Poggio Sannita (già Caccavone fino al 1922, idem in dialetto poggese) è un comune italiano di abitanti della provincia di Isernia in Molise.
Geografia fisica Territorio Il paese è situato sopra un promontorio roccioso delimitato dai fiumi Verrino e Sente, affluenti del Trigno entrambi a carattere torrentizio, in particolare il secondo, che è completamente prosciugato nel periodo estivo.
Clima Il paese è situato su un declino collinare di d'altezza che sovrasta la valle del Verrino a sud-est, e quella del Sente a nord-ovest, quest'ultima, confine naturale con l'Abruzzo. Il suo territorio è compreso tra i 300 e i 767 metri s.l.m. con un'escursione altimetrica totale di . Il comune, posto nel cuore della comunità montana, fa parte della zona altimetrica della montagna interna. Classificazione climatica: E. Classificazione sismica: media.
Origini del nome Il comune presenta la particolarità di aver cambiato nome. Il 20 febbraio 1921 il Consiglio Comunale approva la storica delibera secondo la quale, poiché il nome del paese Caccavone (riferito, probabilmente, al fatto che in antichità la località era sede della produzione del caccavo, dal latino caccabus, una sorta di grande paiolo o pentola in rame usato dai contadini per la coagulazione del latte) ricorda nella prima parte una cosa che disgusta, e nella seconda un accrescitivo “che riempie la bocca e gli orecchi”, suscitando il riso e la derisione della gente, viene cambiato in Vinoli, secondo i prodotti tipici locali. Ma il 3 luglio 1921 il Consiglio Comunale, non ritenendo sufficientemente caratterizzante il nuovo nome, torna sulla questione; considerato che il paese ricade nella regione storico-geografica dell'antico Sannio con la comprovata presenza di accampamenti Sanniti sul suo territorio ed in relazione alla posizione del paese posto appunto su un poggio, il Consiglio approva una nuova delibera con cui il nome del comune viene ribattezzato in Poggio Sannita. Su proposta del Ministero dell'Interno, il 15 gennaio 1922 un regio decreto recepisce la delibera del Consiglio Comunale e cambia la denominazione del comune. Il caccavo, antico e amato simbolo del paese, rimane presente negli stemmi delle istituzioni locali e nel gonfalone comunale.
Storia Epoca Sannitica, Romana e Alto Medievale La storia del paese ha origine nell'età preromana quando era popolato da pastori Caraceni, una sottopopolazione dei Sanniti. Essi probabilmente popolavano le attuali alture del paese in modo saltuario. Sembra che facessero capo ad una confederazione, come era caratteristica delle popolazioni sannitiche, e che facevano riferimento ad un santuario situato a "Bovianus Vetus" o "Caracenum" presso l'attuale Pietrabbondante. Si confermano infatti i ritrovamenti di resti in lingua osca sulle alture della zona. In epoca romana fu sede di accampamenti militari e ville agricole, come testimonia il ritrovamento di una spada presumibilmente risalente alle guerre romano-sannite del II secolo a.C. L'origine dell'abitato di Caccavone sembra comunque da ricondursi all'alto medioevo, al tempo delle invasioni saracene che tra l'860 e il 900 d.C. sconvolsero anche il Molise. Diverse incursioni saracene portarono rovina e devastazione ad Isernia, Venafro e Bojano. In tale contesto gli abitanti della borgata Casale si arroccarono sulla rupe detta "Borgo Castello". Nel 953 il paese ancora piccolo fu dato in feudo ai principi beneventani Landolfo e Pandolfo, di stirpe longobarda. Accanto al Castello, che era l'abitato del colle più elevato e residenza dei feudatari, sorse una chiesa; successivamente si sviluppò il rione Rinsacca e poi il rione Porta (porta del Castello). Acquisito l'aspetto di borgo fortificato, il paese si trovò circondato da grosse e possenti mura rocciose; due erano gli accessi al borgo: Porta Maddalena nel luogo che i poggesi chiamano "'mbuorzie", e Porta Castello che è l'attuale arco della chiesa di Santa Vittoria. Il borgo si è ingrandito lungo la strada circolare che cingeva intorno, tutto il borgo antico stesso, via chiamata appunto "Torna", e lungo la quale si sono formati una serie di abitati, chiamati rione Conicella, che contornavano il borgo più antico del Castello e della Chiesa. Il paese rimase confinato in tale zona fino al 1600 circa.
Epoca Feudale Il feudo di Caccavone presentava nelle sue proprietà terriere piccoli monasteri, chiesette rurali e secondo la tradizione un monastero benedettino sul colle di San Cataldo, con varie badìe secondarie sui colli vicini, come testimoniano alcuni ritrovamenti di tombe e sepolcri. Sembra improbabile la presenza di San Cataldo sul territorio, a cui probabilmente fu solo dedicato il monastero, visto che le ultime datazioni riconducono il suo episcopato al periodo longobardo del 682 d.C. Alla metà del X secolo i principi beneventani Landolfo e Pandolfo concedono il feudo di Caccavone al conte Radoisio figlio del conte Berardo.
Intorno al 1160 compare menzionato nel "Catalogus Baronum" normanno tra i baroni del Regno di Napoli, vale a dire i feudatari che dovevano mettere a disposizione del sovrano militi e servizi, in caso di guerre o crociate in Terra Santa, un certo Raul De Petra investito da Ugone figlio di Atto, feudatario di Caccavone.
In epoca angioina, nel 1269 venne fatto Barone di Caccavone un certo Paolo de Giga, soldato, investito direttamente da Carlo I d'Angiò. Stefano di Agnone fu il suo successore che quindi unificò i due castelli di Caccavone e Agnone. Nel 1291 a quest'ultimo successe Rolando Gisulfo che mantenne ancora l'unità dei due castelli.
Dal Basso medioevo all'ultimo feudatario
Attualmente alcune attestazioni storiche confermano l'esistenza di Caccavone e del suo territorio; il primo documento risale alla metà del X secolo, nel quale si narra che i principi longobardi Landolfo e Pandolfo concedono il territorio al conte Radoisio. Il feudo di Caccavone viene acquistato dal barone di Vastogirardi Vincenzo Petra o de Petra, discendente del feudatario di epoca normanna Raul de Petra, nel 1645; in seguito passa a suo figlio, primo duca di Vastogirardi, Carlo I Petra che possedeva un palazzo anche a Castel di Sangro detto del leone; egli era regio Consigliere di Santa Chiara, Prefetto del Regio Erario, Reggente del Collaterale e cavaliere di Calatrava. In seguito il feudo di Caccavone viene ereditato da Nicola Petra, nipote di Carlo, secondo duca di Vastogirardi che diviene anche primo marchese di Caccavone, con regio diploma del 24 novembre 1723. Nicola farà restaurare la chiesa di Santa Vittoria nel 1725 dopo che era stata danneggiata dal terremoto del 1720. Dal duca Nicola il feudo di Caccavone passerà al figlio Giuseppe Maria Petra che restaura il palazzo ducale nel 1761 e amplia la chiesa di Santa Vittoria a cui era molto devoto nel 1762. L'ultimo feudatario di Caccavone fu Carlo II Petra, quinto duca di Vastogirardi e quarto marchese di Caccavone, che succedette al padre Vincenzo nel 1806, anno stesso in cui il Re di Napoli Gioacchino Murat, abolì i diritti feudali, mantenendone però i titoli. Carlo II Petra fu fautore della repubblica partenopea del 1799 e subisce l'esilio nel 1816, all'epoca della restaurazione di Ferdinando I.
Dall'epoca Moderna a quella Contemporanea L'esistenza dell'"Università" (municipio o comune) di Caccavone è provata dal 1704, anno di una disputa territoriale con Agnone. Tale contrasto non fu l'ultimo infatti, Caccavone si oppose legalmente contro le dominazioni delle Università di Civitanova e Schiavi di Abruzzo su alcuni territori abitati da caccavonesi. Nel 1819 poi la frazione di Castelverrino si distaccò dal paese diventando autonoma (l'attuale comune di Castelverrino). Una data storica per il paese è il giovedì Santo del 17 aprile 1862 quando 42 militi e il sindaco Pasquale Antinucci si batterono contro un folto gruppo di briganti capeggiati da Luigi Alonsi detto "Chiavone"; nello scontro persero la vita 10 militi e il sindaco, in una storica e brutale battaglia che si svolse a Salcito. Nel 1912 e 1913 il comune approva le delibere per la restituzione della contrada Scalzavacca da parte del comune di Civitanova e della contrada Carapellese da parte di quello di Schiavi di Abruzzo. Nel 1914 il Consiglio Provinciale del Molise giudicò lecita la richiesta di Caccavone sulle proprietà della contrada Carapellese, classificando come erronea la ripartizione avvenuta nel 1810 ma delegando l'aspra questione al Prefetto; questi avviò subito le procedure che verranno però sospese per l'inizio della prima guerra mondiale. A testimonianza del fatto che Carapellese è legata alla storia di Caccavone e non a quella dei paesi a cui attualmente appartiene, è il fatto che i possessori degli appezzamenti di terreno e i cognomi degli abitanti di queste zone, sono poggesi e tali essi stessi si considerano.
17 Aprile 1862, una data storica Il 17 aprile 1862 è una data significativa nella storia di Caccavone-Poggio Sannita, Appena un anno dopo lUnità d'Italia (17/03/1861), ebbe luogo infatti, un tragico evento che vide protagonisti molti valorosi cittadini poggesi, assieme ad altri di paesi vicini che si batterono a difesa della popolazione, delle loro case, attività e terre, in uno scontro cruento avvenuto nei pressi di Salcito (CB), contro un gruppuscolo di famigerati briganti. Dieci poggesi (allora caccavonesi) con il sindaco dell’epoca Pasquale Antinucci, restarono uccisi. La vicenda si inquadra nel contesto storico della lotta al brigantaggio nell’Italia meridionale, i cui “protagonisti” furono soldati sbandati, fuoriusciti (o ammutinati) dalle truppe regolari e mercenarie dell’esercito borbonico, che ripiegando verso Napoli seminavano lungo il loro cammino violenze, saccheggi, ruberie e soprusi di ogni genere. I briganti pensavano di approfittare con facilità di popolazioni contadine tranquille e, sbrigativamente, ritenute inermi, remissive, fragili; senza considerare l’orgoglio, la dignità, il carattere e il profondo radicamento al territorio che la nostra gente ha ricevuto in eredità dalla discendenza Sannita. Come tutti i poggesi sanno, all'episodio fu dedicata la piazza principale di Poggio Sannita, denominata appunto "piazza XVII Aprile".
A 46 anni di distanza, ecco come viene riportato l'accaduto, da Filippo Moauro nel suo libro Caccavone (1908): «Il 17 aprile 1862, Giovedì Santo, giunse voce che una turba di briganti sbandati si aggirava per l’agro di Caccavone. Il Sindaco, Pasquale Antinucci, aveva ordinato alla Guardia Nazionale, composta da 42 militi più il capitano, che era lo stesso sindaco, di partire d’urgenza per sedare una nuova rivolta borbonica a Celenza. Mentre erano radunati in piazza, il vetturino Domenicantonio Bartolomeo portò la notizia della presenza dei briganti, come dei pastori gli avevano riferito. Si trattava della Banda di Luigi Alonsi, detto "Chiavone", che in verità aveva 24 uomini a cavallo al suo seguito, e stava cercando semplicemente di ritornare alle sue basi, senza aggredire la popolazione. Nella confusione del momento, il Sindaco e la Guardia Nazionale cambiarono obiettivo, e si diressero contro i briganti con grande approssimazione: giunti in Fonte Scarpa, trovarono delle donne che riferirono loro il messaggio dell'Alonsi: "Tornate indietro, né vi affaticate tanto a seguire i briganti, che oggi non hanno voglia di venire alle mani, perché è giovedì santo: essi desiderano fare Buona Pasqua, e vi mandano per consiglio che facciate voi pure lo stesso". Ma, sviati dall’informazione precedentemente ricevuta che erano senza armi, i militi non rinunciarono all’inseguimento: presso Salcito avvenne lo scontro, i Caccavonesi furono accerchiati e perirono 10 militi, con il sindaco Pasquale Antinucci».
II Guerra Mondiale
Tra ottobre e novembre 1943 lungo il Trigno che era parte della Linea Barbara, fu combattuta la battaglia tra tedeschi e anglo americani che causarono la morte di diversi cittadini di Poggio Sannita.
Simboli