La storia di Siena riguarda le vicende storiche relative a Siena, città dell'Italia centrale.
La fondazione
Numerose sono le ipotesi, più o meno leggendarie, relative alla fondazione dell'urbe senese.
La mitologia cittadina vuole la città fondata da Senio, figlio di Remo, ucciso dal gemello Romolo fondatore di Roma. Senio, col fratello Ascanio (o Aschio), avrebbe infatti lasciato Roma perché perseguitato dallo zio Romolo e, trovando rifugio nella zona di Siena, fondò la nuova città. Un'altra leggenda la vorrebbe fondata più a sud, in un luogo che oggi si chiama Brenna, da Brenno capo della tribù dei Senoni. Racconti di questo genere appartengono all'erudizione locale, che dal Quattrocento fino ai primi decenni del Novecento ricostruì la città antica collocandone porte e templi con precisione minuziosa e nessun riscontro di scavo.
Il quadro cambia nel 1979 con la mostra e il volume Siena: le origini. Testimonianze e miti archeologici, a cura di Mauro Cristofani, che sottopose a verifica tutto quanto si sapeva allora. L'archeologia urbana arriva più tardi, con i due cantieri aperti dall'Università di Siena all'ospedale di Santa Maria della Scala e sotto il Duomo, fra la fine degli anni ottanta e i primi anni duemila.
Il centro storico è abitato senza interruzione e non si presta a scavi estesi, sicché le tracce più antiche restano frammentarie; i saggi sotto la cattedrale hanno però dato per la prima volta una sequenza stratigrafica continua dall'età etrusca in avanti. Gabriele Castiglia lamenta che di quel cantiere sia stato valorizzato soltanto il ciclo di affreschi medievali.
Il periodo etrusco
Del protovillanoviano e del villanoviano resta poco: due ripostigli di asce in bronzo dell'XI-X secolo a.C., uno presso Porta Pispini e uno presso Porta San Marco, entrambi ai margini dell'area su cui sorgerà la città e di per sé muti sull'esistenza di un abitato.
È stato autorevolmente sostenuto che il nome di Siena possa derivare dal gentilizio etrusco Saina/Seina, attestato epigraficamente a Montalcino, Chiusi e Perugia a partire dal II secolo a.C.; la famiglia che lo portava poteva avere beni nel territorio senese.
Un insediamento stabile è documentato con certezza dal VII-VI secolo a.C. Agli scavi dell'ospedale di Santa Maria della Scala, sul fianco meridionale del colle del Duomo, si deve il rinvenimento di un edificio interpretato come possibile residenza aristocratica: una capanna di grandi dimensioni, con fondazione in muratura e parti alte in materiali deperibili, forse cinta da una recinzione. Fino a quel momento dell'età etrusca senese si conoscevano soltanto alcune sepolture. Nel VI secolo a.C. un abitato etrusco occupava quello stesso versante; l'area frequentata si estese poi, fra il III e il I secolo a.C., fino al lato nordoccidentale della collina, dove oggi corre via dei Fusari.
L'occupazione del colle prosegue senza interruzioni: al IV-III secolo a.C. risalgono strutture lignee e in materiali deperibili, affiancate da un quartiere artigianale e servite da una viabilità lungo la quale si disponevano necropoli. Abbandonata e crollata la capanna arcaica, negli ultimi tre secoli avanti Cristo l'abitato si spostò a quota superiore, dove hanno lasciato traccia grandi quantità di ceramica, fra cui la vernice nera, e silos conici per le derrate. Un secondo nucleo occupava a Castelvecchio, fra IV e II secolo a.C., ampi terrazzamenti ricavati nel suolo vergine.
La presenza etrusca in città è documentata anche da rinvenimenti sparsi, per lo più recuperati fortuitamente fra Otto e Novecento e confluiti nel Museo archeologico nazionale di Siena. Ai più antichi appartiene un gruppo di fibule bronzee da piazza del Mercato, della fine dell'VIII e della prima metà del VII secolo a.C., quattro delle quali entrarono nella collezione Piccolomini e furono poi divise fra gli eredi. Dell'area della Rocca Salimbeni restano invece notizie vaghe: fra i materiali che vi furono raccolti sembra vi fossero frammenti di bucchero.
L'età ellenistica è il periodo meglio documentato. Il museo conserva i corredi di più aree sepolcrali distribuite in punti diversi del tessuto urbano, che si collegano con ogni probabilità a piccoli insediamenti: le tombe di San Marco, quelle della Coroncina, la necropoli di Campansi e la tomba di Colle Verdina. Quest'ultima ha restituito ollette e pocula d'impasto della prima metà del II secolo a.C.; dalla Coroncina viene invece un'oinochoe con bocca a cartoccio dell'ultimo quarto del IV secolo a.C. La necropoli di Campansi, formata da piccoli ipogei a camera quadrangolare, venne alla luce per caso nel 1845, durante i lavori per la strada che dall'omonimo monastero scende a Porta Camollia. Al museo arrivò soltanto la quota che il proprietario del terreno e lo scopritore lasciarono al Comune. Nei corredi prevaleva la vernice nera volterrana, nelle forme più comuni del repertorio: oinochoai trilobate e a becco, piatti, coppette su piede, una lucerna, un colum; accanto a queste, vasellame d'impasto grezzo e ceramica acroma. L'insieme si data al III-II secolo a.C., mentre alla stessa località sono attribuite anche una lucerna tardoantica di tipo africano e una ciotola acroma databile al I secolo d.C.
La valutazione di questo popolamento è cambiata con i dati disponibili. Secondo Mario Ascheri le testimonianze pervenuteci fanno ritenere che nel territorio senese, anche durante il periodo etrusco più recente, non vi fosse una vera e propria formazione urbana, quanto l'insediamento di strutture per benestanti di un certo prestigio al centro di aree agricole interessate da produzioni importanti. I dati restituiti dai cantieri del Duomo e del Santa Maria della Scala, pubblicati in massima parte dopo quella valutazione, documentano però sulla collina del Duomo un abitato con continuità di vita dal VII-VI secolo a.C. e una progressiva estensione fra III e I secolo.
Il periodo romano La cittadinanza romana arrivò con la lex Iulia de civitate del 90 a.C.; nell'87 la lex Cornelia di Cinna fece di Siena un municipio, iscritto alla tribù Oufentina. Nelle guerre civili fra Mario e Silla la città parteggiò per il primo, come pare facesse anche Volaterrae, e fu tra le meno pronte in Etruria a riconoscere il primato di Roma. Solo intorno al 29 a.C. vi fu dedotta una colonia militare, che prese il nome di Saena Iulia.
La posizione della colonia, in un'area incuneata fra i grandi centri etruschi di Arezzo, Chiusi e Volterra, è stata spiegata con la necessità, per Roma, di tenere sotto controllo le vie e le terre dell'Etruria interna; alla stessa lettura conduce la marcata asimmetria degli assi viari, che ha suggerito un accostamento ai castra militari.
Applicando alla cartografia il metodo regressivo, Silvia Pallecchi ha riconosciuto due poli affiancati e raccordati da una sella, ciascuno con la propria maglia stradale: a Castelvecchio una griglia regolare, che i dislivelli rendevano agevole fortificare; sul colle del Duomo un secondo reticolo, riferito alla colonia e disteso su terrazzamenti. Il foro doveva trovarsi dove è oggi piazza del Duomo.
Gli scavi universitari sotto il Duomo hanno individuato un poderoso pilastro murario accostato a una rampa scavata nell'arenaria, in cui Pallecchi riconosce i resti di una porta della colonia. Poco distante è venuto alla luce un pozzetto quadrato con le ossa di tre cani e di un cavallo e tre lucerne a volute del I secolo d.C.: la deposizione è rituale, e gli scavatori vi hanno letto, con cautela dichiarata, la fondazione di una cinta muraria di cui nulla si è conservato.
L'economia della colonia fu vivace fin dall'inizio. Lo scavo del Duomo ha restituito 6953 frammenti ceramici: fra questi 452 di sigillata italica, in gran parte di età augustea e per lo più di produzione aretina, con due bolli riferibili a ceramisti attivi ad Arretium, e 917 di anfore da trasporto. Le anfore betiche di tipo Dressel 7, Dressel 8 e Beltrán 2A documentano l'arrivo di garum e conserve di pesce dall'odierna Andalusia, verosimilmente attraverso il porto di Luna; il vino giungeva da vigneti italici, in parte prodotti nella stessa Etruria.
Nel suburbio si distribuivano ville e complessi termali. A Campo all'Oro, presso la pieve al Bozzone, a est della città, il conte Pietro Piccolomini Clementini scavò fra il 1896 e il 1898 una villa di grandi dimensioni con annesse terme, ornata di mosaici, pitture, marmi e colonne e frequentata dal I al IV secolo d.C.; le indagini sono state riprese di recente dall'Università di Siena insieme alla soprintendenza. Quattro aree sepolcrali circondavano i due nuclei abitati: a Camollia, presso Porta Tufi, in via del Cavallerizzo e sul lato nord del colle del Duomo.
Le fonti scritte sono avare. Plinio elenca la Senensis colonia fra le colonie dell'Etruria, accanto a Roselle e Sutri;Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 5, 52. nel II secolo il geografo Tolomeo la registra nella forma greca ;Tolomeo, Geografia, III, 1. il nome compare inoltre nella Tabula Peutingeriana e nell'Anonimo Ravennate, con una vignetta a torri gemelle che la carta riserva ai luoghi dotati di strutture e non alle semplici stazioni di sosta.
Il primo episodio narrativo riguardante la comunità senese risale all'anno 70 e si legge nel quarto libro delle Historiae di Tacito: il senatore Manlio Patruito denunciò al senato di essere stato percosso nella colonia da una folla e su ordine dei magistrati locali, e di essere poi stato bersaglio di un finto funerale inscenato attorno a lui, fra pianti e lamenti, con ingiurie rivolte all'intero senato. I colpevoli furono puniti e un senatus consultum richiamò alla moderazione la plebe senese.Tacito, Historiae, IV, 45.
Alla fine del III secolo la tradizione agiografica colloca l'evangelizzazione del territorio da parte di Sant'Ansano, conosciuto come "Battezzatore dei Senesi", che sarebbe stato punito dalle autorità romane con la prova del fuoco e dell'olio bollente, la carcerazione e infine la decapitazione. Durante il medioevo verrà nominato santo patrono di Siena e il giorno della sua ricorrenza liturgica segna tuttora l'inizio dell'Anno Contradaiolo. La più antica traccia documentaria del culto in città è un oratorio privato dedicato a Sant'Ansano, ricordato fra i beni ceduti al monastero femminile dei Santi Salvatore e Alessandro in Fontebona fra l'867 e l'881.
La tarda antichità Fra III e IV secolo alcune strutture perdono la funzione per cui erano nate: una fogna si ostruisce di limo, e dentro il perimetro urbano compaiono le prime sepolture. Al IV secolo appartiene però anche un edificio absidato, sul quale si discute se fosse affine al grande edificio a due absidi del Santa Maria della Scala o piuttosto l'abside di un primo luogo di culto.
Sul finire del secolo l'area è invasa da macerie, che danneggiano anche la porta della città, e vi nasce un sepolcreto di fosse terragne orientate est-ovest e prive di corredo. Della vita cittadina in quegli anni parla una sola epigrafe, del 394: la città pativa penuria d'acqua, e vi pose rimedio a proprie spese un patrono di cui il testo ha perduto il nome.CIL VI, 1793.
Nel V secolo il fenomeno si generalizza su tutta la collina, con fosse di scarico che intaccano le murature romane e sepolture sempre più numerose. Non è però solo decadenza: restano in circolazione le pentole africane, alle quali dalla fine del secolo subentrano imitazioni prodotte sul posto e rivestite di ingobbio rosso, diffusissime nel VI secolo. Più che di collasso si tratta di trasformazione.
L'Alto Medioevo Il periodo longobardo