalla centralità del concetto di interpretazione formulato da Peirce in due direzioni: ridefinizione teorica ed epistemologica (conoscenza scientifica epistemologia) della semiotica; analisi della cultura e dei testi con particolare riferimento alla loro ricezione. Eco è stato tra i primi critici della prospettiva strutturale 'ortodossa', mettendo in discussione che un testo sia la manifestazione di strutture ontologiche, significative di per sé e indipendentemente dalle letture che di esso si possano dare. Attaccherà dunque l'idea lévi-straussiana di considerare le 'strutture' che danno valore ai testi come entità realmente esistenti (strutturalismo ontologico), per attribuire a esse valore euristico e sempre provvisorio. Ha poi concretizzato le sue ricerche nella definizione di un paradigma teorico unificato per la semiotica nel Trattato di semiotica generale (1975). Ha così tentato l'innesto nella tradizione strutturalista (antipsicologista, non referenzialista) delle idee peirciane (generalità della nozione di segno, realismo semiotico). Ha insistito con l'analisi delle teorie semio-linguistiche giungendo alle fondamentali asserzioni sui limiti delle rappresentazioni semantiche. Ha poi indagato le relazioni tra semiotica e ricerche cognitive, recuperando molti problemi degli anni settanta e ottanta (iconismo, percezione e significato) e ponendoli in una luce nuova più attenta agli sviluppi contemporanei della psicologia cognitivista.

Fondamentale in Eco è quindi il problema dell'interpretazione (il che lega le sue riflessioni alla prospettiva più generale dell'ermeneutica). Eco muove dall'idea che l'analisi delle strutture del testo coincida con la ricerca delle sue potenziali strategie interpretative. Eco definisce il testo "una macchina pigra" in quanto ritiene che il senso di un testo sia determinato solo in parte dalle strutture o dai percorsi di senso potenziali costruiti dall'emittente, ma che un ruolo fondamentale venga svolto dal fruitore del testo senza il cui intervento il senso resterebbe lettera muta. Quindi la costruzione del senso di un testo si gioca nel processo dialettico che si attiva tra le strutture retorico-testuali e le strategie di interpretazione del lettore (principio della cooperazione interpretativa nei testi narrativi, v. Lector in fabula). Legata alla questione dell'interpretazione testuale – una delle questioni centrali del lavoro di Eco – è quella della individuazione dei limiti dell'interpretazione medesima. Fin dal 1962, in una fase pre-semiotica della sua ricerca, Eco si era occupato della questione della interpretazione dei testi; in Opera aperta veniva infatti elaborata un'estetica della ricezione testuale, in cui il ruolo del lettore era fortemente attivo e creativo nei confronti della definizione del senso del testo. In seguito Eco ha notevolmente ristretto la libertà del lettore o fruitore del testo, prima con la teoria già citata della cooperazione interpretativa tra testo e lettore, poi con una vera e propria definizione dei limiti dell'interpretazione. In sostanza, secondo Eco, si può definire propriamente interpretazione di un testo solo quella lettura che sia giustificata e comprovata dalle strutture testuali medesime; ogni lettura del testo che vada oltre tale giustificazione testuale dovrà essere definita un uso del testo medesimo e non avrà l'obbligo di essere coerente con il testo da cui deriva.