Il Popolo d'Italia è stato un quotidiano politico italiano, fondato da Benito Mussolini nel 1914 per dare voce all'area interventista del Partito Socialista Italiano. Il giornale cambiò successivamente la propria linea politica parallelamente al suo direttore, divenendo infine l'organo ufficioso del Partito Nazionale Fascista. Sospese le pubblicazioni il 26 luglio 1943. Per esplicita volontà di Mussolini, il giornale non fu più pubblicato.

Storia

Con queste frasi scritte su La Voce, Giuseppe Prezzolini accolse la nascita del quotidiano.

Fondazione Il Popolo d'Italia fu fondato a Milano nel novembre 1914 da Benito Mussolini, che aveva lasciato il mese prima la direzione dellAvanti!. Dal 1912 Mussolini dirigeva l'organo del Partito Socialista Italiano. Nell'estate del 1914 alcuni socialisti entrarono in contrapposizione con la linea ufficiale decisa dalla direzione centrale del PSI, tesa a rifiutare l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale, scoppiata il 28 luglio 1914.

Dopo aver a lungo titubato, Mussolini si sentì sempre più trascinato verso questa componente dissidente. Il 18 ottobre pubblicò sulla terza pagina dell'organo socialista un lungo articolo intitolato Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante, in cui rivolse un appello ai socialisti sul pericolo che una neutralità avrebbe comportato per il partito: la condanna all'isolamento politico. Due giorni dopo Mussolini si dimise dalla carica di direttore e iniziò, sempre a Milano, a lavorare alla fondazione di un giornale interventista.

Il titolo del nuovo quotidiano riprendeva un giornale fondato da Giuseppe Mazzini a Milano nel 1848: L'Italia del Popolo. Mussolini certamente lo conosceva, dato che vi aveva collaborato anche il celebre patriota forlivese Aurelio Saffi E. Bertoni, Aurelio Saffi. L'ultimo "vescovo" di Mazzini, Cartacanta editore, Forlì 2010, pp. 109-112. Il giornale ebbe vita breve: chiuse dopo soli 74 numeri; fu poi ripubblicato l'anno seguente a Roma dai mazziniani a sostegno della Repubblica Romana.. Il primo numero uscì il 15 novembre 1914 a Milano, con una foliazione di quattro pagine e con il sottotitolo "giornale socialista". Al fianco della testata comparvero due citazioni tratte dal frontespizio di un volume di Gustave Hervé, La conquête de l'Armée:

La sede (direzione e redazione) era ubicata al n. 35 di via Paolo da Cannobio, una stretta via dietro piazza Duomo. La testata venne disegnata dal pittore Giorgio Muggiani, l'impaginatore fu l'architetto Giuseppe Pagano, il capo redattore fu Sandro Giuliani, uscito dallAvanti! con Mussolini. Il giornale non aveva una propria tipografia: veniva stampato dalla tipografia Cordara. La sede fu presto chiamata "il covo", poiché ospitava nelle cantine dello stabile un nutrito gruppo di Arditi legati a Mussolini, che proteggevano il giornale da attacchi politici nemici.

Silvio Bertoldi, nel suo libro Camicia nera. Fatti e misfatti di un ventennio italiano, così descriveva il luogo:

I finanziamenti Al progetto di finanziamento del quotidiano contribuirono, con laute somme, socialisti e radicali francesi (nelle persone di Joseph Caillaux, Bolo Pascià, Jules Guesde, Marcel Cachin), personalità del Regno Unito (su tutti Sir Samuel Hoare e Lord Northcliffe), finanzieri russi, magnati svizzeri e tedeschiLuigi Salvatorelli, Giovanni Mira, "Storia d'Italia nel periodo fascista", Torino, Einaudi, 1956. Mussolini fu oggetto di critiche circa le sovvenzioni ed i finanziamenti ricevuti. In particolare, venne alla luce un finanziamento di lire, utilizzato per il primo impianto del giornale. La somma fu procurata a Mussolini da Filippo Naldi, giornalista (direttore de il Resto del Carlino di Bologna) con numerosi agganci negli ambienti industriali genovesi e milanesi. Naldi svolse soprattutto il ruolo di mediatore. Tra la fine di ottobre e l'inizio di novembre 1914 Mussolini si recò con Naldi a Ginevra, dove riuscì ad ottenere dei contratti per la pubblicità e, allo stesso tempo, incontrò uomini politici del fronte alleato. Per la gestione della pubblicità, Naldi ottenne un accordo con la concessionaria svizzera-tedesca Haasenstein & Vogler. Successivamente mise in contatto Mussolini con le Messaggerie Italiane, che organizzarono la distribuzione del giornale sul territorio nazionale; inoltre presentò al futuro direttore l'economista ebreo Giuseppe Jona, che aveva in animo di fondare una sua agenzia di pubblicità («Agenzia Italiana Pubblicità»). La Haasenstein & Vogler “subappaltò” la gestione della pubblicità all'agenzia di Giuseppe JonaPaolo Campioli, Filippo Naldi. Storia di un fidentino sconosciuto, 2012, capitolo 3, p. 20.. L'agenzia versò una somma, ottenendo da Mussolini le dovute garanzie. La carta usata per Il Popolo d'Italia proveniva dallo stesso fornitore che riforniva anche il Resto del Carlino. Naldi fece assumere due suoi redattori al giornale milanese. Altri contatti furono presi per l'impianto del giornale per quanto riguardava il funzionamento tecnico ed amministrativo. In novembre l'imprenditore Giuseppe Pontremoli, massone di 33º grado del rito scozzese antico e accettato, anticipò 20.000 lire per l'acquisto della rotativa con cui fu stampato il nuovo giornale.

Nel febbraio del 1915 l'Associazione dei giornalisti della Lombardia avviò un'indagine sull'accaduto per verificare se Mussolini, tra l'abbandono dellAvanti! e la fondazione del Popolo, avesse tenuto un comportamento moralmente indegno. La commissione rilevò che i contratti stipulati da Mussolini con le Messaggerie e con l'A.I.P. erano regolari. La commissione decise di archiviare l'inchiesta. In un successivo momento, ovvero tra maggio e giugno del 1915, forse grazie all'incontro politico avuto a Ginevra, Mussolini riuscì ad ottenere buone sovvenzioni dal governo francese e dai partiti socialisti di Francia e Belgio, che intendevano favorire l'intervento nella prima guerra mondiale anche presso il mondo del lavoro italiano.

Quando ormai la vita del giornale viaggiava su binari sicuri, emerse una situazione che imbarazzò notevolmente Mussolini e Naldi. L'«Agenzia Italiana di Pubblicità» di Jona era stata tenuta all'oscuro dell'esistenza di contributi esteri notevolmente superiori a quelli raccolti sul territorio nazionalePaolo Campioli, Filippo Naldi, cit., capitolo 3, p. 34.. Quando si accorse di essere stato raggirato, Jona fece causa a Naldi e a MussoliniMa i tempi della giustizia furono lenti. Tre anni dopo Jona, caduto in depressione, si suicidò (22 marzo 1918). Il padre, Giacomo Jona, portò avanti la causa e in pochi mesi si arrivò alla sentenza, con la condanna di Naldi e Mussolini al risarcimento. Cfr. Paolo Campioli, Filippo Naldi, cit., capitolo 3, p. 71.. Nel resto del 1915 Naldi si concentrò sulla direzione de il Resto del Carlino, mentre Mussolini si arruolò volontario nell'EsercitoPaolo Campioli, Filippo Naldi, cit., capitolo 3, p. 89..

Le indagini per individuare le fonti di finanziamento del giornale mussoliniano continuarono anche dopo il secondo dopoguerra; le documentazioni ritrovate testimoniarono sia la provenienza che i finanziatori. Oggi la documentazione raccolta comprova il versamento di contributi provenienti da industriali italiani interessati all'aumento delle spese militari per il desiderato ingresso in guerra dell'Italia. Fra questi spiccano i nomi di Carlo Esterle (Edison), Emilio Bruzzone ("Società siderurgica di Savona" e "Società italiana per l'industria dello zucchero indigeno", di cui era membro più importante l'Eridania), Giovanni Agnelli (Fiat), Pio Perrone (Ansaldo) e Emanuele Vittorio Parodi (Acciaierie Odero)Gian Luigi Falabrino, Pubblicità serva padrona, Milano, Sole 24 Ore, 1989, pag. 121. nonché del ministro degli esteri italiano Antonino Paternò Castello e della Banca Italiana di Sconto.

Collaboratori e sostenitori (1914-1915) Fin dall'inizio, Mussolini ebbe come stretto collaboratore il giornalista forlivese Manlio Morgagni, a cui fu affidata la direzione amministrativa del giornale. Diversi furono i nomi che tennero a battesimo il quotidiano. Molti di questi provenivano dalle linee socialiste e dallAvanti!, di cui Mussolini era stato direttore (ottobre 1912 - ottobre 1914).

Tra i diversi collaboratori e redattori vanno ricordati (1914-1915):

Michele Bianchi (1882-1930) - caporedattore Nicola Bonservizi (1890-1924) Lido Caiani Giovanni Capodivacca Filippo Corridoni (1887-1915) Alceste de Ambris Giacomo di Belsito Ottavio Dinale - firmava i suoi corsivi con gli pseudonimi Jean Jacques e Farinata. Luigi Freddi - redattore e inviato con lo pseudonimo il Fromboliere nella rubrica "Tiro a segno"Peraltro, in sede processuale alcuni articoli del primo semestre del 1924, pubblicati in quella stessa rubrica, sono stati attribuiti a Cesare Rossi: Archivio di Stato di Roma, Corte d'assise speciale, Procedimento penale contro Amerigo Dumini e altri per l'omicidio dell'on. Giacomo Matteotti (secondo processo), volume 73, num. 73-4 (Nota di trasmissione della Questura di Napoli di copia degli atti e delle cronache rintracciate nelle raccolte dei periodici politici del tempo per quanto riguarda il processo a carico di Cesare Rossi, 1944 ago. 12), p. 5.. Mario Girardon primo corrispondente estero a Parigi. Sandro Giuliani - redattore Ugo Marchetti - "prestato" da il Resto del Carlino dietro interessamento di Filippo Naldi. Manlio Morgagni - direttore amministrativo.Sarà poi il direttore dell'agenzia ufficiale del regime fascista, la Stefani. Angelo Oliviero Olivetti - sindacalista rivoluzionario. Già direttore della rivista "Pagine Libere". Piero Parini - redattore e inviato all'estero. In particolare presso la Società delle Nazioni. Massimo Rocca - già collaboratore dellAvanti!. Si firmava anche con lo pseudonimo Libero Tancredi. Arturo Rossato - detto Arros. Maria Rygier Margherita Sarfatti - critica d'arte Gaetano Serrani Scipio Slataper - redattore romano che lascerà il posto a Giuseppe Prezzolini. Luigi Somazzi - proveniente da il Resto del Carlino, come Marchetti. Roberto Suster - corrispondente da Berlino fino al 1926. Giuseppe Ungaretti - corrispondente da Parigi.

La Voce, Azione socialista e L'Iniziativa sono le testate che maggiormente promossero l'interventismo del giornale. Lo stesso fecero Giovanni Papini, uno dei primi collaboratori del quotidiano mussoliniano, Gabriele D'Annunzio, i fratelli Garibaldi (Ricciotti, Giuseppe e Bruno), Paolo Boselli, Leonida Bissolati, Scipio Slataper, Enrico Corradini.

L'interventismo Quando Mussolini seppe che l'allora sindaco di Milano, Caldara (PSI), aveva chiesto un'inchiesta sul caso, lo anticipò dimettendosi dalle due cariche pubbliche che ricopriva nel capoluogo lombardo: consigliere comunale e componente del consiglio d'amministrazione della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde (Cariplo), entrambe ottenute come dirigente del PSI. L'attendismo non rientrava più nei suoi piani politici e il suo istinto gli diceva che l'interventismo era il cavallo di battaglia vincente. Così gli articoli di fondo pubblicati sul suo quotidiano continuarono su questa linea.

Un valido contributo gli venne dato anche dalle penne di Nenni, Papini, Lanzillo, Panunzio, Rensi ed altri che con lui si alternarono nella stesura degli articoli di fondo dai quali partivano denunce, attacchi veementi e proposte rivoluzionarie. Con il passare del tempo che servì a coagulare:

La dichiarazione di guerra dell'Italia all'Impero austro-ungarico (24 maggio 1915) diede al giornale un trionfo sul piano della credibilità, ma provocò anche una sconfitta sul piano politico. Gli scopi del quotidiano, ovvero dividere la sinistra e controbattere l'offensiva neutralista, erano stati raggiunti, per cui né i borghesi né gli industriali ebbero più interesse a finanziare il giornale.